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Dakar 2018 Il Viaggio. Decimo Cielo (Piste Parallele) - Nona puntata

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Mr. Franco, una Peugeot 3008 “Campione in carica”, tre Paesi da scoprire sulle tracce (e fuori pista) della Dakar. È l’Avventura “parallela”, viaggio sensazionale accanto a una Dakar Perù-Bolivia-Argentina eccellente. L’ultima di Marc Coma Organizzatore

9- La Paz, 12 Gennaio. Poche ore a disposizione e un programma quasi impossibile. Il tempo non è molto e abbiamo deciso di riempire davvero la giornata di riposo della Dakar. Lasciamo la carovana in caserma. Concorrenti, assistenti e organizzatori avranno il loro bel da fare per ricompattare la truppa dopo la Campagna peruviana. Partiamo prestissimo, è l’alba. Equipaggio collaudato, Mr. Franco, Kenny e Yannick Wende, io. Abbiamo tre mete programmate da tempo: una nuova, doverosa visita alla vallata de Las Animas, l’ascensione verso il Huayna Potosì e un passaggio evocativo sul sentiero de El Aguila. Il tempo è discreto, come sempre molto variabile, pronto a cambiare in un batter d’occhio.

Direzione Nord Nord-Ovest da La Paz, verso El Alto, vicini ma la strada non finisce mai. Poi raddrizziamo la rotta verso Nord. Continuiamo a salire rapidamente, lo sentiamo dagli schiocchi dei timpani che si adattano di colpo, e talvolta dolorosamente, alla differenza di pressione, e dalla… stanchezza. A La Paz, ma è più o meno così in tutta la Bolivia, non si riposa. Credevamo dipendesse dai ritmi del nostro viaggio, in realtà la colpa è del lento acclimatamento e alla scarsa ossigenazione. Non siamo abituati. I “sintomi” sono chiari: colpi di sonno improvvisi, voglia di dormire, ma quando a letto difficoltà a mantenere il sonno, la testa sempre “piena”, come quando sei bersagliato dal tizio che non sta mai zitto e che non ti molla. Ma anche peggio, mal di testa, nausea. L’ideale, insomma, per godersi la vacanza! Bisogna sforzarsi un minimo, consapevoli che, dopo, sarà facile rimuovere i dettagli negativi e sedimentare la magnificenza dell’occasione non perduta. Per nessuna ragione al mondo, per inciso, avremmo rinunciato. Grazie Yannick.

Scendiamo e ci facciamo sferzare dal vento ghiacciato. La vista è magnifica e la sensazione di solennità, che lasciamo lievitare spiritualmente in ciascuno di noi come un passo verso dio, ci restituisce un po’ di senso puro dell’alpinismo

Lo Huayna Potosì è una montagnola a 6.100 metri, una delle più belle cime della Cordillera Real boliviana. La sua vetta perennemente ghiacciata è considerata un “seimila facile”. Yannick l’ha fatta in bicicletta. Beh, Yannick è pluri-campione di downhill, e a noi non interessa alcun record, saliamo per il colpo d’occhio sulla vallata, sulla miniera di Milluni e sul Chacaltaya, altro picco notevole del panorama verso La Paz. È davvero l’ascensione più facile della nostra vita… in macchina. La 3008 va su che è una meraviglia sul mare mosso della strada rotolante di ghiaia e sassi. Ai 5.000 di strumento ci fermiamo per registrare l’”evento”. Scendiamo e ci facciamo sferzare dal vento ghiacciato. La vista è magnifica e la sensazione di solennità, che lasciamo lievitare spiritualmente in ciascuno di noi come un passo verso dio, ci restituisce un po’ di senso puro dell’alpinismo. Anzi, dell’andinismo. Roba leggera, tuttavia, la nostra è una gita, non una missione. Il lato strabiliante del viaggio. Facciamo per proseguire e all’improvviso la Montagna è avvolta da un cumulo di nubi nere, il vento cala e inizia a nevicare! Non è il caso di proseguire verso l’alto nella tempesta, ed è la scusa buona per tornare giù e visitare i colpi d’occhio localizzati da lassù.

