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Brescia, 7 Agosto. Nel giorno in cui Kimi Antonelli conquista la Storia a Monza, l’altra faccia della medaglia del Motorsport si ferma su un week end destinato a rimanere tra più tragici che si ricordino. 4 persone in tre eventi diversi hanno perso la vita. Un navigatore, Stefano Sappracone, al Val d’Aveto, tre spettatori, Francesco de Pasquale al 1000Miglia, Giuseppe Bisconti e Karol Greco alla Cronoscalata di Monte Erice, Mario Marchese, un commissario, ferito gravemente. Sospeso tra fatalità e indici puntati, il pensiero si ferma, si emoziona per gli sventurati e per i loro cari, si raccoglie in una forma di religioso rispetto per la vita e per il destino. Sono accadimenti che sconquassano la leggerezza della vita riportandola al suo lato più duro e sinistro, che lasciano animi irrisolti e problematiche irrisolvibili. Subito dopo il silenzio, quei minuti di raccoglimento collettivo o di personale preghiera, tuttavia, c’è chi si affretta a puntare l’indice sul più generico dei parametri del Motorsport: prestazione VS sicurezza.
Capisco che ci si si senta inermi e impotenti di fronte a simili sventure ma io, pur profondamente turbato, non sono incline a rilanciare sul piatto del da farsi, per due motivi. Per prima cosa vorrei dare spazio al tempo necessario per definire il più chiaramente possibile le dinamiche degli incidenti tragici, per seconda vorrei affrontare, sì, il discorso sulla sicurezza, ma per fare il punto di quel che è oggi e come ci si è arrivati, e non reclamando sui difetti, sulle urgenze, sul dover aprire gli occhi o farsi richiamare dall’evento sull’argomento, in altre parole sul da farsi, insomma. Al momento e, magari, come punto di partenza, preferisco attenermi a quel che ho visto e che vedo. Fermo restando che, come tutti, vorrei che si realizzasse il sogno impossibile di un Motorsport senza pericoli, e dunque con una gran senso di frustrazione.
Subito mi sono venuti in mente la tragica fine di Graig Breen, vittima di un destino cecchino, trafitto dal palo di una staccionata, quel dannato 1986 con i Rally di Portogallo e Corsica fatali e spartiacque con la condanna delle Gruppo B, ma anche le morti di Ken Block, Ayrton Senna o Gilles Villeneuve, Jarno Saarinen e Renzo Pasolini insieme, la fine della 1000 Miglia a Guidizzolo e della Targa Florio sul Circuito stradale delle Madonie. Cause e conseguenze si intrecciano in eventi che cambiano la storia, le regole, la considerazione di quel rapporto impossibile tra velocità e rischio, anche per chi non è parte attiva come il pubblico.
Il Motorsport è pericoloso. Lo è dalle avventurose origini pionieristiche ai super calcolati giorni nostri, in un’altalena triviale tra ricerca delle prestazioni, protezione dei contesti in cui va in scena, le più disparate superfici di terra, aria, acqua, evoluzione delle tecnologie di sicurezza attiva, regole e educazione del “bordo pista”. A chi dice che bisogna fare di più si deve rispondere che non si è mai pensato di fare di meno, che organizzatori e istituzioni vivono senza pause o flessioni la tensione continua della ricerca del miglioramento. Per molti è un chiodo fisso. Ho visto e rivisto con quale vocazione i responsabili della sicurezza lavorano lungo le prove speciali dei Rally, pregando, suggerendo, anche minacciando gli spettatori o non esitando a cancellare prove impossibili da mettere in sicurezza. Purtroppo anche questa diventa una “corsa”, tra il lavoro sulle buone intenzioni e la fatalità che interrompe quel cammino.
Il pubblico è istintivo, talvolta impreparato, spesso difficile da contenere o guidare. Una verità è che ci vogliono generazioni di spettatori e di eventi, e entrambi in un contesto educativo di disponibilità totale al miglioramento e alla consapevolezza, per cambiare le cose. Ma si cambiano. Guardatevi il filmato di quello sciagurato Portogallo di 40 anni fa. Quello era un po’ lo “standard”, pubblico oceanico, praticamente nessuna protezione, regola o educazione, problema di coscienza per gli equipaggi in situazioni surreali. Era un po’ come la corsa dei tori di Pamplona per la festa di San Fermin. E d’altra parte riuscite a immaginare un Rally, o altro evento sportivo, totalmente chiuso al pubblico come durante il Covid? Poi succedono i fatti imprevedibili, quelli che diventano momenti “impossibili”, come lo spettatore travolto dopo essere caduto dall’alto di un masso o colpito da una ruota staccata dall’auto in corsa, ma il contesto legato alla sicurezza si è mosso costantemente in avanti, dentro e fuori le auto. Certo, e badate bene che c’entra fino a un certo punto, quando penso alla sicurezza penso subito a una riduzione della velocità, a un passo indietro, a una Rally1 di più chiara e decisa ispirazione Rally2, a più freni e meno estremizzazione della caratteristiche che portano alla performance. Lo spettacolo è anche nella corsa con i sacchi, nasce dal desiderio di confronto tra gli attori prima che in quello tra i realizzatori del mezzo, che pure vivono un’appassionante contesa. Detto questo ogni accelerazione sul piano dell’innalzamento del livello di sicurezza deve essere considerato alla stregua di una medaglia, di un trofeo.
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