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La stanza si chiama "zona ludica" — così l'aveva battezzata l'architetto in fase di progetto — ma è molto più di un ripostiglio di trofei. Ci sono i caschi più iconici della carriera, le tute, i ricordi di nove mondiali. E due simulatori. Uno gira su Gran Turismo, per nostalgia di una generazione cresciuta a fine anni Novanta con quel gioco in mano. L'altro è quello su cui Rossi lavora davvero. A raccontarlo è lo stesso Valentino, ospite dell'ultima puntata di Tintoria, il comedy podcast di Daniele Tinti e Stefano Rapone — oltre 250 puntate, 100 milioni di visualizzazioni su YouTube — registrato dal vivo alla Fabbrica del Vapore di Milano.
Piattaforma iRacing, PC dedicato, tre schermi per replicare il campo visivo in macchina — compresi i finestrini laterali, fondamentali quando si ingaggia una lotta ruota a ruota. Il volante è quello autentico della sua GT, staccato dalla macchina da corsa e rimontato sul rig. Sedile racing regolabile, pedaliera con forze frenanti reali. Su Discord, nel frattempo, ci sono quelli che la moglie Francesca Sofia Novello chiama ironicamente i suoi "amici immaginari": i compagni di sessione con cui gira online, voci nelle cuffie mentre il rumore della macchina virtuale riempie la stanza.
La mattina dell'intervista a Tintoria, Rossi aveva già completato una cinquantina di giri virtuali sul circuito di Monza. Routine pre-test: il giorno dopo era atteso in pista per una sessione reale. "Di solito prima di partire per i test faccio una cinquantina di giri col simulatore per ricordarmi la pista", ha spiegato. Nessuna enfasi particolare, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
Non è una pratica isolata. Max Verstappen, in un podcast, ha sostenuto che allenarsi al simulatore sia oggi più utile di una sessione con il kart per prepararsi a guidare una macchina specifica. Il ragionamento è lineare: il kart mantiene i riflessi, ma non insegna nulla su quella vettura, su quella pista, su quel punto di frenata. Il simulatore sì. Cinquanta giri virtuali a Monza restituiscono le frenate, i riferimenti, i punti di corda. Quando sali in macchina il giorno dopo non stai scoprendo la pista — stai confermando quello che già sai.
Rossi condivide la visione senza riserve. E lo dice uno che nella sua carriera in MotoGP ha trasformato ogni dettaglio della preparazione — fisica, tecnica, mentale — in un vantaggio competitivo.
Il passaggio al mondo delle corse in auto non è stato indolore sul piano delle dinamiche interne al paddock. "Tanti piloti sono miei tifosi, hanno 26-28 anni e sono cresciuti guardandomi correre", ha raccontato. La simpatia, però, si ferma a bordo pista. Nessuno è contento di essere battuto da uno che viene dalle moto e questo diventa per ciascuno un incentivo ulteriore ogni volta che Rossi è in griglia. Lui lo accetta con la stessa lucidità con cui ha sempre analizzato i suoi avversari: "Danno sempre il massimo per battermi. Fanno bene."
A quasi 46 anni, quei cinquanta giri nel seminterrato di Tavullia prima di caricare il van per Monza raccontano qualcosa che non ha bisogno di molte spiegazioni. Il Dottore ha semplicemente continuato a fare i compiti.