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Arvid Lindblad non vuole correre troppo, almeno fuori dalla pista. Dopo un debutto da sogno in Australia, impreziosito da una zona punti, il talento della Racing Bulls si è presentato a Shanghai con un approccio lucido che ha detto molto della sua maturità nonostante la giovanissima età, appena 18 anni. “Sto cercando di restare nel momento e non farmi trasportare troppo – ha spiegato –. È stato un weekend speciale, ho lavorato tutta la vita per arrivare in Formula 1, ma ora penso a quello che mi aspetta”.
Un reset totale, gara dopo gara. È questa la filosofia del pilota cresciuto nel vivaio Red Bull, che non vuole lasciarsi influenzare né dall’entusiasmo né dalle aspettative. “Ogni weekend è diverso. Quello scorso è andato bene, ma non voglio che questo porti a compiacimento”. Nessun obiettivo dichiarato sul breve periodo: Lindblad guarda alle prime sei gare nel loro complesso, segno di una visione già strutturata e poco incline agli sbalzi emotivi.
Nel paddock, però, qualcosa è cambiato davvero: l’assenza di Helmut Marko, figura centrale nella sua carriera e allontanata dal ruolo di consulente Red Bull al termine della scorsa stagione. Un vuoto che Lindblad non nasconde. “Ho un rapporto molto speciale con lui. Mi ha portato nel programma Red Bull quando avevo 13 anni ed è una grande ragione per cui ho questa opportunità. È triste non averlo nel paddock”. Eppure il legame resta saldo: una telefonata dopo Melbourne, parole di elogio ma anche equilibrio. “Mi ha detto di non esagerare, è solo una gara. Era molto felice, ma in Formula 1 le cose cambiano velocemente”.
Parole che fotografano anche al nuovo clima interno alla galassia di Milton Keynes: positivo, ma consapevole della volatilità di questo nuovo ciclo tecnico. Un ciclo che ha già acceso il dibattito, soprattutto dopo le dichiarazioni di Max Verstappen in Bahrain, che ha paragonato la nuova Formula 1 a una “Formula E sotto steroidi”. Un commento forte, che Lindblad ha ridimensionato con pragmatismo. “Ho rivisto la gara e per alcuni è stata diversa rispetto allo scorso anno, ma per me non è stata così negativa. È così che andrà la Formula 1 quest’anno, non ha senso lamentarsi: dobbiamo solo lavorare per ottenere il massimo”.
Le nuove power unit e la componente elettrica più marcata stanno cambiando profondamente il modo di correre, imponendo ai piloti una gestione strategica ancora più raffinata. “La cosa più importante è come e quando usare l’energia. È qualcosa che tutti stanno cercando di capire, team e piloti”. Una fase di apprendimento collettivo, in cui anche un rookie può trovarsi su un piano quasi livellato rispetto ai veterani.
E proprio sul paragone con la Formula E, Lindblad ha portato una prospettiva interessante, anche per i legami personali con il paddock della serie elettrica. Il suo coach è infatti Oliver Rowland, campione in carica della categoria, figura di riferimento nella sua crescita. Non a caso, il giovane britannico era presente nel garage della Nissan a Jeddah un mese fa. “Sono andato lì per supportarlo, è come una famiglia per me. Ma non è stato un compito a casa: la Formula E è una categoria completamente diversa”.