Per inviarci segnalazioni, foto e video puoi contattarci su info@moto.it
Il cronometro parla chiaro quando la Rossa numero 1, accompagnata dall assordante grido del V10, si appresta ad affrontare la Nouvelle Chicane, una volta uscita dal tunnel. +219 millesimi. Un’eternità, considerando quanto è breve il tracciato del principato ma soprattutto considerando che lì davanti c’è l'imprendibile Williams FW18 di Damon Hill. Ma se c’è qualcuno in quel 1996 che quel distacco lo può cancellare, si trova proprio al volante di quella Ferrari.
Perché si sa, i muretti di Monte Carlo sanno forgiare il talento come nessun altro circuito del Mondo e infatti quando la F310 supera il traguardo lo fa tra l’incredulità generale. -510 millesimi. In sintesi più di 7 decimi recuperati in un solo settore.
Basta il sorrisetto serafico di Jean Todt, seduto al muretto, a riassumere la situazione. Dopo la pole di Imola un altro capolavoro, stavolta però partire primo ha un valore molto più grande. L’occasione per agguantare la prima vittoria della stagione è fin troppo ghiotta ma quello che il sabato era un sogno la domenica si trasforma in un incubo.
Complice anche la copiosa pioggia e la capricciosa frizione della Ferrari, Schumacher prima sbaglia la partenza facendosi sopravanzare dal rivale poi nella foga di recuperare, come un debuttante qualunque, scivola sul cordolo bagnato di Mirabeau. Macchina a muro e gara finita dopo nemmeno un giro.
Poco importa che ti chiami Michael Schumacher; se guidi la Ferrari un errore del genere è inaccettabile. Il tedesco lo sa e fa mea culpa ma già qualcuno comincia a storcere il naso. Tanti miliardi spesi e pochi risultati, una macchina che non va, un team principal che piace a pochi. “Meglio un Alesi oggi che cento Schumacher domani” dice qualche tifoso. In Spagna, due settimane dopo, c’è l’obbligo di resettare e di voltare pagina.
Certo è che la monoposto del 1996 non rende la vita facile ai suoi piloti. La F310 oltre ad essere probabilmente la terza forza dietro la Williams e la Benetton in termini di velocità, è anche parecchio fragile ed afflitta da svariati problemi progettuali. Inoltre, il tecnico tracciato catalano è probabilmente uno dei meno adatti alla Rossa, che tra le altre cose soffre parecchio il caldo che spesso accompagna la gara spagnola. A Monaco la selettività del tracciato e il talento del tedesco avevano mascherato le carenze della macchina ma pensare di tornare in pole, o addirittura di vincere, va ben oltre la fantascienza.
Il tedesco osserva la Williams e constata una netta superiorità dal punto di vista della stabilità. Lo stesso Irvine, dopo aver fatto segnare il miglior tempo nelle prove libere, si guarda bene dal farsi illusioni per un risultato di rilievo. Al momento di segnare i tempi per la griglia infatti la realtà torna a presentarsi in faccia al Cavallino. Hill primo, Villeneuve dietro di lui. Schumacher è terzo staccato di quasi un secondo mentre Irvine sesto dietro le Benetton ne accusa più di uno e mezzo.
Sembra tutto apparecchiato per il ritorno alla vittoria della scuderia inglese ma così come a Monaco, 2 settimane prima, il colpo di scena si materializza sotto forma di acqua, precisamente quella che il sabato pomeriggio comincia a cadere dal cielo della catalogna.
Al risveglio della mattina successiva non ha smesso di piovere e anzi non sono previsti miglioramenti. Nel warm-up di domenica Frentzen ha anche un brutto incidente fortunatamente senza conseguenze e l’effettiva partenza del Gran Premio viene messa in dubbio, ma considerato che il moderno tracciato catalano è dotato delle migliori tecnologie per il drenaggio dell’acqua si decide di partire comunque dalla griglia, con partenza da fermo.
Alle 14 di domenica 2 giugno parte così il GP di Spagna, in un clima ben lontano da quello di un tipico giugno catalano.
Per le Williams va tutto secondo i piani, Villeneuve sopravanza Hill e si issa in testa, seguito a ruota dal compagno. Per Schumacher invece la gara comincia subito in salita poiché la frizione della sua Ferrari gli gioca di nuovo un tiro mancino e la F310 rimane quasi piantata sul rettilineo venendo per miracolo evitata da tutti i piloti che la seguono.
Mentre il tedesco scivola inesorabilmente a metà gruppo, Il caos della partenza causa il ritiro immediato di 3 piloti. Dopo il primo giro tocca alla seconda Ferrari di Irvine ad andare fuori gioco a causa di un testacoda. La giornata dei ferraristi si prospetta quindi più grigia del cielo di Montmeló ma Schumacher non molla, e nel caos dei primi minuti comincia a risalire la classifica in una nuvola d’acqua.
