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Dopo oltre tre decenni di assenza, la Formula 1 si prepara a fare il suo storico ritorno nel continente africano. Il Gran Premio d'Africa farà il suo ingresso nel calendario iridato nel 2030 con un accordo decennale, portando la massima serie automobilistica a toccare tutti i cinque continenti abitati del pianeta. Teatro del nuovo evento sarà un autodromo di nuova concezione costruito a Bugesera, a circa quaranta chilometri a sud della capitale Kigali e nelle immediate vicinanze del nuovo Aeroporto Internazionale. Per il movimento automobilistico globale si tratta di un passaggio fondamentale, mentre per la capitale ruandese rappresenta una vittoria d'immagine ed economica a discapito del grande escluso, Kyalami. Il circuito sudafricano, storico teatro di ben ventuno edizioni della gara tra il 1967 e il 1993, è stato a lungo indicato come il candidato naturale per riportare il Circus in Africa, per poi essere snobbato a favore di un impianto ex novo in una città che si sta trasformando rapidamente in un polo finanziario, tecnologico e dei servizi di riferimento per l'Africa Orientale. Progresso tecnologico ed economico, tuttavia, non coincidono sempre con una pari evoluzione sul piano delle libertà individuali.
La scelta della Formula 1 di introdurre nel calendario un paese il cui comportamento nei confronti dei diritti umani è stato più volte contestato ha scatenato l'immediata reazione delle organizzazioni internazionali. Amnesty International ha denunciato pubblicamente la categoria regina di cedere allo sportswashing, ovvero l'utilizzo di grandi manifestazioni sportive per ripulire l'immagine internazionale di un regime autoritario.
In risposta all'accordo decennale siglato dalla Formula 1 per gareggiare in Ruanda, Felix Jakens, responsabile delle campagne di Amnesty International UK, ha espresso parole durissime precisando che “Un Gran Premio decennale "presentato da Visit Rwanda" è un premio di sportswashing per le autorità ruandesi. L'Arsenal, l'Aston Villa, i campionati mondiali di ciclismo e ora la Formula 1: il Ruanda sta investendo nello sport mondiale ai massimi livelli per ripulire la propria immagine e distogliere l'attenzione dal suo spaventoso bilancio in materia di diritti umani.”
Jakens ha poi proseguito sottolineando l'ipocrisia delle dichiarazioni d'intenti del Circus: “La Formula 1 sostiene che lo sport possa essere una forza positiva per il bene. Parole che suonano vuote se fa spallucce di fronte a chi sceglie come partner. Le autorità del Ruanda ricorrono sistematicamente a detenzioni arbitrarie, tortura e repressione della libertà di espressione: questi sono gli abusi commessi in patria”. Il responsabile delle campagne ha infine rimarcato la gravità del contesto geopolitico circostante: “Al di fuori dei suoi confini, assistiamo a un bagno di sangue nella Repubblica Democratica del Congo, e il Ruanda sta svolgendo un ruolo significativo nell'alimentare il conflitto e le relative violazioni dei diritti umani, sia attraverso il sostegno al gruppo armato M23, sia tramite le azioni dirette dell'esercito ruandese nel Congo orientale. La Formula 1 non deve rimanere a guardare. Dovrebbe usare la propria influenza sulle autorità ruandesi per spingere verso un cambiamento, anziché prestare il proprio marchio a un'operazione di pubbliche relazioni”.
Le affermazioni dell'organizzazione umanitaria mettono a nudo la logica di una disciplina che, pur di alimentare un business milionario, tende a scavalcare le problematiche sociali e civili. La situazione politica in Ruanda è infatti caratterizzata da una marcata compressione dello spazio civico sotto il governo del Fronte Patriottico Ruandese guidato dal presidente Paul Kagame. Tra le criticità più evidenti figura la costante repressione del dissenso politico, dove oppositori e voci critiche subiscono intimidazioni, arresti e procedimenti giudiziari ritenuti iniqui, come dimostra la recente vicenda dell'oppositrice Victoire Ingabire Umuhoza e dei membri del suo partito. Allo stesso tempo, report di Human Rights Watch e Amnesty International evidenziano come l'uso della detenzione arbitraria, dei maltrattamenti e della tortura in strutture ufficiali e clandestine rimanga diffuso, accompagnato da casi irrisolti di sparizioni e morti sospette. A ciò si aggiungono i violenti processi di riqualificazione urbana nella capitale Kigali, che hanno causato sgomberi e sfratti forzati a danno delle fasce sociali più vulnerabili, dinamica che rischia di ripetersi nella zona di Bugesera con il cantiere del nuovo circuito, unitamente alle forti limitazioni poste ai diritti dei lavoratori e all'azione dei sindacati. Sul piano internazionale pesa infine il coinvolgimento militare e logistico a sostegno del gruppo armato M23 nella vicina Repubblica Democratica del Congo, organizzazione paramilitare responsabile di gravi violenze contro le popolazioni civili.
