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Giugiaro: «Agnelli alla Lancia Delta preferiva la Ritmo»

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In un’intervista il decano dei designer accusa FCA di aver offuscato il marchio: «Da creativo mi piange il cuore»

Giugiaro: «Agnelli alla Lancia Delta preferiva la Ritmo»

E’ un Giorgetto Giugiaro senza tanti peli sulla lingua quello che si è concesso in un’intervista per la testata torinese CronacaQui in cui il decano del design automobilistico italiano ha parlato con rammarico di Lancia, marchio oggi ai margini delle strategie del Gruppo FCA.

Giugiaro ha raccontato un aneddoto che risale al 1979, quando al Salone di Francoforte venne presentata la Lancia Delta, ancora oggi ricordata come il modello di maggior successo di Lancia.

«Quel giorno ero presente e assieme a me c’era anche il dottor Umberto Agnelli. Sa cosa mi disse quando vide la Delta per la prima volta? Mi disse che la Fiat Ritmo gli sembrava una macchina più avanzata, diciamo che non l’apprezzò moltissimo. Il paragone lo fece perché la Delta nacque utilizzando proprio il telaio della Ritmo con delle varianti dettate dai responsabili Lancia che volevano una vettura più sportiva», è il ricordo di Giugiaro.

Per il quale l’oblio in cui è caduto uno dei marchi un tempo più prestigiosi dell’industria italiana ha un colpevole ben preciso: «La vera sfortuna della Lancia è essere finita nelle mani della famiglia Agnelli. Dico questo perché sembra che non abbiano mai avuto la percezione di quanto Lancia dovesse essere trattata con cura. L’apparato Fiat non è mai stato determinato nei confronti di Lancia, hanno sempre pensato di realizzare le vetture con un occhio di riguardo al portafoglio e adottando un atteggiamento sbrigativo sia nel design che nello sviluppo, soprattutto dalla Thema in poi».

Colpa solo degli Agnelli o dei tempi che cambiano? «Ormai i grandi gruppi finanziari non badano più al valore storico di un brand – afferma Giugiaro -, soprattutto in casi come questo dove il prestigio è solo un lontano ricordo. Speriamo almeno che l’errore commesso con Lancia non si ripeta con Alfa Romeo, un altro marchio favoloso che però non ha più né i mezzi né l’orgoglio di un tempo».

  • mario.bianchi1055, Verbania (VB)

    Rimozione link esterni

    Buongiorno, Vorrei presentarmi: sono Lancia, nel nome di Vincenzo il mio fondatore.

    La mia è una lunga, entusiasmate storia. Sono risorta due volte nell’ultimo secolo.

    Mio padre veniva da Fobello, un piccolo paese della Valsesia, che si raggiunge dal fondovalle da una salita perigliosa degna del giro d’Italia. Fuori dal paese, su un pianoro del colle di Baranca restano le rovine della villa che portava il mio nome, un intorno di mura a cielo aperto dove si può immaginare la vita agiata di una famiglia industriale famosa per la trasformazione della carne in dadi da zuppe e scatole per l’esercito. Il mosaico dell’emblema di famiglia che coniò il mio marchio da calandra, comparve in quello che un tempo era il suntuoso atrio della villa.

    Mio padre, giovinetto, era distratto da una passione, quella delle meccaniche veloci.

    Fu subito chiaro che il giovane Censin non voleva proseguire con i sublimati di carne per fare concorrenza a Liebig, mio padre sognava la coppa Vanderbilt, Le Mans, Monza, voleva diventare un vittorioso intrepido come Ralph De Palma. Ma poi, nel confronto con gli assi temerari del volante si rese conto di non avere particolare affidabilità nella guida.

    Non volendo diventare un industriale dei sublimati, segui la sua passione per le meccaniche, in modo costruttivo, a Torino, nell’ombra di una Fiat che allora tutto costruiva, e lui tutto collaudava. Ma non si può fare dell’arte del collaudo il fine della propria vita, e nel 1906, finalmente, papà Censin si decide e mi mette al mondo, coronando il suo sogno, quello di avere una azienda sua, non di sublimati ma di automobili.

    Fin dalla mia nascita, mio padre ha sempre voluto il meglio per me.

    Quando non poteva, cercava comunque di ispirarsi al meglio, raggiungendo sempre un risultato elevato,conseguito attraverso le sue intuizioni e la sintesi delle sue conoscenze tecniche.

    Nei primi anni di vita, il mio papà decise di non sfidare il suo precedente datore, Fiat, tantomeno a Milano, l’ing. Romeo, che si ispirava ad Ettore Bugatti per le sue meccaniche veloci a 8 e 6 cilindri in linea. Papà Vincenzo mi immaginava parente minore, ma dignitosa, della suntuosa elite automobilistica delle reali famiglie Isotta Fraschini, Duesenberg, Rolls Royce, Hispano Suiza, Bentley e Mercedes Benz.

    Mio padre non pensava a clienti illustri come Gabriele d'Annunzio, Rodolfo Valentino, nobili, Re e Maharaja. Mio padre ambiva a quell’elite tecnica per produrre auto da offrire all’alta borghesia con caratteristiche sia sportive che lussuose, ispirandosi all’Isotta ma con prezzi più accessibili. Ed aveva ragione lui, nel ‘29 nonostante la crisi economica, la Dilambda sopravvisse e venne prodotta fino al 1935 senza aiuti governativi, a parte la fornitura alla Regia Aeronautica.

