F1, in Arabia Saudita il rischio si nasconde dietro le curve cieche. E i piloti non fanno mistero dei loro timori

F1, in Arabia Saudita il rischio si nasconde dietro le curve cieche. E i piloti non fanno mistero dei loro timori
Diletta Colombo
I piloti non nascondono i loro timori riguardo alla pista di Jeddah, su cui verrà disputato il Gran Premio dell'Arabia Saudita. Ecco quali sono i rischi secondo chi scenderà in pista
3 dicembre 2021

Il rischio è una componente imprescindibile del motorsport. I piloti ne sono perfettamente consapevoli, e tenere a bada i propri timori è parte integrante del loro lavoro. Diventa però più difficile farlo nel caso in cui ci si ritrovi a correre su una pista inedita, con un layout che, almeno sulla carta, nasconde insidie pericolose. È il caso della pista di Jeddah, che domenica ospiterà il primo Gran Premio dell'Arabia Saudita della storia della Formula 1. Un tracciato costruito in fretta e furia, come dimostra la presenza, nella giornata di ieri, di vari operai a completare i lavori ancora in corso per parte delle strutture. Ma, più che il contorno, a preoccupare è la pista stessa. 

Definito il circuito cittadino più veloce al mondo, il Jeddah Corniche Circuit vanta velocità medie di percorrenza di circa 250 km/h, quasi ai livelli di Silverstone. Con la differenza sostanziale della presenza dei muretti, pronti a punire i piloti a fronte anche del minimo errore. E la probabilità di sbavature aumenta se si considera l'asfalto appena posato, e, quindi, pronto a sgorgare materiale oleoso, riducendo il già esiguo grip di una pista inevitabilmente sporca. Carlos Sainz, intervistato da Autosport, ha apertamente parlato dei suoi timori per la gara a Jeddah: "Se ci fosse un incidente tre secondi davanti a noi, viaggiando sopra i 250 km/h in ogni curva, non avremmo tempo per reagire, visto che ci sarebbe un muro tra noi e lo schianto, e non possiamo vedere attraverso le barriere. L'unica cosa da chiedere alla FIA è di essere puntuali con le bandiere gialle, le Safety Car e le bandiere rosse, perché sarà una gara impegnativa". 

Come spiega Sainz, il vero problema di Jeddah è la presenza di diverse curve cieche, con una sola traiettoria possibile. Se si verificasse un incidente, i piloti destinati a sopraggiungere a breve non avrebbero il tempo di reagire alla presenza di una macchina che, dopo l'impatto con le barriere, si troverebbe inevitabilmente a rientrare in traiettoria. "Ritengo che sia importante che i commissari siano molto veloci ed efficienti nelle loro reazioni - ha spiegato Pierre Gasly ad Autosport - perché quando si va a muro la macchina rimbalza in pista, e la velocità media di percorrenza qui è di 250 km/h. Sarà un weekend impegnativo per loro, e spero siano all'altezza del compito". 

Il rischio, in buona sostanza, è quello di ritrovarsi in una situazione simile a quella dell'Eau Rouge-Raidillon a Spa, con vetture che ritornano in pista dopo uno schianto e si ritrovano alla mercé di chi sopraggiunge e non può vedere ciò che lo aspetta dopo la curva. Il tutto su un tracciato che rappresenta un'incognita per tutti, ed è frutto di una smania di inserimento nel calendario che ha reso serrate le tempistiche di costruzione della pista, compresa la posa tardiva dell'asfalto. 

Viene da pensare che sarebbe bastato aspettare un anno. O, ancora meglio, attendere il completamento del tracciato permanente di Qiddiya che, a partire dal 2023, dovrebbe sostituire Jeddah. Ma si sa, pecunia non olet. I puristi del rischio, sempre pronti a evocare un passato per loro glorioso, proprio perché colorato di tinte fosche a corredo di successi brucianti, storceranno sicuramente il naso di fronte a certe dichiarazioni. Ma la verità è che non sempre il gioco finanziario vale la candela. 

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