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Nel pieno della complessa riorganizzazione dell'industria automobilistica italiana ed europea, il Governo compie un passo formale per iniettare liquidità nel tessuto produttivo della filiera. Su impulso del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, è stato emanato il decreto direttoriale che sblocca una dote da 631 milioni di euro, attingendo direttamente alle risorse del Fondo Automotive stabilite dal Dpcm dello scorso giugno. Il provvedimento punta a sostenere progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale ad elevata intensità tecnologica, estendendosi fino all'ambito delle tecnologie a potenziale "dual-use".
L'architettura dell'intervento, la cui gestione operativa è stata affidata a Mediocredito Centrale tramite il Fondo Crescita Sostenibile con il supporto di partner bancari e scientifici, prevede l'apertura dello sportello telematico per l'invio delle istanze a partire dalle ore 10:00 del 25 novembre 2026. Le richieste dovranno essere veicolate attraverso una piattaforma digitale dedicata e saranno rivolte ad aziende industriali, imprese di trasporto, artigiani e centri di ricerca, questi ultimi ammessi a partecipare in qualità di co-proponenti all'interno di aggregazioni di filiera.
Sotto il profilo strettamente finanziario, il decreto fissa paletti ben precisi sulla dimensione dei piani d'investimento: saranno ammissibili esclusivamente i progetti di ricerca e sviluppo i cui costi complessivi risultino compresi tra una soglia minima di 5 milioni e un soffitto massimo di 40 milioni di euro. Tra le voci di spesa rendicontabili figurano il personale impiegato nelle attività di R&S, i macchinari e le attrezzature di nuova fabbricazione, i servizi di consulenza specialistica, l'acquisizione di brevetti e know-how, oltre alle spese generali e ai materiali di cantiere calcolati su base forfettaria.
La struttura delle agevolazioni combina la risorsa del fondo perduto con la leva del credito agevolato:
Ricerca industriale: contributo diretto alla spesa fino al 50% dei costi ammissibili.
Sviluppo sperimentale: contributo diretto alla spesa fino al 25% delle spese sostenute.
Finanziamento agevolato: erogabile a copertura di un ulteriore 20% dell'investimento complessivo.
Il meccanismo introduce inoltre un sistema di premialità a cascata per incentivare la collaborazione tra mondo accademico e tessuto d'impresa. I progetti presentati in forma congiunta da una o più aziende insieme a organismi di ricerca potranno beneficiare di un maggioratore del contributo diretto pari al 10% per le Piccole e Medie Imprese e gli enti scientifici, e del 5% per le grandi industrie, sempre nel rispetto dei tetti massimi stabiliti dalle normative comunitarie sugli aiuti di Stato.
In ossequio alle direttive sulla coesione territoriale, il 40% delle risorse complessive (pari a oltre 250 milioni di euro) viene tassativamente destinato ai progetti realizzati nelle regioni del Mezzogiorno: Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sardegna e Sicilia. Una quota strategica che mira a preservare e riconvertire i poli produttivi della componentistica operanti nel Sud Italia.
Tuttavia, proprio nelle pieghe del decreto emerge l'elemento di valutazione più critico sotto il profilo della politica industriale. Qualora il volume delle domande superasse la dotazione finanziaria disponibile, il Ministero predisporrà una graduatoria fondata principalmente su indicatori aziendali di solidità economico-finanziaria.
Un criterio di selezione formale che, se da un lato tutela le casse pubbliche premiando i soggetti fiscalmente più strutturati, dall'altro rischia di trasformarsi in una barriera d'accesso per le piccole e medie imprese della componentistica. Un segmento d'eccellenza del Made in Italy che, fiaccato da anni di contrazione dei volumi produttivi e da bilanci messi a dura prova dalla transizione verso l'elettrico, potrebbe trovarsi penalizzato rispetto ai grandi gruppi industriali proprio nella corsa ai fondi necessari per la propria riconversione.