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Anche a motori spenti e lontano dal muretto box da più di un anno, Christian Horner riesce a dettare l'agenda del paddock. Il passaggio di consegne forzato nel luglio 2025 non ha spento i riflettori sull'ex Team Principal britannico che, alla soglia dell'uscita della sua prima biografia ufficiale "Drive",in arrivo il prossimo 22 ottobre per Bantam, è tornato a parlare in una lunga intervista concessa al The Guardian.
Al centro delle recenti speculazioni c'erano state le sue parole sulla Ferrari al Times, lette da molti come una vera e propria autocandidatura e un attacco diretto alla posizione di Frédéric Vasseur. Voci alimentate dal momento delicato della Rossa, ma seccamente smentite dai vertici di Maranello nei briefing riservati prima della trasferta asiatica. Ora è lo stesso Horner a chiarire definitivamente la sua posizione sul Cavallino e sul manager francese: “Fred Vasseur è un uomo d'esperienza. Ha fatto un buon lavoro. Ma io, più di chiunque altro, conosco le pressioni della gestione di un'organizzazione competitiva. I miei commenti sono stati presi fuori contesto”.
Un matrimonio con Maranello che, stando alle parole del cinquantaduenne inglese, non si farà mai per ragioni strutturali prima ancora che d'ingaggio: “La Ferrari è il brand più grande della F1. È la squadra con più storia. Ma io ho accumulato un capitale fenomenale alle mie spalle per valutare la prossima mossa che potrei fare nello sport. Questo avverrebbe con una quota di proprietà legata ad essa, e la Ferrari non venderà azioni. Quindi sono felice di rimanere fuori dallo sport e vedere quali opportunità si presentaranno nei prossimi mesi o anni. Non è un prerequisito che io debba tornare. Tornerei solo per l’opportunità giusta con persone che la pensano allo stesso modo e che vogliono vincere. Non tornerei mai solo per partecipare”.
L'intervista è stata anche l'occasione per ripercorrere i mesi che hanno portato alla fine dell'era Horner in Red Bull, iniziata nel lontano 2005 e coronata da 14 titoli mondiali. Un licenziamento giunto dopo il vuoto di potere generato dalla scomparsa del fondatore Dietrich Mateschitz nel 2022 e le frizioni interne con figure chiave come Helmut Marko e Jos Verstappen. “È stato particolarmente brutale e triste finire in quel modo", ammette Horner con amarezza. "È stato doloroso. Molto doloroso. Non l'ho davvero metabolizzato fino a un mese dopo perché, nell'immediato, mi sono concentrato nel sostenere mia figlia Olivia attraverso un periodo orribile”.
Un'uscita di scena segnata da forti retroscena umani, come la delusione nei confronti di Marko: “Helmut sapeva essere schietto e sono rimasto deluso dal fatto che fosse stato ospite della nostra famiglia due giorni prima del licenziamento, senza che ci fosse alcun segnale che stesse per succedere”. L'ex manager rivendica però l'impronta lasciata nella crescita aziendale: “Quando ho iniziato alla Red Bull c'erano meno di 400 persone. Quando me ne sono andato ce n'erano 2.200. Ho riversato il mio cuore e la mia anima in quella società. Non ho mai avuto un grande turnover di personale perché c'era una fedeltà tremenda”.
Oggi la Red Bull prova a ritrovare stabilità, e i recenti successi di Max Verstappen tra Bahrain e Singapore arrivano proprio grazie alla power unit autoprodotta, la prima concepita e voluta fortemente da Horner nel 2021 all'interno del progetto Red Bull Powertrains. “L'attività di startup dei motori era stata fondata nel 2021 ed ero sul punto di portarla in pista quando me ne sono andato. Ho provato una grande tristezza nel non vedere quel motore in una macchina”, spiega. Guarda le gare in TV, incassa i ringraziamenti telefonici dal CEO Oliver Mintzlaff e i messaggi di stima di Verstappen, ma avverte che l'anima del team è cambiata: “Mi sono sentito molto orgoglioso nel vedere cosa significasse per tutti e nel vedere che hanno mandato il rappresentante di Powertrains sul podio. Ho ricevuto messaggi da tutta la squadra e ho mandato un messaggio a Max dopo la gara. È stato molto magnanimo ed è stato un momento storico vedere vincere quel motore”.
In attesa di capire se il paddock riaprirà le sue porte a condizioni d'azienda e di azionariato, Horner si gode i numeri della sua legacy: 124 vittorie e 287 podi su 405 GP disputati. “Se non dovessi tornare, ho avuto un percorso pazzesco. Nessuno potrà togliermi quello che ho fatto”. In attesa dell'uscita della sua biografia "Drive", Horner osserva la Formula 1 da spettatore interessato, consapevole di aver lasciato un segno indelebile nel paddock. Il messaggio ai naviganti è lanciato: chiunque vorrà riaverlo al muretto dovrà offrirgli molto più di una vittoria. Dovrà offrirgli le chiavi della squadra.