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Il Bar della Dakar 2020. Privatoni e Geni. Inediti e Diabolici

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La Dakar delle moto si ferma per Paulo Gonçalves, la vittoria di Serradori richiama alla mente quella di Marmiroli, e il secondo posto di Alonso apre una finestra su una autentica possibilità…

Wadi Al Dawasir, Arabia Saudita, 13 Gennaio 2020. È vero, il Bar oggi dovrebbe star chiuso. Trovare un angolo di pace di cui parlare il giorno dopo la morte di un Pilota è un po’ chiudere gli occhi di fronte alla tragedia, ma c’è anche pace e bellezza il giorno dopo a Wadi Al Dawasir. La Dakar è rimasta tremendamente scossa dall’incidente fatale a Paulo Gonçalves, e gli organizzatori hanno fatto bene, al di là dell’opportunità logistica, ad annullare la successiva Tappa della gara delle Moto. Un incidente tragico come quello occorso a Gonçalves non accadeva dal 2015. Non si può dimenticare, ma non ci si può illudere sperando che la serie positiva duri all’infinito. Di passi avanti per limitare i rischi ne sono stati fatti tanti, ma non saranno mai abbastanza.

I motociclisti sono rimasti al bivacco di Wadi Al Dawasir e hanno ulteriormente rinforzato la saldatura della grande famiglia dei Dakariani. Molta introspezione, tristezza, ma anche grandi abbracci e storie, aneddoti e commozione, con qualche sorriso alla bellezza dei ricordi. Qualcuno non ha aperto bocca per tutto il giorno, altri hanno raccontato, soprattutto di Paulo.

I Motociclisti sono rimasti da soli, soli e uniti nella vicinanza al Pilota scomparso, omaggio collettivo al Pilota, all’amico, al compagno di squadra scomparso. Gli Automobilisti, quasi in un segno di rispetto, hanno celebrato la solidarietà mandando in scena una grande Tappa di Dakar. Pressoché inedita nel risultato, Serradori, Alonso, Terranova, forte nella citazione di uno dei moventi storici del Rally, la vittoria di un Privato in una Tappa delle Auto mancava, credo, da ben 32 anni, e propositiva nella rivelazione di Fernando Alonso.

 

Marmiroli e Montebelli

Il risultatone di un “privatone” mi fa sempre venire in mente l’exploit di Massimo Marmiroli e Massimo Montebelli alla Dakar del 1993. Roba da pelle d’oca. Era la Dakar più povera della storia, appena 153 partenti, di cui 46 Moto, e fu anche l’ultima alla cui testa c’era Gilbert Sabine, il padre di Thierry. Il risultato era scontato, Peterhansel si avviava a conquistare la terza vittoria consecutiva, Orioli era al debutto, episodico allora, su una Mercedes 600 TE prototipo di Pelanconi, bella ma poi non molto fortunata, un manipolo un po’ polemico di Piloti si perse sula via di Tamanrasset e tentò di ricongiungersi alla carovana a Adrar, Arcarons aveva vinto cinque Speciali consecutive ma le avrebbe prese anche quella volta da “Peter”.

Montebelli correva con una Yamaha, alla fine se le faceva o le “correggeva” lui, Marmiroli portava in dote una Gilera ripescata da Nazareno Falappi con l’intento di continuare a scrivere la storia sportiva del Marchio che stava per chiudere. Era, in pratica, una Silhouette originale del 1991, rivisitata e dotata del motore rigorosamente di serie della RC600.

Era la 11ma Tappa, l’anello Atar-Atar di 270 chilometri, 220 dei quali di Prova Speciale. Come spesso accade, gli anelli non portando da nessuna parte e sono degli esercizi di navigazione, vinse Massimo Marmiroli, di pochi secondi davanti a Massimo Montebelli. Gli annali fissano nella caduta di Peterhansel il motivo dell’uscita dagli schemi, in realtà la ragione fu ben diversa. Montebelli e Marmiroli co-firmarono un vero e proprio capolavoro, non solo centrando la navigazione perfetta, ma riuscendo anche a “scomparire” dai radar degli inseguitori. Non fu una vittoria del singolo, i Privatoni erano due, Montebelli impostò la rotta e Marmiroli vinse in virtù dell’ordine di partenza. Epilogo glorioso, Montebelli chiuse quella Dakar all’ottavo posto, Marmiroli al decimo. Arcarons vinse ancora due Tappe, aggiudicandosi in totale oltre la metà di quelle disputate, Peterhansel il Rally.

