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Dakar 2015. La parata di Buenos Aires

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La 37ma edizione della Dakar lascia la clausura del paddock di Tecnopolis, fa il tour della Capitale, passa davanti alla Casa Rosada del Presidente e torna a “casa”. Fine del protocollo, ora è il via! | P. Batini, Buenos Aires

Dakar 2015. La parata di Buenos Aires

Buenos Aires - A metà della giornata, un po’ più calda ma non ancora feroce, le interminabili operazioni preliminari hanno una fine. Tempo per il “murales” ricordo di gruppo, tutti i concorrenti schierati, per il 1° Briefing generale ufficiale e, era ora, la Dakar accende finalmente la miccia. Credete, quello di Tecnopolis è uno spettacolo grandioso per il pubblico, la cui passione lo merita, ma i tre giorni delle verifiche sono per i partecipanti una pietra al collo. Una volta espletate le formalità diventa tutto ripetitivo, eccitato ma sempre più artificialmente.

Tante novità: tensione alle stelle

Selfie, autografi e foto, abbracci, scambi di saluti come vecchi amici, bambini che si mettono a piangere se il Pilota distratto non lo cura e passa oltre, conferenze, una dietro l’altra, ripetitive nei contenuti anche quelle. Colpa anche della fantasia degli intervistatori, anche nostra che non ci mettiamo un po’ di fantasia. Quest’anno sembra si debba dedurre che i leit motiv della Dakar sono tre, a giudicare dagli interrogativi di cui i giornalisti si fanno interpreti: la Bolivia, nazione new entry per le auto, le tappe marathon per tutti ma ancor di più per gli automobilisti, che l’affrontano per la prima volta dagli anni della leggenda, e la lista dei timori, in particolare provenienti dagli avversari.  Finalmente Marc Coma, e ugualmente Joan “Nani” Roma, rompono la catena delle risposte ovvie e si permettono di ricordare che la Dakar è un’avventura che offre imprevisti, problemi, timori e avversari, soprattutto se stessi, tutti i giorni. Che la tappa marathon è una realtà dalle origini della Dakar, e che i veri problemi possono scaturire fuori da ogni criterio di prevedibilità anche soltanto per un cambio meteorologico improvviso.

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Per Paulo Goncalves potrebbe essere finalmente l'anno del riscatto


Il modo migliore per “intervistare” i partecipanti, soprattutto quelli conosciuti, è osservarli, lasciarli “parlare” attraverso le espressioni, misurarli con il barometro dell’umore. Uno sguardo sereno vuol dire che la preparazione è completata in modo eccellente, che le misure teoriche con la corsa sono state prese correttamente. Al contrario, come per tutti, occhi che ballano cercando non so cosa in tutte le direzioni rivelano agitazione, nervosismo, sintomi di qualcosa che non va, o di una paura. Anche lo stato di forma apparente, freschezza evidente o stanchezza, possono essere segnali rivelatori di carica positiva o che qualcosa non va. Le “misure” non sono precise, ma attendibili.

Coma e Il Principe: massima serenità

Qualche esempio. Marc Coma è semplicemente zen. Rilassato come prima di un barbecue nel giardino di casa sua. È evidentemente molto fiducioso, certo dei suoi mezzi. Gli chiederemo e scopriremo le ragioni. “Nani”, al contrario. È sembrato lievemente agitato. Troppo per una pur lunga verifica della “bride” della sua Mini. Vero che il Campione in carica della gara delle auto ha bisogno dei grandi spazi per esprimere il suo carattere di combattente, e che la “gabbia” della burocrazia lo rende nervoso, ma non è difficile individuare l’origine dell’ansia del Campione.

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Il Principe del Qatar è il vero incubo di Nani Roma

 

Il “pericolo”, Nani ce l’ha in casa, e si chiama Nasser Al-Attyia, favorito numero 1 al successo della 37ma edizione, con una macchina come quella dello spagnolo ma con lo sponsor “alternativo”, di per sé un fatto stridente se accade nello stesso Team. E infatti il “Principe” del Qatar è sereno come una Pasqua, ancora più sorridente, ilare e disponibile del solito. I suoi occhi esprimono solo una leggera impazienza a partire, una certa fretta di realizzare la sua doppietta.

Barreda e Botturi: il momento del riscatto?

Tra gli avversari dei due Campioni in carica, Joan Barreda appare molto concentrato, deciso a raddrizzare quel carattere che sino ad ora gli ha impedito, di conseguenza inibendo le ambizioni Honda, di ottenere quel successo che è tecnicamente più che alla sua portata. Tranquillo, decisamente sereno, è anche Alessandro Botturi, la “nostra” punta di diamante che ha completato l’operazione di passaggio al team Yamaha ufficiale e che si appresta, come dice il Gigante di Lumezzane, a salire un altro gradino. E sereno è anche il suo compagno di Squadra Olivier Pain, terzo lo scorso anno. Aria soddisfatta per Jordi Viladoms, secondo la scorsa edizione, vagamente preoccupato Ruben Faria, non ancora fuori da una serie “nera” di infortuni che dura da più di un anno, e addirittura allegro Toby Price, il talento australiano che entra nel novero KTM dei “pretenders”.

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La parata ha attirato come sempre un'enorme partecipazione


Tra gli “autisti”, detto di Roma e di Sainz, De Villiers appare il più indecifrabile, ma non è mai stato, il sudafricano, eccessivamente espressivo. L’americano Robby Gordon è di un altro pianeta, quello dei super eroi che si esprimono per sentenze, e non fa testo. Ha negoziato e ottenuto da Etienne Lavigne, direttore della Dakar, il permesso di effettuare il suo tradizionale salto del podio, e ha già promesso di vincere. Orlando Terranova, argentino dello Squadrone Mini, è spaccone e arrogante come al solito e non offre segnali interessanti. Mid-way, Carlos Souza, che porta in gara una Mitsubishi con un grande, storico potenziale, è calmo. Buon segno.

Peterhansel: affascinato dalla sfida Peugeot

Gamma completa di impressioni, infine, in seno al Team Peugeot. Il più emotivamente equilibrato è Stephane Peterhansel, calmo e concentrato. Anche a Carlos Sainz ballano un po’ gli occhi, ma è noto che il “Matador” traspone il senso del suo nome e vede rosso ogni volta che si accinge ad affrontare il “toro” della competizione. Cyril Despres, infine, è semplicemente felice. La sua nuova avventura con le auto lo ha “preso”, fascinato completamente. Parata cittadina lungo la dorsale fino alla piazza su cui si affaccia Casa Rosada, sede del potere esecutivo del governo argentino e “ufficio” della Presidente Cristina Fernandez de Kirchner, dove è stato posizionato il grande palco di partenza. Non c’è la folla oceanica delle prime edizioni, ma Buenos Aires si è fermata per un giorno per assistere alla “mossa” della Dakar 2015.


Per oggi è tutto, e domenica è il giorno della prima tappa “vera”, fino a Villa Carlos Paz, cittadina a un passo da Cordoba, 800 chilometri da Buenos Aires. Ci siamo!

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