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Trentacinque centesimi al litro. Secondo la rilevazione del Mase, è di quanto è salito il prezzo medio del gasolio per autotrazione rispetto a febbraio, fino a oltrepassare quota 2,16 euro a settembre. Una cifra che per settimane è rimasta confinata alle pompe di benzina e ai bilanci delle aziende di trasporto. Poi ha iniziato a risalire la filiera, e ora ha raggiunto le linee di montaggio Stellantis di Atessa.
La protesta degli autotrasportatori contro il caro gasolio non è nata in un giorno. Il fronte si è aperto nel Sud: camionisti siciliani e calabresi hanno lasciato i mezzi fermi dal 16 ottobre, mentre in Puglia si sono moltiplicate le iniziative spontanee di agricoltori e trasportatori. Le imprese del settore lamentano perdite che arrivano fino a 900 euro al giorno per ogni veicolo, perché i costi del carburante non vengono compensati né dalle tariffe né da aiuti pubblici.
Quando i camion si fermano, i primi a soffrire sono gli scaffali. Subito dopo tocca alle fabbriche che lavorano con scorte ridotte al minimo, e lo stabilimento abruzzese è tra queste. I componenti destinati alle linee non arrivano più con regolarità, e senza pezzi non si assemblano furgoni.
Lo stop produttivo è iniziato lunedì 19 ottobre con una giornata intera persa, che l’azienda si è impegnata a recuperare. Il peggio però doveva ancora arrivare. Martedì pomeriggio la direzione ha prima cancellato il secondo turno, poi anche il terzo. Per oggi, mercoledì 21, sono saltati il primo turno e quello centrale. Il bilancio provvisorio, comunicato ai sindacati Fim Cisl e Uilm, parla di altri quattro turni sospesi in meno di due giorni.
In fabbrica si lavora soltanto in due reparti, il Ckd e la Finitura del Conversion Center, che hanno potuto proseguire l’attività. Tutto il resto dello stabilimento aspetta i camion.
C’è qualcosa di beffardo in questa vicenda. L’ex Sevel di Atessa è il polo europeo dove Stellantis costruisce i suoi veicoli commerciali leggeri più importanti: Fiat Ducato, Peugeot Boxer, Citroën Jumper e Opel Movano. Sono mezzi che ogni giorno distribuiscono merci, consegne e attrezzature in tutto il continente, e che proprio una crisi del trasporto merci ha lasciato a metà sulle linee.
Il punto è che i problemi di Atessa non dipendono dal mercato. Gli ordini ci sono e i commerciali restano uno dei segmenti più redditizi del gruppo, tanto che Stellantis Pro One, la divisione dedicata ai veicoli da lavoro, punta proprio su questo stabilimento per crescere. Lo stop rivela la fragilità di un modello produttivo in cui basta un intoppo di pochi giorni sulle strade per spegnere una delle fabbriche più efficienti del Paese.
Molto dipenderà dalla durata della mobilitazione. Le aziende siciliane associate a Confindustria Catania hanno già avvisato che, se entro il 22 ottobre non arriveranno risposte dal governo, il fermo andrà avanti a oltranza. Sempre per il 22 è in calendario anche lo sciopero nazionale dei pescatori, con un blocco simbolico dello Stretto di Messina. Il malcontento legato al prezzo del carburante quindi non sembra destinato a spegnersi a breve.
Per il gruppo guidato da Antonio Filosa è un problema in più su una mappa italiana già complicata, dove Mirafiori e Cassino fanno i conti da mesi con fermate frequenti. Finora Atessa era una delle poche certezze. Stavolta lo stop non nasce da un calo degli ordini o da un piano industriale, ma dal costo del carburante.
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