Uno scorcio del viaggio accanto alla Dakar
Uno scorcio del viaggio accanto alla Dakar

La miniera di Milluni è un sito pressoché abbandonato. Sembra continuare a stare in piedi solo per non disperdere la memoria di un simbolo della Rivoluzione Nazionale e della lotta di classe. Un episodio duro, cruento, della storia boliviana. La miniera, oggi poche infrastrutture in rovina, quasi cento anni fa ha dato vita all’epopea economica dell’estrazione dello stagno, e la comunità di Milluni è arrivata a contare fino a mille abitanti. C’erano ospedale e scuola, perché a Milluni nascevano e crescevano i figli dei minatori. C’era un teatro, poi convertito in cinema, refettori, botteghe. Si lavorava duro, una volta ogni tanto si scendeva a La Paz, non tutti e non sempre, e si imparava ad affrontare la durezza della vita. Milluni divenne il centro della rivoluzione operaia dei primi anni cinquanta, caposaldo idealista e operativo. Dalla valle all’ombra del Huayna Potosì si irradiava la voce di una Radio che rilanciava a valle il nome della Montagna e la storia della rivendicazione sociale. L’antenna di quella Radio divenne il target simbolo dell’attacco portato dalle truppe governative contro la popolazione della miniera, dapprima schierata a fianco del Movimento Nacional Revolucionario, durante la Rivoluzione Boliviana del 1952, e poi baluardo della Centrale Operaia Boliviana negli anni delle rivendicazioni socio-economiche. Finì nel sangue con il massacro del 24 Maggio 1965.

Di un pezzo di storia sociale ed economica della Bolivia resta oggi il prezioso murale nascosto per cinquant’anni da un doppio muro del salone del teatro Hernan Silesz e scoperto alla fine del 2017. L’affresco dalla forte connotazione storica di un periodo chiave per la Bolivia è opera di Miguel Alandia Pantoja, Pittore e rivoluzionario non a caso legato alle attività delle organizzazioni operaie e dei minatori boliviani del periodo.

Un altro capitolo, malinconico e solenne, della storia di Milluni lo si incontra poco prima di arrivare alla Miniera. È il piccolo Cimitero dei Minatori, che guarda il villaggio fantasma e le due lagune di Milluni. Pochi minatori sopravvivono portando via ancora qualcosa alla terra e facendo la guardia a quello che resta. Gente dura. Dalle lagune del disgelo del Huayna Potosì scende parte dell’acqua purissima di La Paz che, tuttavia, attraversando anche la Grande e Piccola di Milluni, colme queste dei minerali di lavorazione dell’antica miniera, porta a valle anche il problema della contaminazione da metalli pesanti di quelle acque.

La fauna locale
La fauna locale

Il piccolo cimitero è un luogo importante, che paradossalmente continua a vivere la sua storia nella memoria degli abitanti di Milluni rimasti lì, dei sopravvissuti alla strage e dei nati da questi. Tra questi Mario Berndt, zio di Yannick, ingegnere di origine tedesca nato a Oruro, pioniere del turismo al Salar di Uyuni e grande appassionato di fotografia. Era innamorato di Milluni. Per questo Yannick e il padre realizzarono il piccolo monumento rivolto verso la valle e che rappresenta la fotocamera dello zio. Metà delle ceneri riposano nella “Nikon” al cimitero dei minatori, l’altra metà fu dispersa da Yannick sulla vetta del Huayna Potosì.

Scendiamo in silenzio con un groppo alla gola e con l’emozione chiara di essere entrati nella storia racchiusa in una fotografia.

Torniamo nella Valle de Las Animas. Luogo singolare e bellissimo dove campeggiano le torri geologiche più grandi e imponenti del Mondo. È un’immensa valle di 2.500 ettari di erosione glaciale e di formazioni uniche, monumentali e allo stesso tempo fragili testimonianze di ere glaciali caratterizzate da forti tempeste. La Valle a Sud di La Paz guarda il cielo e, dalla parte opposta, la Metropoli che la minaccia dal basso.