Il tedesco è consapevole che la pioggia sia l’unico fattore in grado di livellare le prestazioni della sua Ferrari con le FW18, sembra anche che la squadra abbia scelto di portare in pista il muletto che è stato appositamente preparato per condizioni di pista da bagnato estremo.
Così, mentre i rivali cominciano a remare sulla pista allagata, Schumacher prende in mano la F310 e comincia letteralmente a volare. Prima Barrichello, poi Hill che va pure in testacoda, e poi ancora Berger e Alesi. Tutti vengono infilati giro dopo giro tra la curva Repsol e l’insidioso tornante Seat, dove il Kaiser vede traiettorie e spazi che nessun altro pilota è in grado anche solo di immaginare.
Già al 12° giro tocca a Villeneuve, superato come se nulla fosse proprio mentre il compagno Hill si ritira definitivamente dopo l’ennesimo testacoda. La F310 spesso viene ironicamente paragonata ad una vasca da bagno, per via delle forme tozze e delle prestazioni non proprio esaltanti, ma quel giorno sembra di vedere un fuoribordo contro delle barchette a remi.
Da quel momento in poi la lotta per il primo posto sostanzialmente si esaurisce in quanto Schumacher comincia ad imprimere un ritmo da marziano che di media si attesta tra i 3 e i 4 secondi più veloce. Dietro di lui rimangono letteralmente a galla solo i più impavidi e i più talentuosi. Non a caso è Jean Alesi l’unico che riesce anche solo lontanamente a non farsi infliggere distacchi abissali dal ferrarista, riuscendo a tallonare Villeneuve per gran parte della gara prima di issarsi al secondo posto.
Come da migliore abitudine però, la F310 comincia a fare i capricci quando 2 dei suoi cilindri decidono improvvisamente di dire basta. La tensione nel box, e nei salotti dei milioni di ferraristi, si fa sempre più densa mentre il canto del V10 si trasforma in un sordo gracchiare. Schumi però non fa una piega, anche in quelle condizioni è in grado di amministrare il vantaggio e nei momenti di noia si toglie anche il lusso di scherzare via radio con il suo ingegnere: “Fa freddo qui fuori, dovremmo pensare ad un sistema di riscaldamento”.
Quel giorno è più forte di tutto e di tutti.
La Rossa numero 1 veleggia così verso il traguardo, dove transita alla fine dei 65 giri poco prima del limite delle 2 ore. Sarà l’unico a farlo in quanto Alesi e Villeneuve arriveranno quasi un minuto dopo, separati a loro volta da 3 secondi. Similmente a quanto era accaduto a Monaco due settimane prima, dove solo 4 vetture erano arrivate al traguardo, anche in Spagna i superstiti saranno appena 6. Dietro i primi 3 arriveranno, tutti doppiati, Frentzen, Häkkinen e Diniz, al primo arrivo a punti in carriera.
Per Schumacher si tratta della 20esima vittoria, la prima di 72 con la Ferrari e forse una delle più belle della sua carriera. Il dopo gara si trasforma poi in estasi. C’è chi come Montezemolo paragona l’impresa di Schumi al capolavoro di Senna a Donington del 1993 chi invece, dimenticando la delusione di Monaco, grida al miracolo e alla resurrezione della Rossa. Anche Ecclestone, dall’alto della sua imparziale autorità si azzarda a zittire chiunque avesse messo in dubbio la scelta del Cavallino di affidarsi al Campione del Mondo.
Qualcuno, sull’onda dell’entusiasmo, arriva addirittura a dire che il Mondiale sia improvvisamente riaperto. La realtà però si rivelerà ben lontana da questa passeggera illusione.
Schumacher non arriverà al traguardo in nessuna delle tre gare successive, preda di un grave problema tecnico dopo l’altro mentre Irvine dopo lo 0 della Spagna, vedrà la bandiera a scacchi solo una volta nelle ultime 9 gare. Un disastro. Alla Ferrari non resta quindi che affidarsi al suo “Rainmaster”, l’unico in grado di raccogliere le poche briciole lasciate dalle due Williams. A fine stagione arriveranno altri 4 podi e soprattutto altre 2 vittorie a Spa e a Monza. Una manna dal cielo, in vista di un 1997 che sancirà la definitiva risalita del Cavallino.
La vittoria di Barcellona rimane ancora oggi uno dei capitoli più esaltanti della storia di Michael Schumacher e della Ferrari. In un pomeriggio da giudizio universale, elevandosi al di sopra di un mezzo meccanico imperfetto, il tedesco mise in pratica una dimostrazione di totale controllo e onnipotenza alla guida che viene tuttora ricordata come un’impresa leggendaria, con pochi eguali nella storia della Formula 1.