Scontro ai vertici a Wolfsburg: la "Legge Volkswagen" boccia il maxi-piano di Oliver Blume

Scontro ai vertici a Wolfsburg: la "Legge Volkswagen" boccia il maxi-piano di Oliver Blume
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Terremoto ai vertici di Wolfsburg: il Consiglio di Sorveglianza ha bocciato con un netto 12 a 7 il maxi-piano di ristrutturazione proposto dal CEO Oliver Blume. Tra il veto dei sindacati guidati da Daniela Cavallo e il muro del Land della Bassa Sassonia, la celebre "Legge Volkswagen" ha sbarrato la strada alla chiusura di quattro stabilimenti tedeschi e al taglio di 100.000 posti di lavoro.
20 luglio 2026

Il momento più difficile nella carriera di Oliver Blume alla guida del Gruppo Volkswagen è ufficialmente iniziato. Nel corso di una drammatica riunione del Consiglio di Sorveglianza a Wolfsburg, il CEO del colosso automobilistico tedesco ha subito una sconfitta politica senza precedenti: la sua ambiziosa proposta di restrutturazione - che prevedeva la chiusura di quattro stabilimenti in Germania e il taglio di ben 100.000 posti di lavoro - è stata bocciata con un netto 12 a 7.

Blume diventa così il primo Amministratore Delegato nella storia del gruppo a vedersi respingere in blocco dal consiglio un piano strategico di queste proporzioni. A determinare lo stallo è stata la peculiare struttura di governance garantita dalla storica Legge Volkswagen (Volkswagen-Gesetz). La norma impone una maggioranza qualificata di due terzi nel Consiglio di Sorveglianza per approvare la chiusura degli impianti protetti, concedendo di fatto un potere di veto permanente al fronte dei lavoratori e delle istituzioni locali.

Dalla votazione è emersa una spaccatura netta:

  • 12 voti contrari: Rappresentati dal blocco sindacale (guidato dalla presidente del comitato aziendale Daniela Cavallo) e dai delegati del Land della Bassa Sassonia.

  • 7 voti favorevoli: Espressi dalla rappresentanza degli azionisti (con un seggio rimasto vacante).

Il governo della Bassa Sassonia, che detiene il 20% dei diritti di voto, ha mantenuto la parola. Il ministro Olaf Lies aveva già avvertito che la politica locale non avrebbe mai avallato "la chiusura degli stabilimenti come una presunta soluzione facile". Blume, nel presentare una manovra così drastica senza aver prima costruito un consenso, ha commesso un errore di calcolo politico che ora rischia di costargli caro.

 

L'ombra del precedente Diess e la pressione degli azionisti

La situazione di Oliver Blume ricorda da vicino quella del suo predecessore, Herbert Diess, esautorato nel 2022 proprio al culmine di un duro scontro con il potente sindacato IG Metall sui tagli al personale. Blume era arrivato al vertice promettendo di percorrere la via del dialogo, ma si è scontrato con gli stessi identici limiti strutturali.

Sullo sfondo resta l'insoddisfazione, sommessa ma crescente, delle famiglie Porsche e Piëch, che controllano oltre la metà dei diritti di voto. Con il titolo Volkswagen e Porsche AG crollato ai minimi degli ultimi 16 anni, le famiglie fondatrici hanno visto sfumare decine di miliardi di euro in valore di mercato. Tuttavia, come sottolineato dall'esperto di governance Christian Strenger, l'assetto azionario rende estremamente complesso qualsiasi cambiamento radicale: la proprietà pretende risultati operativi, ma non intende rinunciare ai ricchi dividendi trimestrali.

A complicare ulteriormente il quadro per Blume contribuisce il progressivo isolamento all'interno del management: anche i vertici di marchi chiave come Audi e Porsche avrebbero iniziato a sfilarsi dal suo supporto diretto. Respinta la parte più drastica del piano, a Blume sono rimaste sul tavolo solo le contromisure che non richiedevano il via libera vincolante del Consiglio di Sorveglianza.

Il CEO è stato costretto a ripiegare su un ridimensionamento interno della produzione:

  • Taglio della gamma: Riduzione del 50% dei modelli in listino.

  • Meno personalizzazioni: Abbattimento fino al 75% delle varianti e delle configurazioni disponibili per i clienti.

  • Capacità produttiva ridotta: Taglio della produzione globale a 9 milioni di veicoli all'anno, rispetto ai 12 milioni dell'era pre-pandemica.

Queste misure arrivano nel trimestre peggiore del suo mandato, con le consegne mondiali di Volkswagen scese dell'8,6% e un utile netto crollato del 28% (fermatosi a 1,56 miliardi di euro). Sebbene Blume abbia tentato di presentare il pacchetto come "la ristrutturazione più integrale della storia della compagnia", per molti osservatori si tratta soltanto di un palliativo in attesa della prossima, inevitabile, resa dei conti.

 

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