Come già osservammo, la Valle de Las Animas e le sue incredibili, fragili canne d’organo sono sotto la Spada di Damocle dell’azione erosiva del clima e dell’espansione di La Paz. Yannick partecipa e promuove innumerevoli azioni per la salvaguardia del patrimonio naturalistico rappresentato dalla Valle. La prima di queste è stata l’organizzazione di una gara di mountain bike nel letto sicuro della Valle, La Animas Challenge. Dall’azione tesa ad attirare l’attenzione della comunità scientifica, dell’Amministrazione Pubblica di La Paz e del Paese è nato, subito dopo e più concretamente, il progetto di una centrale eco-turistica, una riserva ambientale protetta.

La Peugeot 3008 di Piero Batini e Mr.Franco
La Peugeot 3008 di Piero Batini e Mr.Franco

La nostra mezza giornata non è ancora finta. Prima di raggiungere la Dakar alla Scuola Militare un’ultima breve visita, di passaggio e senza fare domande. C’è una piccola casa rossa al Sud di La Paz, non lontano dall’abitazione dei Wende e giusto all’inizio del Sendero del Aguila. Questo è il luogo che lega ancora Ernesto Che Guevara, i primi giorni della sua ultima operazione, in Bolivia, e Tamara Bunke Bider, detta Tania la Guerrillera. A La Paz si dice che il Che vivesse di nascosto in quella casa ora di proprietà di successivi occupanti, e che passeggiasse lontano da occhi indiscreti insieme a Tamara lungo il Sentiero dell’Aquila. Ci fermiamo un poco, Mr. Franco sta giusto leggendo il magnifico libro di Rosi sui 199 Giorni del Che. Gli ultimi. Il potere evocativo dei luoghi è tremendo. Ci si sente in procinto di esplodere mitragliate di domande, ma nessuna di questa esce dalla bocca. Tutti in silenzio. È una tempesta di misteri, molti dei quali vivono in semplici domande senza risposte. Che ci faceva il Che in Bolivia? E Tamara? Cuba lontana, perché 30 anni di buio e poi la riscoperta, l’ebollizione del mito? Cinquant’anni dopo la scomparsa di Ernesto Guevara, accanto alla leggenda che galoppa sull’onda della Storia mettendo a tacere anche le nostre mitragliatrici di domande, l’incontro di così tanti misteri lascia disorientati, intrigati. Ce ne stiamo zitti, poi andiamo via, di nuovo con il cuore gonfio. L’unica cosa certa sembra essere che le storie del Che e di Tamara sono finite sotto i colpi di mitragliatrici e fucili, imboscata ed esecuzione. Andiamo, Dakar.

Rientriamo alla caserma, ci riuniamo alla Dakar, inizia a piovere. Un temporale inaudito bagna e allaga il “bivacco”, la serata è lunga e pensierosa

Rientriamo alla caserma, ci riuniamo alla Dakar, inizia a piovere. Un temporale inaudito bagna e allaga il “bivacco”, la serata è lunga e pensierosa. Non c’è tristezza, quando le cose passano per la testa, così tante e così veloci, non c’è tempo, si ha voglia solo di essere riconoscenti per l’esperienza della vita. Per la seconda volta e in un solo giorno, Yannick e Kenny Wende ci hanno fatto vivere intensamente cento anni di La Paz.

Facciamo tardi. Tutte le scuse sono buone per stare insieme, ascoltare altre storie. Bagagli, il carico della Peugeot, i preparativi per la partenza. Facciamo tardi. No, facciamo presto. Non è ancora l’alba, Mr. Franco mette in moto e lasciamo La Paz immersi nella carovana della Dakar che va verso Uyuni.

Immagini: Piero Batini – Nikon

  • corivorivo, Padova (PD)

    Qualunque rivendicazione, qualunque conquista, qualunque desiderio sudamericano palesano la nostalgia di un futuro che non ci sarà.

    Come il mio albicocco fiorito a Pasqua e bloccato dall'imprevisto freddo: qualche fogliolina verde in attesa di morire...

    Nemmeno il pescatore che mi portò da Puno all'Isla del Sol credeva veramente alla brezza che ci sospingeva.
    Lui continuava a remare. Un po' per scaramanzia, un po' per disincanto.

    Questo amo del Sudamerica.
    Non crederci e continuare a provarci. Senza fretta.

    Grazie Bat per l'avvincente racconto.
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