Dakar

Dakar Rewind. Sud America. Un Viaggio Indimenticabile Durato 10 Anni. 13. Ultima Tappa: Caracas

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10 anni in due settimane, il Viaggio dell’ultima Dakar in Sud America per ripercorrere un’era del Rally più famoso del Mondo attraverso alcuni dei luoghi più significativi. Rally, Geografia e Emozioni indimenticabili

Somewhere, some days after. 13. 10° 28′ 50″ N, 66° 54′ 13″ W. Caracas. Venezuela. La Tristezza dell’Ultimo Viaggio. Che la Dakar stesse sloggiando dal Sud America, alla chetichella, non era noto né dato sapere. Come ricorderete avevamo notato che c’era qualcosa di “strano” nell’impianto logistico e nell’”umore” di Etienne Lavigne. Nel primo caso avevamo dato la “colpa” alla volontà di realizzare una Dakar in economia, e risparmiare così sul mancato guadagno derivante dal lungo braccio di ferro, perso, con quei Paesi che erano stati per quasi un decennio la gallina dalle uova d’oro. Nel secondo caso, beh, in fondo è nel carattere del Direttore essere a volte insopportabilmente scontroso, e quasi sempre semplicemente… scontroso. Quindi non era affatto una novità, in quel senso.

Anche quando avevamo ricevuto la “soffiata” che dall’America Latina era sparito tutto il materiale della logistica, mezzi, impianti, infrastrutture, eravamo rimasti increduli. E lo siamo stati fino a che le wherehouse non sono state completamente svuotate, dando al segnale la forza della certezza.

Non ci volevamo credere. Era troppo grossa!

Non molto dopo avremmo saputo dell’Arabia Saudita.

Senza saperlo, quindi, ma come sempre non preoccupandoci troppo oltre i giorni che stavamo vivendo, come sempre alla Dakar molto intensi, ci preparavamo a un “arrivederci” del tutto inaspettato. E niente di strano se, inconsapevolmente all’ultimissimo tuffo, avevamo progettato una delle nostre digressioni, questa volta del tutto “fuori rotta”.

Altra idea di Mr. Franco. Il viaggio di ritorno in due Tappe. Invece del volo Lima-Milano, perché non fare una sosta a metà strada? Perché non andare a curiosare da qualche parte lungo la strada del ritorno?

In Perù avevamo conosciuto un sacco di venezuelani, e già l’anno prima avevamo scoperto una realtà inquietante che sarebbe diventata, giorno dopo giorno, drammatica. Le notizie che raccoglievamo lungo la Dakar e i fuggiaschi da quel Paese meraviglioso che ci parlavano definivano un quadro sempre più doloroso.

Ecco perché avevamo in tasca i biglietti per Caracas.

Nei giorni della Dakar il Venezuela stava vivendo il sogno di un cambiamento. Erano giorni di grande entusiasmo, anche di grandi tensioni. Esattamente come i venezuelani, ci illudevamo che sarebbero stati giorni cruciali, di grandi manifestazioni di Popolo, di avvicendamenti e di rilancio.

Ci illudevamo.

Ci era bastata mezz’ora di Caracas per capire che quei cambiamenti erano drammaticamente urgenti. Eravamo scesi per vedere la Città e rendere visita a Vito Ippolito, l’ex presidente della Federazione Internazionale Motociclistica, un venezuelano che è cresciuto e si formato nel nostro Paese. Una cara persona.

L’incontro con il vecchio amico di Mr. Franco, bellissimo. La Città, bella e tormentata. La Gente. Disperata. Eppure incredibilmente dignitosa.

Per noi erano pochi giorni nel “tunnel” iper protetto di hotel, auto blindate, quartieri e ristoranti “sicuri”, ma per le strade era tutt’altra “atmosfera”. Non c’era cibo, non c’erano prospettive. Giorni di grande speranza in cui, si diceva, il Presidente Maduro se ne sarebbe andato, messo da parte dall’arrivo del Nuovo Presidente Guaidò. Non c’erano viveri, non c’era moneta. Gente in fila dall’alba per un chilo di farina, un giorno di lavoro per pagarsi una colazione, il giorno dopo non più sufficiente a causa dell’inflazione incontrollabile e abnorme.

Un mese di stipendio per un chilo di carne o di formaggio, un plateau di uova.

Asdrubal, l’amico e tuttofare di Vito, ci porta a vedere un supermercato, vuoto, un centro commerciale, vuoto. Gli esercizi che lavorano sono pochi, quasi tutti gli altri sono deserti. In strada è meglio non andare, non nel centro, in certi altri quartieri. Si ruba, si assalta. Non per denaro, per gioielli o orologi di prestigio. Si prende, anche con la violenza, per fame.

