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“Se mi sono già reso conto di essere diventato davvero un pilota di Formula 1?”: Arvid Lindblad riflette molto, prima di rispondere a una domanda. Pondera attentamente, con i grandi occhi scuri intrappolati nella concentrazione, pesando le sue parole. Sembra decisamente più grande dei suoi 18 anni, l’unico rookie della stagione 2026 di Formula 1, con il suo fare riflessivo, così lontano da ogni foga giovanile. “Non penso di averlo ancora pienamente realizzato”, ci racconta quando lo incontriamo all’hospitality della Racing Bulls durante i test in Bahrain.
“Sicuramente – osserva - ci sono già stati dei momenti piuttosto speciali: quando mi hanno comunicato che avrei debuttato in F1 e quando è stato fatto l’annuncio, ma anche la presentazione della stagione con Red Bull e Ford a Detroit e i test a Barcellona. Credo che me ne renderò conto davvero solo a Melbourne, però”. Sarà un nuovo inizio, il coronamento di una passione per le corse che ha radici lontane. “Viene dalla famiglia di mio papà. Mio nonno è un grande appassionato di motorsport, guarderebbe qualsiasi competizione con qualcosa con delle ruote e un motore”.
“Ha trasmesso questo suo amore a mio padre, che per qualche tempo si cimentò nel motocross. Dovette smettere, ma la passione era ormai stata trasmessa, ed era destinata a passare anche a me”. Anche per il piccolo Arvid cominciò tutto con il motocross, a soli tre anni, prima che la mamma ponesse un freno. “Era troppo per lei”, spiega Lindblad. Poi, a cinque anni, il colpo di fulmine con un kart. “Il mio percorso cominciò per volontà mia, ma mio padre è sempre stato presente in ogni fase della mia carriera, specialmente nei kart”.
Nato nel Regno Unito da mamma Anita, indiana, e papà Stefan, svedese – “una combinazione piuttosto rara e variegata, che mi ha reso chi sono oggi” – Lindblad ha assorbito tutte le tradizioni dell’humus così peculiare in cui è cresciuto. “Sono stato molto esposto alla cultura inglese, a quella svedese e a quella indiana. I miei nonni sono degli indiani molto tradizionalisti. Quando sono andato in India per la prima volta due anni fa, è stato divertente vedere quanto i costumi siano simili a tutto quello a cui ero stato esposto. Vale anche per la Svezia, che visito spesso. Credo che le tre culture siano accomunate da valori come il duro lavoro, l’umiltà e la gratitudine. Valori che cerco di rappresentare in prima persona”.
Mentre cresceva assorbendo culture diverse, Arvid si rivedeva in Hamilton, l'uomo che per certi versi gli si avvicinava di più. “Sentivo una connessione con lui. Il suo primo anno in F1 fu l’anno in cui nacqui. Era l’unico pilota di colore, e stava vincendo moltissimo quando mi appassionai a questo sport”. Sarebbe stato difficile pensare, allora, che Arvid potesse diventare un suo collega. Ma la vita sa stupire. È surreale per Lindblad poter parlare con Hamilton? “Sicuramente. Mi ricordo quando avevo quattro, cinque, sei anni e mi mettevo sul divano a guardarlo correre, vincere gare, mondiali. Poter essere con lui in pista dopo averlo seguito per così tanti anni in TV è speciale”.
Se Hamilton è stato l’esempio da emulare, c’è un’altra figura molto importante nella crescita di Lindblad. “È soprattutto grazie al Dottor Marko se sono qui ora”, spiega. “Nonostante l’ambiente competitivo, ero sempre focalizzato su me stesso. Non mi paragonavo agli altri. Sapevo che mi avevano scelto perché credevano in me. E soprattutto lavorando con Rocky (Guillaume Roquelin, responsabile del vivaio Red Bull, ndr) e con il Dottor Marko, mi sono concentrato su quello che potevo imparare, su come potevo lavorare. Se penso al periodo nel Junior Programme, mi viene più che altro in mente il supporto che ho ricevuto, e che mi ha plasmato nel pilota che sono oggi”.