    Proseguì nella ricerca realizzando la bassa, slanciata e lussuosa Lambda. Un sublimato di tecnologie ed innovazione. Vincenzo alloggiò l’albero di trasmissione nell’abitacolo circondandolo da un tunnel e ideo’ il marchingenio della sospensione anteriore a ruote indipendenti. Per questo la Lambda era sportiva e lussuosa allo stesso tempo. Un’eleganza e una sportività, mai ostentate o azzardate, qualità raggiunte nel segno dell’innovazione, a cui papà Vincenzo non rinunciò mai.

    Ma che vita sarebbe la mia, senza sfide, senza imprese, senza i clamori delle vittorie?

    Fu Gianni, figlio di Vincenzo, il patriarca fondatore, anch’egli nato a Fobello a scatenare la mia passione sportiva.

    Le corse portano a qualcosa che non si conosce e che si deve immaginare: la ricerca.

    Gianni comincia la sua ricerca assoldando una mente elevata e di grande esperienza, Vittorio Jano.

    Nel’53 vinco la Carrera Panamericana, sono l’agile D24 con l’argentino dagli occhi di ghiaccio al volante, batto le Ferrari e il resto del mondo.

    Nel ‘54, sono di nuovo la sfrontata D24 rossa fuoco, quella che diventerà la Lancia dell’impresa impossibile, quella che sfreccia alla Mille Miglia sfidando la fuoriclasse a 12 cilindri di Maranello, la più amata dagli italiani, ma io ho al volante il più grande pilota italiano di tutti i tempi: Alberto Ascari. Ciccio è eccezionale, ma anch’io non sono da meno. Dopo 1.600 chilometri percorsi a tutto gas, divento Davide che sconfigge Golia.

    Jano consegna a Gianni il suo testamento, la summa di tutte le sue conoscenze. Mi battezzano D50 e mi presentano sfavillante ad Alberto Ascari che ammaliato, rifiuta le offerte di Enzo Ferrari. Sono veloce, anzi velocissima, stabile, maneggevole e aerodinamica grazie ai serbatoi laterali. Improvvisamente l’infausto destino mi toglie Ciccio e Gianni per rispetto al grande Ascari pone termine all’impresa ed abdica definitivamente dopo aver realizzato delle irresistibili gran turismo, ancor oggi ricordate come l’Aurelia Coupe’ o la Spider de “Il sorpasso” di Risi.

    Ma non finisce qui, mi applicano un cavallino rampante e si dà inizia alle danze con un argentino dagli occhi di ghiaccio. Aiuto Fangio a vincere il titolo nel ‘55.

    Poi, come oggi, aspetto, fino a quando, 10 anni dopo l’ultima impresa in F1, dei ragazzacci di Torino decidono di cimentarsi in un’altra avventura sportiva: il rally.

    Divento la protagonista assoluta, mi chiamano:

    - Fulvia, la Lancia che nel 1972 sul Col de Turini con il Drago al volante batte’ le ringhiose berlinette della Normandia, le Alpine A110 e le Porsche 911 RS
    - Stratos la più stupefacente, futuristica worldrallycar di ogni tempo, anticipazione dei prototipi dei gruppi B che seguiranno
    - 037 leggera, essenziale e smontabile, imbattibile su asfalto, l’ultima trazione posteriore che batte’ le 4x4 e vinse il mondiale
    - S4 insuperata, spaventosa e geniale, un progetto innovativo e dirompente, che rompeva con il passato
    - 4wd e Integrale, l’evoluzione delle Delta e 6 titoli mondiali consecutivi, domina su tutte le strada del mondo

    Sono sempre alla ricerca di un’innovazione originale per combattere il meglio dell’ingegneria tedesca, francese e giapponese.

    E combatto magnificamente, tanto da meritarmi 11 titoli costruttori.

    A volte esagerano, mi fanno addirittura scendere in pista a sfidare Porsche nel campionato mondiale marche Gruppo 5 con la Beta Montecarlo Turbo dove vinco il titolo di gruppo nel 1979 e quello assoluto nel biennio 1980-1981.

    Lavorano per me uomini straordinari, stilisti come Piero Castagnero, Marcello Gandini, Giorgetto Giugiaro, ingegneri sopraffini come Ettore Zaccone Mina, Nicola Materazzi, Gianni Tonti, Sergio Limone e Claudio Lombardi.

    Ma è grazie ai miei piloti che devo la mia fama. Sono passati tanti anni, ma penso sempre a loro, a Felice Bonetto, ad Attilio Bettega, ad Henri Toivonen e Sergio Cresto perché sono parte di me.

    È grazie a loro che nasce il mio mito e l’affetto che tanti nel mondo mi dimostrano.

    Scrivo, perché volevo semplicemente rassicurarvi, mi sento viva più che mai, sto solo aspettando un invito per il prossimo ballo.

    Volevo solo aggiungere che sono in tanti ad aspettarmi all’apertura delle danze, pronti a spendere per riavere di nuovo l’Integrale, la Fulvia, la Stratos e l’S4 tra le mani.

    Io sono certa che saprò stupire di nuovo tutti come ho sempre fatto.

    La Vostra Lancia.
  • carlo.caroni, Albavilla (CO)

    le parole di Giugiaro mi causano una grande amarezza perche' confermano quel che penso da un pezzo.tra l'altro l'opinione sulla Delta di Umberto Agnelli dimostra la competenza di questi personaggi in fatto di auto....
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