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Il Bar della Dakar 2020. Sospesi a un filo

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Non vorremmo dire che la Dakar è il frangente più delicato della vita, ma è certo che mettere insieme 8.000 chilometri di operazioni riuscite non è un obiettivo facile da controllare. Come fidarsi di milioni di giri di un motore

Riyadh, Arabia Saudita, 10 Gennaio 2020. Dire che si è alla giornata di riposo e quindi a metà dell’opera non è corretto. È vero solo se si riduce la Dakar alla somma di dodici tappe e si considera che sei sono state spuntate dalla lista. La spesa non è finita. Una castroneria, insomma. L’”opera” arriva solo oltre il traguardo finale. Gli obiettivi intermedi sono come i contachilometri o registratori di passi. Non influiscono minimamente sul futuro. Non lo determinano, non lo avvicinano.

Questo per richiamare l’attenzione sul valore dell’incertezza, sempre grande nella vita, colossale alla Dakar. Qualche esempio raccapricciante, di quelli che capitano a fagiolo per alzare il livello della tensione.

Johnny Aubert. Due volte Campione del Mondo di Enduro. Pilota di talento e cervello fino. Uomo paziente, Pilota equilibrato. È tornato alla Dakar con Sherco. Non per vincere, bensì per fare bene, come l’esperienza Gas Gas, quando risalì su una Moto da Rally che era una KTM e che sarebbe poi diventata ancor più KTM con la joint venture dello scorso anno. Insomma, gara accorta.

Dopo 470 chilometri di Speciale, Aubert cade. Trauma cranico e costale, il Pilota è preso in carico dai Medici della Dakar e trasferito in ospedale. Gara finita. Mancavano due chilometri alla fine della Speciale. Di una settimana di Rally solo un tratto tutto praticamente in vista da completare per poi andare al riposo. Johnny non è stato salvato dal gong, è andato al tappeto quando l’arbitro stava già consultando il cronometro, richiudendo il taccuino. C’est le Dakar!

 

Johnny Aubert
Johnny Aubert

C'est le Dakar!

Perfidia. A cinquanta chilometri dall’arrivo Toby Price distrugge una gomma, aspetta che arrivi Short a dargli la sua e perde 15 minuti. Stava recuperando su Brabec, era in tabella di marcia. Capita. Quante mousse fuse? Quanti arrivi sul cerchio? Nella storia della Dakar non si contano. A volte è colpa del Pilota, a volte del caso, a volte del costruttore, che non può risolvere certi misteri del materiale.

Capita. Nessun dramma. Pochi chilometri più in là, invece, mentre Brabec va a vincere con il suo secondo capolavoro, si consuma un piccolo dramma. La moto di Kevin Banavides, compagno di squadra dell’americano, si spegne. Morta. Era il compleanno di Kevin, che stava recuperando sui colleghi dimostrando ancora una volta di essere un Pilota che può vincere la Dakar. Nemmeno questa volta, però. C’est le Dakar!

 

Inquietudine. È quasi il paradosso. Un Pilota va a vincere e si ritrova con venti minuti di vantaggio, l’altro che era a un passo è rigettato indietro di sei ore. Ripartirà, certo, con il morale sotto gli stivali. La stessa moto. L’ago della bilancia. I tecnici “indagheranno” sulle cause del malore della moto di Benavides. In fretta perché c’è da prendere una decisione su quella di Brabec.

Quando introdussero le 450 cambiare il motore alla giornata di riposo era praticamente obbligatorio. Poi l’affidabilità è cresciuta enormemente e oggi un 450 da gara di Dakar ne può fare due. Ma resta sempre il dubbio. Cambiare un motore “costa” 15 minuti di penalità. Praticamente il vantaggio che ha ora Brabec su Price. Il regolamento viene in aiuto dell’americano. È possibile, infatti, cambiare la parte termica, cilindro, pistone, anche la testa. I due semicarter sono sigillati, si può intervenire sulla termica senza togliere il propulsore dal telaio (gioielli di ingegneria), ma se si preferisce lavorare al banco bisogna chiamare un commissario, chiedergli di togliere treccia e piombo che legano il motore a una vite del telaio, e richiamarlo per l’operazione contraria, visto che motore e telaio devono essere solidali. Quindi, se l’indagine dirà che il guasto di Benavides è nella parte termica non cambia niente, se invece è più in basso si apre il dilemma. Cambiare e annullare il vantaggio, o rischiare? Tutto questo nasce meno di cinquanta chilometri dal riposo. C’est le Dakar!

 

Kevin Benavides
Kevin Benavides

Aggiornamenti. Quad. Simon Vitse vince la Tappa e Giavanni Enrico si deve ritirare con il motore rotto 200 chilometro dentro la speciale. Sonik sale al terzo posto e Vitse al secondo, ma Ignacio Casale è sempre più indisturbato in testa alla Gara dei piccoli “ibridi”, 38 minuti di margine da gestire.

SSV. Altra giornata rocambolesca, non se n’è salvata una sola dagli attacchi dei colpi di scena. Questa volta, tuttavia, la rivoluzione serve per rimettere le cose al posto giusto. Francisco “Chaleco” Lopez vince e torna in testa alla Gara delle “macchinine, Gerard Farres è secondo davanti a Reinaldo Varela. Sia lo spagnolo che l’ex re brasiliano hanno senz’altro qualcosa da discutere con la fortuna.

Nella generale a metà Dakar alle spalle di “Chaleco” sono tornati l’americano Currie, nove minuti di ritardo, e il russo Kariakin.

Elefanti del deserto. Classifiche di Tappa e di Rally corrono parallele. Vincitore e al comando Karginov, secondo di giornata e di Corsa è Shibalov a quasi venti minuti. Kamaz & Kamaz. Viazovich conserva e ribadisce il terzo posto con il bielorusso Maz. Aspettando i Camion di Cabini e Calabria.

Giornata di Riposo. È il caos calmo della Dakar. Qualcuno sciama per alberghi, ma la gran parte della carovana vive al bivacco. La differenza evidente rispetto agli altri giorni è una sola: barba fatta!

 

 

© Immagini ASO/DPPI/Delfosse/Flamand/LeFloch/Vargiolu/Gooden – X-raid – RedBull Content Pool

Francisco Chaleco Lopez
Francisco "Chaleco" Lopez

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