È lo stesso approccio che Lindblad intende avere anche in Formula 1? “Sì. Ovviamente è naturale guardare ai rivali, è parte della competizione. È difficile rimanere sempre esclusivamente concentrati su sé stessi. Ma capire in cosa posso migliorarmi è ciò che mi renderà più veloce. Paragonarmi agli altri no”. È questa la ricetta per emergere, ora che lo shock della prima volta su una F1 è ormai lontano. “È un passo in avanti gigantesco rispetto alla F2. Sono stato abbastanza fortunato da provare monoposto F1 della generazione precedente, e sono estremamente veloci. La potenza è maggiore, ovviamente, ma a impressionarmi sono stati il grip e la deportanza”.
Nella sua scalata verso il successo, Lindblad può contare anche su Max Verstappen, che definisce “una fonte di ispirazione per il suo atteggiamento, per i suoi valori”. “Penso che il modo in cui si comporta sia ammirevole. Mi sono rivolto a lui per dei consigli, ed è sempre stato molto disponibile. Quando gli chiedo qualcosa, non si limita a una risposta stringata. Cerca davvero di essere d’aiuto. Nonostante abbia ottenuto così tanto successo in questo sport, è così umile. Penso anche che i nostri percorsi verso la F1 siano stati simili, molto rapidi. Mi capisce molto bene, ed è bello poterne parlare con lui”.
Lindblad arriva in F1 in tempo per vivere una rivoluzione tecnica talmente profonda da richiedere un cambio di approccio per il pilota. “Ci sono dei pro e dei contro. Sicuramente è un modo di guidare diverso da quello a cui sono abituato. Non mi è mai capitato di pensare al motore nelle altre categorie in cui ho corso. L’importante era spingermi al limite del mezzo a mia disposizione. È una nuova sfida molto interessante, tutta da scoprire con il mio team. Il motore Red Bull-Ford finora ha funzionato molto bene”.
Il nuovo pilota di casa Racing Bulls, però, non vuole sbilanciarsi troppo sulla power unit di casa Red Bull. “È molto difficile sviluppare un motore subito competitivo facendolo per la prima volta, non era scontato. Realtà come Mercedes e Ferrari producono motori da tantissimo tempo. Non voglio parlare troppo, perché la verità è che siamo solo alla fase dei test. È ancora presto, ma finora è stato notevole”. È l’approccio misurato di un pilota che, come i suoi coevi, sembra più preparato al salto verso la F1 di quanto non lo fossero i giovani talenti di qualche anno fa. “Penso sia così in tutti gli sport - riflette Lindblad -. Con il passare del tempo, la tecnologia si evolve e si assiste a innovazioni da ogni punto di vista”.
“Inoltre, più si è giovani, più si è stati esposti alla tecnologia sin da piccoli. Basti pensare alla quantità di dati e agli strumenti che abbiamo a nostra disposizione oggi. Per me è normale sin dai tempi dei kart, mentre i piloti più esperti dello schieramento, come Lewis e Fernando, lo hanno sperimentato solo in F1. E poi c’è la simulazione, sempre più rilevante”. Della sua stessa generazione è il suo compagno di squadra, Liam Lawson. “Andiamo d’accordo. Ci siamo conosciuti ai tempi in cui eravamo entrambi nel programma giovani della Red Bull, e mi ricordo che era molto amichevole. Non vedo l’ora di condividere il box con lui”.
Lindblad arriva in F1 facendo tesoro dei momenti più difficili della sua carriera. “Gli intoppi sul percorso sono parte della storia di un atleta. Direi che alcune fasi del mio anno in F2 non sono state semplici. Ma sono contento che sia andata così, perché ne ho tratto tanti insegnamenti e mi hanno preparato meglio a questa stagione”. Un campionato che Arvid vuole affrontare con i piedi per terra, senza fare troppi proclami.
“È difficile rispondere ora - ci spiega quando gli chiediamo quale possa essere un obiettivo realistico per la sua prima stagione in F1 -. Ci sono ancora così tante incognite. Per il momento, mi concentro sul lavoro con il team in pista e in fabbrica al simulatore per prepararmi al meglio. Per il resto, vedremo a Melbourne”. Pragmatico, riflessivo, con forti radici che lo hanno fatto crescere con la capacità di resistere anche alle pressioni più forti: così è Arvid Lindblad, il classe 2007 unico debuttante assoluto della F1 2026.