La Formula 1 non è nuova a collaborazioni con governi fortemente criticati dalle diplomazie internazionali. Il Gran Premio dell'Arabia Saudita, presente dal 2021, è regolarmente al centro di accorate denunce che mettono in risalto il contrasto tra l'opulenza dell'evento e una realtà fatta di esecuzioni capitali di massa, largo ricorso alla pena di morte e persecuzione sistematica di attivisti e giornalisti. Allo stesso modo, il Bahrein rappresenta una delle tappe più contestate a causa delle violente repressioni delle proteste pacifiche organizzate in concomitanza con la gara e dell'uso della tortura nelle carceri.
Un'analoga dinamica ha travolto anche il Qatar, con cui la F1 ha stipulato un accordo decennale ereditando le medesime censure etiche sollevate nei confronti della FIFA durante la preparazione dei Mondiali di Calcio del 2022. L'imponente trasformazione infrastrutturale del paese arabo è stata realizzata impiegando oltre due milioni di lavoratori migranti soggetti a condizioni di estrema vulnerabilità. Le indagini delle ONG hanno confermato che le stesse aziende impegnate nei cantieri della Coppa del Mondo hanno lavorato alla modernizzazione del Circuito Internazionale di Lusail, perpetuando abusi legati al sistema della Kafala, che impediva ai lavoratori di cambiare impiego o lasciare il paese senza il permesso del datore di lavoro, al mancato pagamento degli stipendi e a turni di lavoro con temperature estive superiori ai 45 gradi, inseriti in un quadro dove le riforme legislative sbandierate dalle autorità rimangono spesso inattuate nella pratica.
In questo complesso scenario s'innesta la figura di Lewis Hamilton, da sempre sostenitore della necessità di riportare la Formula 1 nel continente africano per darle una reale dimensione globale. Il pilota britannico ha espresso a più riprese la sua visione dichiarando: "Ho sempre detto che dobbiamo avere un Gran Premio in Africa. Per me è il continente più importante, in tutta onestà, e anche il più bello". Il britannico ha continuato a esercitare pressioni sul CEO della F1 Stefano Domenicali e, pur essendo stato coinvolto in passato in discussioni riguardanti progetti in Sudafrica, si ritiene che non abbia preso parte all'iniziativa del Ruanda, sviluppata direttamente tra la dirigenza del motorsport e le istituzioni locali.
Nonostante questo, da Kigali giungono segnali di forte apertura verso il sette volte campione del mondo, con la speranza che la sua figura possa dare un impulso positivo all'evento. A tale proposito, Nelly Mukazayire, ministra dello Sport del Ruanda, ha dichiarato: "È vero che è stato una voce molto forte a favore della F1 in Africa. Siamo aperti alla collaborazione con chiunque promuova concretamente questa iniziativa. Siamo aperti a partnership con tutti per far sì che questo progetto si realizzi e sia sostenibile e di grande impatto".
L'approdo della F1 in Africa riapre tuttavia il nodo relativo alla saturazione del calendario e alla sopravvivenza di diversi tracciati storici. Nell'annuncio ufficiale fornito dalla Formula 1 non è stata indicata una data precisa per l'esordio del Gran Premio in Ruanda, limitandosi a precisare che l'evento si terrà all'inizio degli anni 2030. I lavori per la costruzione dell'autodromo di Bugesera dovrebbero concludersi nel 2030, ma la gara potrebbe fare il suo effettivo ingresso nel calendario ufficiale solo a partire dal 2031.
Questo periodo di transizione coinciderà infatti con la scadenza dei contratti di tappe consolidate come Città del Messico, Portogallo e Singapore, le cui intese scadranno nel 2028, seguite dallo storico circuito di Suzuka in Giappone nel 2029. La fascia temporale a ridosso del 2030 vedrà invece giungere al termine gli accordi di appuntamenti dal peso rilevante quali Abu Dhabi, Azerbaigian, Cina, San Paolo e Arabia Saudita. Per far spazio alla nuova gara in Ruanda e non superare il limite massimo di eventi consentiti, la categoria regina sarà costretta a compiere scelte dolorose, ponendo a serio rischio la permanenza di alcune delle tappe più note e storiche del panorama automobilistico internazionale.