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automotoretrò 2016

Automotoretrò 2016: ragioniamoci su

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Alcune considerazioni sull'ultima edizione di automotoretrò da poco conclusasi

Quest'anno Automotoretrò compie ben 32 anni sebbene i suoi contenuti siano stati in questa edizione attualissimi e dirompenti.

Piace sottolineare con queste righe alcuni aspetti di grande modernità dell'evento che a ben vedere contiene non pochi contenuti provocatori.

Lasceremo raccontare solo alle foto la varietà e la bellezza dei diversi pezzi esposti.

Automotoretrò ha esibito quest'anno un excursus storico temporale che ha abbracciato l'intero secolo e più della motorizzazione a scoppio.

Subito in sella

La rassegna ha saputo gratificare l'ego del motociclista, dimostrando la costante effervescenza di questo settore ospitando struttura, anima e prodotti del mondo delle due ruote. Immediato l'incontro con l'ampio stand dell' FMI, bandiera sempre più solida di una nicchia del collezionismo spesso ombreggiata dal mondo delle quattro ruote.

Completa ed organica la presentazione delle due ruote nel suo percorso storico fino ad arrivare a presentare le ultime novità, a dimostrazione della sapiente e non invasiva strategia di marketing che lo storico ricopre nella presentazione del nuovo.

Le magnifiche e rare Indian, Ultima, Guzzi, Vespe e veicoli a tre ruote da lavoro o calessini presenti hanno saputo spiegare l'evoluzione delle due ruote al punto da richiedere quasi la presenza delle nuove Ducati, Aprilia e Moto Guzzi presenti, senza farle sembrare un messaggio promozionale.

Nell'epoca delle grandi rottamazioni-epurazioni dei veicoli del passato questo messaggio anche di marketing ma sopratutto filologico è la giusta risposta alla sana evoluzione della specie...motorizzata. Con una Norton od una Honda CL 350 Scrambler in garage ci abitueremo meglio ad accettare tutti compromessi (di buon senso) che il prodotto moderno ci impone per un suo utilizzo quotidiano, dalle “smorzature” anti-inquinamento alle plastiche riciclabili che sostituiscono le meravigliose cromature del passato grazie alle quali, purtroppo, abbiamo inquinato centinaia di falde acquifere per realizarle.

Questo è il significato forte di Automotoretrò 2016: approfondiamolo

Tralasciando l'istinto infantile-puro che mi vorrebbe far saltare in sella a quasi tutto ciò che vedevo avesse due ruote dato il meritevole interesse, mi avvicino ora agli stand a quattro ruote. Sicuramente anche qui i cultori di marchi o modelli sono felicemente presenti e gentilissimi interlocutori, saino le Autobianchi, le Duecavalli e derivate o le immancabili Cinquecento.

Ma le “figure ingombranti”destano senza dubbio l'attenzione dello spettatore affascinato al punto da essere anche spietatamente critico. Vi sono marchi insigni della produzione attuale, stand di altissimo concetto progettuale storico culturale – capite già chi è – e stand che ricordano gloriosi blasoni del passato. Queste presenze non possono non essere letto anche come messaggio di denuncia con il loro contenuto a tratti meraviglioso e a volte tristissimo.

Abarth racconta il suo prezioso ed unico passato mentre illustra il nuovo corso con le ultime novità esposte. Ci si pone immediatamente la domanda se il concetto di “brand” riesca a perpetrare la sopravvivenza dell'anima di quello che invece chiamavamo “Marchio” e soprattutto ne sappia evolvere e attualizzare lo spirito e non l'estetica. E' bello e giusto lasciar rispondere senza preconcetti gratuiti a questo quesito non al lettore ma al guidatore appassionato del giorno d'oggi. Anche Fiat dedica un angolo ben curato al confronto tra la sua “Tipo 2” e l'ultima “Tipo”, ed è un buon segno dopo anni di scarsa considerazione per il settore storico. Ci si interroga su come mai dopo la deprimente recente scelta di riutilizzare nomi recenti per prodotti come la “Chrysler 300/ Thema” decretandone così ancor più il fallimento commerciale, per una word-car che brilla certo per qualità pratiche da best-buy per flotte, autonoleggi o mezzi “di sacrificio”, si sia scelto il nome di una delle più personali linee che la fiat abbia saputo generare nella sua storia recente.

Italian Style

Ma arriviamo al nocciolo del settore auto: lo stand ASI e la sua collezione Bertone.

Qui la straordinaria capacità di questa carrozzeria ed il grande coraggio di Asi e del suo presidente Loi spezzano il cuore del visitatore. Nulla da aggiungere. La collezione Bertone, sebbene salvata dall'eventuale tragico smembramento rimane appesa ad un filo e non trova tuttora una sede in quel di Torino. Quale presa di coscienza responsabile la salverà da un deprecabile decentramento dalla capitale dell'auto italiana? Giungiamo però ai contenuti senza farci prendere dalla sterile malinconia: La “Kayak” occupa un alto dello stand ma pare una meravigliosa bestia in gabbia. Non è una concept-car ma un modello che persino l'azienda più recente dell'Oriente potrebbe realizzare e vendere così com'è. Ha un fascino ed una linea che fanno da bandiera al design italiano. Ma sulle strade al suo posto abbiamo visto – per fortuna poco – la Lancia K Coupè. Perchè?

Lascio in silenzio questa risposta prechè ce ne è più di una da dare e lunga.