 

David Castera
David Castera

Buoni e "cattivi"

La grande novità di oggi, epoche e date, è invece il secondo posto di Fernando Alonso e Marc Coma. Uno vero, insomma, che si sovrappone a uno indiscutibile. Ambedue si rimettono in gioco, e a parte l’aspetto mediatico della vicenda, hanno abbastanza da perdere da passare almeno un’estate a farsi deridere. Finalmente la scommessa è vinta ed è possibile sciogliere anche le ultime riserve sulla competitività del bi-Campione del Mondo di Formula 1.

 

Analogamente non si può pensare a un Marc Coma Navigatore di secondo livello in una macchina che “rischia” di vincere. Dunque l’Uno guida forte anche oltre i cordoli della pista, in questo caso praticamente “verso l’infinito e oltre”, e l’Altro può pregiarsi di ritenere di altissimo livello anche la sola metà del genio che metteva al lavoro, supponendo l’altra metà dedicata al controllo della guida, per vincere tutto e 5 Dakar.

 

Anche in questo caso alcune circostanze si sono rivelate favorevoli all’exploit, ma bisogna ricordare, e sottolineare, che quasi sempre c’è un fattore, un vento che soffia nella giusta direzione. Gli episodi nei quali un Pilota ha scatenato un inferno mettendo nel tritacarne gli avversari non sono così tanti, nella storia della Dakar, come sembra. Il più delle volte, infatti, la vittoria arriva per somma di qualità e per controllo globale. Piloti giustizieri si son visti poche volte, e il più delle volte perché “provocati”. È il caso di Peterhansel, di Meoni, Al Attiyah, Vatanen, De Rooy, lo stesso Coma in taluni... casi. Giustizieri, ma solo di rado “cattivi”.

 

Mathieu Serradori e Fabuian Lurquin
Mathieu Serradori e Fabuian Lurquin

Loeb e Alonso

Dunque il secondo posto di Alonso-Coma promuove il duo a pieni voti e, così come era avvenuto per Sébastien Loeb, accende l’interesse autentico per un Equipaggio…vero. Di fuoriclasse, di personaggi chiave. Oserei dire un binomio diabolico.

 

A parte il risultato, c’è un aspetto della questione che è particolarmente interessante. Spesso alla Dakar si arriva per strade inconsuete. È il caso delle “star”, tirate dentro da operazioni di marketing ma non sempre così vicine all’”argomento” da subirne il fascino. In questi casi capita che il “big” si senta a disagio, che non riesca ad adattarsi rifiutando anche solo di ambientarsi. Sono le star da un colpo e via, non le rivedrete mai più.

Il caso di Alonso è abbastanza definito. Una Dakar. Poi basta. C’è ancora un conto in sospeso con Indianapolis, e l’attesa di un regolamento di Formula 1 che lo faccia ricredere. Però c’è anche il gran sorridere di oggi, spontaneo e visibilmente incontenibile.

 

Morale. Anche Loeb è arrivato alla Dakar pian piano, da turista, da osservatore, finalmente da Pilota del Dream Team. Una volta e basta, per provare, diceva. Non se n’è più andato, e quando Peugeot ha chiuso il progetto Seb si è fatto prestare una 3008 DKR ed è tornato da privato!

 

E Alonso, che farà?

Adesso cercherà di vincere una Tappa, state sicuri. Se dovesse riuscirci scommetto che poi non lo reggerete più. Se invece non dovesse riuscire a vincere in questa edizione, beh, ecco un buon motivo per tornare per lavare l’onta!

 

 

© Immagini ASO/DPPI/Delfosse/Flamand/LeFloch/Vargiolu/Gooden – X-raid – RedBull Content Pool

Alonso e Coma
Alonso e Coma

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