Pininfarina lascia la Borsa dopo 40 anni: Mahindra si riprende tutto

Pininfarina lascia la Borsa dopo 40 anni: Mahindra si riprende tutto
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L'Opa da un euro per azione punta al 90% del capitale. Dietro il delisting la promessa di nuovi capitali e una trasformazione che non ammette vincoli. Ora la parola passa al Golden Power.
18 settembre 2026

Dieci anni dopo lo sbarco a Torino, il gruppo indiano Mahindra decide che la vetrina della Borsa non serve più. PF Holdings, la cassaforte che fa capo al colosso di Delhi e che già controlla il 78,8% di Pininfarina, ha lanciato un'Opa sul restante 21,2% del capitale. Obiettivo dichiarato: portare il marchio fuori dal listino.

Pininfarina Battista
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I numeri dell'offerta

L'operazione riguarda fino a 16,66 milioni di azioni, pari al 21,177% del capitale. Il prezzo messo sul piatto è di un euro per azione, con un premio del 20% rispetto alla chiusura del 15 settembre. L'esborso massimo si ferma quindi intorno ai 16,7 milioni di euro, una cifra contenuta per un gruppo delle dimensioni di Mahindra, ma sufficiente a riscrivere lo status della società.

Se l'Opa andrà in porto si chiuderà un capitolo aperto nel 1986, anno del debutto di Pininfarina in Borsa. Quarant'anni esatti di quotazione, archiviati proprio nel centenario della nascita di Sergio Pininfarina, figlio del fondatore Battista, detto "Pinin".

Perché il delisting adesso

Nella comunicazione al mercato, PF Holdings lega la scelta alla trasformazione strategica dell'azienda. Il passaggio chiave è questo: l'attuazione della strategia richiede "una trasformazione con un orizzonte pluriennale", percorso che potrebbe comportare "significativi apporti di capitale" nel breve e medio periodo.

Tradotto: servono soldi freschi, e la proprietà preferisce iniettarli senza i vincoli e i tempi di una società quotata. Pesano poi due fattori più prosaici, i costi amministrativi legati al mantenimento della quotazione e la scarsa liquidità del titolo sul mercato, con scambi troppo sottili per giustificare la permanenza sul listino.

Dall'era Angori alla gestione Dellachà

Il delisting arriva dopo un passaggio di consegne che aveva già fatto rumore. Silvio Angori, in azienda dal 2006, direttore generale dal 2007 e amministratore delegato dal 2009, ha lasciato nell'ottobre del 2025 dopo 19 anni. Sotto la sua guida Pininfarina ha completato il risanamento e cambiato pelle, abbandonando la produzione di automobili per conto terzi per spostare il baricentro su design, ingegneria, architettura e servizi.

Dietro la separazione consensuale erano emerse differenze di vedute con la proprietà indiana sulle strategie future. Ed è esattamente in quella fase che ha iniziato a circolare l'ipotesi di un'uscita dalla Borsa. Oggi il timone è nelle mani di Paolo Dellachà, che arriva da Automobili Pininfarina.

L'asticella del 90% e l'incognita Golden Power

PF Holdings punta a superare la soglia del 90% del capitale e ha già chiarito che, una volta raggiunto quel livello, non intende ricostituire un flottante sufficiente a mantenere il titolo quotato. Non solo: se l'uscita dal listino non dovesse arrivare direttamente tramite l'offerta, la holding si riserva di ottenere lo stesso risultato per altra via, ossia la fusione di Pininfarina in una società non quotata del gruppo.

Resta un passaggio non scontato. L'operazione è subordinata al via libera della presidenza del Consiglio nell'ambito del Golden Power, lo strumento che tutela gli asset considerati strategici per il Paese. Un marchio che ha disegnato l'immagine dell'automobile italiana nel mondo rientra a pieno titolo in quel perimetro.

Mahindra, nel 2015, aveva scelto di lasciare Pininfarina a Piazza Affari quando rilevò il 76% dalla famiglia fondatrice. Dieci anni dopo cambia idea. Il segnale è duplice: da un lato la volontà di investire davvero sul rilancio, dall'altro la fine della dimensione pubblica di uno dei nomi più riconoscibili del design automobilistico italiano.

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