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La crescente crisi energetica che ha colpito i mercati globali sta spingendo molti Paesi asiatici a ripensare in modo radicale la propria strategia di approvvigionamento di carburante.
Le tensioni geopolitiche e le interruzioni delle rotte marittime, in particolare nello Stretto di Hormuz, hanno reso più instabile il flusso di petrolio verso l’Asia, costringendo economie fortemente dipendenti dalle importazioni a cercare alternative. Thailandia e Vietnam, per esempio, stanno già diversificando le forniture di greggio verso Nigeria, Kazakistan, Angola e Argentina, ma la risposta più strutturale alla crisi energetica arriva dall’interno: puntare sui biocarburanti, trasformando così l’agricoltura in una nuova fonte strategica di carburante. In tutta la regione, il tema non è più solo “trovare petrolio”, ma sostituirlo progressivamente con miscele prodotte localmente.
Come ha spiegato l’Economist, questa corsa ai biocarburanti sta accelerando a un ritmo senza precedenti, guidata da obiettivi di sicurezza energetica più che da considerazioni ambientali. Indonesia, Vietnam e India sono oggi i casi più avanzati. Jakarta punta al lancio del B50, un diesel composto per metà da olio di palma, con l’obiettivo di ridurre drasticamente le importazioni di carburante fossile e risparmiare fino a 48 trilioni di rupie (circa 2,8 miliardi di dollari) in sussidi.
Il piano potrebbe tagliare fino a 4 miliardi di litri di consumo annuo di diesel. Il Vietnam, invece, ha introdotto la miscela E10 a base di etanolo e benzina, anticipando una transizione obbligatoria già fissata per giugno. Anche l’India ha accelerato con l’E20, una miscela al 20% di etanolo, che secondo le stime ha già generato risparmi per circa 1,4 trilioni di rupie (circa 16 miliardi di dollari) in valuta estera grazie alla riduzione delle importazioni.
In tutti questi casi, la crisi energetica viene affrontata non solo con nuove forniture, ma con una riconfigurazione del sistema dei carburanti, spostando parte della domanda verso l’agricoltura interna.
Tuttavia, la strategia basata sui biocarburanti apre un fronte complesso che rischia di trasformare la crisi energetica in una crisi parallela del carburante alimentare. L’uso crescente di colture agricole per produrre energia riduce la disponibilità di terreni per la produzione di cibo, con effetti diretti sui prezzi. In India, caso forse più emblematico, parte delle scorte pubbliche di riso è stata dirottata verso il programma di etanolo, mentre nelle Filippine si discute una possibile sospensione del biodiesel a base di cocco per evitare rincari interni.
Le conseguenze si estendono poi ben oltre i confini nazionali: un maggiore utilizzo di olio di palma in Indonesia riduce infatti le esportazioni globali e contribuisce all’aumento dei prezzi degli oli alimentari, colpendo soprattutto i Paesi importatori. Allo stesso tempo, le tensioni geopolitiche e il costo dei fertilizzanti aggravano ulteriormente la pressione sul settore agricolo.
In questo equilibrio fragile, anzi fragilissimo, la scelta dei biocarburanti appare come una risposta immediata alla crisi energetica. Il rischio è però quello di spostare il problema dal petrolio al cibo, rendendo il mercato globale del carburante sempre più interconnesso e instabile.