Il reparto “Corvette” invece ci rende il medesimo tema affrontato negli anni '80 con la “Ramarro”e nei '90 con la “Nivola”: il punto di arrivo della fantascentifica ricerca di “Stratos” e “Carabo”, la “Ramarro” lascia spazio a linee già “revival” sulla “Nivola”. La Bertone mostra i segni del suo invecchiamento e della sua prossima fine biologica. “Nivola”, già col suo nome è di richiamo alla storia più che di riferimento: Nuvolari, “Il Nivola”. La coda, nervata similmente alla vicina “Diablo” nei parafanghi termina in un frontale fluido ma non certo da auto sportiva. Anzi, è solo basso. Lateralmente la bombatura richiama per i più attenti alla linea della prima Sting Ray ma con grande debolezza. Il parabrezza ed il tetto reinterpretano la “Stratos” di serie. Insomma i prodromi degli anni immediatamente successivi: senza più il signor Bertone il Brand non paga l'occhio.

Vecchie glorie ci spronano

Che dire poi degli stand che raggruppano da una parte le ammiraglie Lancia di un tempo e dall'altra quelle dell'Alfa romeo? La vicinanza degli stand ricorda con grande ironia e sapienza lo sgomitarsi di una volta tra gli aristocratici Lancisti e i turbolenti Alfisti, ma questa volta vi è un messaggio ribelle univoco che unisce i due marchi rivali: come mai la berlina di classe italiana è scomparsa? Monopolio e scomparsa della meritocrazia all'interno delle aziende sono concetti che mettono scomode pulci nell'orecchio in questo caso...

Vogliamo essere più concreti? “Alfa 166”e “Lancia K” con le loro linee disarmoniche, forzate entrambe su un telaio che non andava bene per entrambe e prive di un “Maestro” del design diventano bandiera dei risultati del lavoro di equipe senza firma all'interno del centro stile. Ed essendo questa strategia proveniente dall'alto si capisce che l'intero apparato industriale si è ammalato nella sua struttura.

Lo scatolone di bambini grandi

L'ultima sala della rassegna è lo scatolone dei bambini. Tutti noi da piccoli abbiamo chiuso i nostri amatissimi modellini, pressati in una scatola che li custodisse uniti. Ebbene, l'ultima sala è un assembramento di svariati modelli di diverse epoche posti uno attaccato all'altro senza un senso. Anche questo è ciò si voleva vedere: tutti veicoli usati ed in vendita, terra di nessuno dove si incendiano bagarre sulle trattative di vendita. Sensazione di opulenza ed imparzialità: una Matra sta vicina ad una Bmw serie 6 a gasolio. Non centrano nulla, ma ti possono interessare quando non te lo aspetti e magari fai una follia e te la porti a casa. E' come andare ad una festa dove non conosci nessuno e ti presenti quasi a caso a quelli che ti interessano. Il salone può dirsi ora completo nei suoi temi esposti e l'animo dell'appassionato appagato in tutte le sue pulsioni.

Cosa non va dimenticato

All'ingresso si ha la sensazzione di essere sommersi da una marea di modellini. Basta poco per scapparne via. Sono tentacolari, vi sono tutte le scale del mondo, da quella più piccola all'auto a pedali, camion, moto mezzi telecomandati vecchi e nuovi. Droni e i modellini di quell'auto vera che sogni e che non puoi permetterti. Ed ora è lì che ti chiama per pochi spiccioli, innoqui anche per tua moglie che in caso tornassi con un sidecar militare vero ti getterebbe cuscino e coperta per poterci dormire. Fuori di casa...Attraversare questi stand con il proprio figlio al seguito potrebbe compromettervi in modo indelebile il resto della mostra o le finanze.

Stessa cosa per i libri: c'è chi, oltre ad un lavoro memorabile quanto raro di andare ad intervistare tutti i dipendenti dell'Abarth dei tempi di Carlo e chiuderli in un libro, presenta la sua opera sulle gomme da corsa appena scaricate da un furgone di servizio della Abarth restaurato per l'occasione.

Altri straripano di rarità monografiche o generiche comunque difficili da trovare a cui è ancor più difficile resistere. E' qui che viene il vero appassionato. Questi stand sono il contorno sottile che fanno respirare la rassegna come giovani foglioline nate da rami grossi.

Cosa dimenticare

Il Lingotto. L'architettura notevole di Giacomo Mattè Trucco non è rispettata: nella città dei portici il progetto fieristico non ha previsto camminamenti protetti dai parcheggi alla fiera. Mancano indicazioni, i parcheggi non sono riconoscibili e perdere l'auto è uno scherzo. La pavimentazione in cemento autoblccante è tutta mossa, le scale di uscita dai parcheggi allagate per le buche e molte griglie su cui si cammina sono deformate. Di certo non si fa da cornice alle bellezze esposte e la spaesatezza che il degrado pone fino all'ingresso rende freddo poi l'approccio anche all'esibizione.

Chi c'è?

A conclusione potremmo solo dire che vi siano solo appassionati e nessuno del settore che venga a trarre qualche ispirazione? Ma allora che ci fa'il magnifico Aldo Brovarone tra questi stand?È solo nostalgia o continua voglia di ricerca? Il suo sorriso luminoso risponde da sé...Per non parlare dell'ingegner Trucco mimetizzato in una kway marchiata Italdesign mentre fissa la nuova Tipo con il suo sguardo espertissimo e tagliente...Solo diporto? Anche la riflessione di Enrico Fumia sul contrasto dei lavori dell'amico Cressoni che dalla Giulietta riesce o tenta di perpetrare un ultimo respiro dell'Alfa di un tempo con la difficile linea della “75” racconta un altro capitolo importante della carrozzeria italiana.

In conclusione, una domanda: «Google car, saprai essere così affascinante domani e tra vent'anni?»

 

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