Per inviarci segnalazioni, foto e video puoi contattarci su info@moto.it
Le monoposto 2026 di Formula 1 richiedono ai piloti uno stile di guida pulito, che va a strozzare l’estro di chi è capace di portare il cuore oltre all’ostacolo, specialmente sul giro secco. È proprio la qualifica il frangente in cui il nuovo ciclo tecnico del Circus mostra i suoi limiti, con adeguamenti contro natura da parte dei piloti che tolgono mordente a uno spettacolo che si accende invece in gara. Lift and coast, marce scalate sul dritto, lentezza nelle curve veloci: tutto questo si nota chiaramente dagli on-board. Ma il motivo per cui queste vetture penalizzano il coraggio è ancora più sottile.
Lo ha spiegato bene a Shanghai Charles Leclerc, un pilota che ha fatto del senso per il giro secco un vero e proprio marchio di fabbrica. “Queste monoposto sono molto strane in qualifica. In passato uno dei miei punti forti era la capacità di prendermi dei grandi rischi in Q3 per estrarre di più dal pacchetto. Se si cerca di fare lo stesso ora, si genera confusione dal lato del motore, e si perde molto di più di quanto si guadagni”. Di fronte a un certo estro da parte del pilota, il sofisticato software delle power unit 2026 finisce per perdersi per strada, vanificando lo sforzo di chi è al volante.
Cercare di spingere la monoposto verso il suo limite prestazionale può anche sfociare in un errore. E in questo caso la perdita è doppia, perché oltre al tempo perduto per la sbavatura in sé si aggiunge l’handicap sul fronte della gestione dell’energia. “In qualifica a Melbourne rispetto a George ho sbagliato l’approccio a una curva in fase di accelerazione e questo ha fatto sì che il sistema andasse in confusione e perdessi sui due rettilinei successivi. Gli input di noi piloti devono essere precisi”, ci ha spiegato Andrea Kimi Antonelli nel giovedì di Shanghai.
Aggredire la pista, con un approccio audace alla ricerca del tempo, è un azzardo che nella Formula 1 di oggi diventa controproducente. “La costanza paga molto di più. La Q3 ora è meno entusiasmante, visto che non si può più spingere come si vorrebbe. Non è più un giro pazzo, non si può più coglierne uno, sfortunatamente”, osserva Leclerc. Ma questo ci priva di uno spettacolo unico, vedere un pilota che ridefinisce i contorni del possibile, portando la sua monoposto a toccare vette prestazionali insperate.
È una F1 a due facce, quella di oggi. Avvincente, per quanto possa essere artificiale lo show, in gare all’insegna di sorpassi e controsorpassi. Ma abulica in qualifica, specie per chi una volta avrebbe potuto fare la differenza sfruttando l’istinto e che oggi, invece, deve anteporre per forza di cose la ragione al sentimento. Con il passare del tempo – e magari con qualche correttivo – i piloti troveranno la chiave per fare la differenza, sfruttando al meglio le armi a loro disposizione. Ma l’aggressività continuerà a non pagare.
È inevitabile che sia così, vista la centralità del nodo della gestione dell’energia sull’andamento in pista. Essere “sporchi” – che sia per i capricci della vettura in sé o per il modo in cui la si guida – aumenta inevitabilmente i consumi. Ma questo priva dello spettacolo creato da piloti in grado di muoversi sapientemente sul filo sottile che separa l’impresa dall’errore. Talenti come Charles Leclerc, rimasti spiazzati da un cambio di paradigma che ha spuntato la loro arma migliore per fare la differenza.