Non ci sntiamo bene, facciamo una fatica una fatica enorme a realizzare, infinita ad accettare, anche a credere. Il Venzuela. Spiagge dorate, sterminate riserve di petrolio, ricchezze “naturali”, bellezza, “boom”. Non è più così. La gente è povera, sempre più povera. Scappa dal proprio Paese. Milioni di venezuelani attraversano i confini a piedi, raggiungono Colombia, Perù, scendono fino in Argentina in cerca di fortuna. La fortuna di sopravvivere. Scarpe distrutte, piedi nudi avvolti negli stracci.

Siamo a disagio, fuori luogo, imbarazzati. Tristissimi. Ci sentiamo fortunati e impotenti. Un fremito di paura e uno di speranza. Sta cambiando. Sono i giorni cruciali e avremo avuto la fortuna di partecipare “dal vivo”, per le strade in mezzo a milioni di manifestanti. È la fine di un incubo collettivo.

L’ultima notte di Caracas c’è un’eclissi di luna strepitosa. Deve essere il segno della riscossa del Venezuela.

Sono passati sei mesi. Quel dollaro che valeva cinque giorni di stipendio, con il quale compravi una coca cola o mille litri di benzina, un trecentesimo di notte in hotel da una parte e una settimana di sopravvivenza dall’altra, nel quartiere accanto, continua a battere il ritmo dell’inflazione che affama il Paese.

Maduro continua ad avere “le ore contate”, Guaidò continua a bussare alla casa del Presidente reclamando il condominio. Sei mesi, uno o l’altro da un momento all’altro.

Sei mesi fa quel dollaro era cambiato a 2.500 Bolivar Venezuelani. Oggi, date un’occhiata alla pagina dolartoday.com, è arrivato a 9.500. Mentre scrivo continua a salire. Poi una settima scende, a riaccende la speranza. Falso allarme. La fame di sei mesi fa è moltiplicata ormai per quattro volte. Solo che la fame non è una corsa al record, è già di per sé un limite insuperabile.

Con 50 Bolivar non si compra niente, con 5 si fa il pieno di benzina. Ma non ci sono fogli da 5, e allora si lascia quello da 50 al benzinaio. Tanto tra un minuto non vale più nulla.

Sei mesi fa lasciavamo il Sud America con un nodo alla gola. È chiaro che non ci ha “emozionato” sapere, qualche tempo dopo, che la Dakar aveva fatto le valigie senza salutare nessuno.

In Venezuela la Gente non conta nulla, e dopo sei mesi è chiaro che non contano nulla nemmeno i presidenti, che si scontrano per rimanere da soli e si incontrano alle Barbados o in Norvegia per negoziare. Lo strano equilibrio regge all’infinito, e intanto le vere parti spolpano un Paese ormai ridotto all’osso. La gente? La fame? Non importa!

Tieni duro Asdrubal. Non può… durare!

Dakar. 10 anni di Viaggio indimenticabile in Sud America. 2009-2019

Anno. Paesi. Moto. Auto. Camion

2009. Argentina-Cile. Coma, KTM. De Villiers, Volkswagen. Kabirov, KAmaz.

2010. Argentina-Cile. Despres, KTM. Sainz, Volkswagen. Chagin, Kamaz.

2011. Argentina-Cile. Coma, KTM. Al-Attiyah, Volkswagen. Chagin, Kamaz.

2012. Argentina-Cile-Perù. Despres, KTM. Peterhansel, Mini. De Rooy, IVECO.

2013. Perù-Argentina-Cile. Despres, KTM. Peterhansel, Mini. Nikolaev, Kamaz.

2014. Argentina-Bolivia-Cile. Coma, KTM. Roma, Mini. Karginov, Kamaz.

2015. Argentina-Bolivia-Cile. Coma, KTM. Al- Attiyah, Mini. Mardeev, Kamaz.

2016. Argentina-Bolivia. Price, KTM. Peterhansel, Peugeot. De Rooy, IVECO.

2017. Paraguay-Bolivia-Argentina. Sunderland, KTM. Peterhansel, Peugeot. Nikolaev, Kamaz.

2018. Perù-Bolivia-Argentina. Walkner, KTM. Sainz, Peugeot. Nikolaev, Kamaz.

2019. Perù. Price, KTM. Al-Attiyah, Toyota. Nikolaev, Kamaz.

2020. Arabia Saudita. …

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