Benzina e diesel, la mossa da maestro di Eni: così il "price cap" salva il Governo e disinnesca la stangata sugli extraprofitti

Benzina e diesel, la mossa da maestro di Eni: così il 'price cap' salva il Governo e disinnesca la stangata sugli extraprofitti
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Alla vigilia del nuovo taglio allo sconto sulle accise, la partecipata pubblica fissa il tetto a 2,19 euro per il diesel e 1,99 per la benzina. Dietro la "solidarietà" rivendicata dal Cane a Sei Zampe si cela però una precisa operazione politica ed economica: disinnescare la tassa sugli extraprofitti, togliere dall'imbarazzo il Governo e mettere alle corde le pompe indipendenti.
25 settembre 2026

L'annuncio ha il sapore dell'operazione perfetta, studiata nei minimi dettagli per sincronizzare tempi politici e convenienze di mercato. A partire da lunedì 28 settembre, Eni introdurrà un price cap sulla propria rete Enilive, bloccando per trenta giorni il prezzo del gasolio a 2,19 euro al litro e quello della benzina a 1,99 euro. Un intervento che - secondo i dati dell'Osservatorio Mimit che vedevano i prezzi medi del diesel volare a 2,338 euro sulla rete ordinaria e a 2,421 in autostrada - garantisce un sollievo immediato di circa 17 centesimi al litro per gli automobilisti.

Eppure, a guardare dietro le quinte del comunicato ufficiale, l'iniziativa trascende la semplice filantropia d'impresa. Il tempismo è millimetrico: il tetto ai listini entra in vigore esattamente ventiquattro ore prima che scatti il preannunciato dimezzamento dello sconto sulle accise deciso dall'esecutivo, che vedrà il taglio fiscale sul gasolio ridursi da 12,2 a soli 6,1 centesimi al litro.

Senza la mossa di Eni, il carburante avrebbe sfondato la soglia psicologica dei 2,40 euro alla pompa. Assorbendo parte dei rincari, il colosso energetico evita al Governo - il cui Ministero dell'Economia è anche il principale azionista della società - un pesante contraccolpo d'immagine presso l'opinione pubblica. Palazzo Chigi ha subito colto la palla al balzo, parlando di un "lodevole atto di attenzione all'Italia", mentre il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani ha colto l'occasione per rivendicare l'efficacia del "sistema Paese", bocciando implicitamente qualsiasi "intervento dirigista".

L'operazione serve anche a disinnescare una minaccia ben più insidiosa per i bilanci di Piazza Mattei: la tassazione sugli extraprofitti. Dopo mesi in cui la filiera della raffinazione ha registrato margini record cavalcando la volatilità dei mercati internazionali, il pressing delle opposizioni e di settori della stessa maggioranza per un prelievo forzoso si era fatto asfissiante. Offrendo un "contributo di solidarietà" limitato nel tempo (trenta giorni, sebbene prorogabili fino a fine anno in base agli approvvigionamenti e a eventuali ritocchi al rialzo delle imposte), Eni paga una sorta di dazio simbolico e volontario. Un investimento irrisorio rispetto ai profitti incamerati nei mesi scorsi, che permette alla società di congelare l'ipotesi di una stangata fiscale ben più pesante e strutturale.

Non manca poi il risvolto puramente commerciale. I calcoli delle associazioni dei consumatori, come il Codacons, stimano un risparmio medio tra i 10 e gli 11 euro a pieno, rievocando lo spettro della celebre campagna "Riparti con Eni" dell'estate 2012. All'epoca, gli sconti aggressivi nel fine settimana scatenarono una feroce guerra dei prezzi che cannibalizzò il settore. Oggi come allora, Eni possiede le spalle finanziarie per sostenere un mese di margini compressi alla distribuzione; al contrario, i distributori indipendenti e le cosiddette "pompe bianche", prive della copertura della raffinazione interna, rischiano di trovarsi soffocate, costrette a scegliere se lavorare in perdita o cedere enormi quote di mercato alla rete Enilive.

Sullo sfondo restano le incognite geopolitiche che Eni stessa cita a giustificazione della crisi: la perdita di oltre trenta raffinerie in Europa negli ultimi quindici anni, i bombardamenti alle strutture russe, la chiusura dello Stretto di Hormuz e il timore di un blocco delle esportazioni Usa ventilato da Donald Trump, che secondo Federpetroli rischierebbe di spingere il greggio a 140 dollari al barile. In attesa del tavolo d'emergenza convocato dai ministeri con le principali raffinerie per l'8 ottobre, Eni ha mosso la sua pedina: una mossa da maestro della finanza politica che protegge i conti passati, puntella l'azionista pubblico e spiazza la concorrenza alla pompa.

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