Per inviarci segnalazioni, foto e video puoi contattarci su info@moto.it
La Formula 1 sbarca nel continente americano per il tour de force che deciderà la fase calda della stagione, inaugurando il mese di fuoco a stelle e strisce. Il Circuit of the Americas si presenta ai nastri di partenza con una novità iconica che ruba subito l'occhio nel paddock: un gigantesco cappello da cowboy, che si candida al Guinness World Records - che incorona la struttura e accoglie piloti e tifosi in pieno stile texano. Ma dietro lo spettacolo e le atmosfere country, la pista di Austin, sede del Gran Premio degli Stati Uniti, non fa sconti.
Ad alzare la voce alla vigilia sono i tecnici Brembo, che mettono in guardia ingegneri e piloti: il tracciato da 5,513 metri è il più severo d'America per i freni, meritandosi un indice di difficoltà pari a 4 su una scala da 1 a 5. Numeri alla mano, si tratta di una pista anomala: appena 6 staccate al giro per meno di 15 secondi complessivi di utilizzo dell'impianto frenante, suddivise tra 4 staccate Hard, 1 Medium e 1 Light.
Il vero banco di prova è la celebre e spettacolare curva 1, posta subito dopo il rettilineo del traguardo e la ripida salita. È qui che si registra il punto di decelerazione più duro dell'intero weekend: le monoposto piombano a 305 km/h per essere costrette a scendere a quota 93 km/h. Un gancio sinistro che si consuma nello spazio di 3,11 secondi e 144 metri, durante i quali i piloti subiscono una forza di 4,3 g, imprimendo sul pedale del freno un carico poderoso di 123 kg, con una potenza frenante scaricata a terra di ben 1.760 kW.
Analizzando il confronto con il 2025, le nuove monoposto 2026 cambiano radicalmente la fisionomia delle staccate. Prendendo a riferimento la curva 12, i valori si alleggeriscono sul fronte dei carichi ma si allungano notevolmente sulla distanza: se un anno fa i piloti fronteggiavano 4,2 g e 130 kg di carico sul pedale, quest'anno la decelerazione scende a 4 g e il carico a 110 kg. Di contro, lo spazio di frenata si dilata drasticamente, passando da 126 a ben 166 metri, con un tempo di frenata che cresce da 2,72 a 3,42 secondi, offrendo ai tecnici una nuova, affascinante variabile da gestire.
E a proposito di sfide estreme, il confronto con la MotoGP — che calca a sua volta l'asfalto texano con i dischi in carbonio Brembo — evidenzia l'abisso tecnico tra le due e le quattro ruote: le moto azionano i freni 9 volte al giro per 31 secondi complessivi (più del doppio della F1) e, frenando con sole due ruote, necessitano di una cinquantina di metri e oltre 1,8 secondi in più rispetto a una Formula 1 per perdere 200 km/h.
Mentre il paddock si prepara a scendere in pista, la storia chiama in causa anche i tabù di casa nostra. Nonostante le 56 edizioni disputate, il GP Usa non è mai stato vinto da un pilota italiano. Ci andò vicino nel 1989 Riccardo Patrese, giungendo 2° in una gara in cui solo i primi tre chiusero a pieni giri, pur essendosi qualificato con il 14° tempo. Kimi Antonelli quest’anno ha già vinto il GP di Miami, diventando il primo italiano a vincere in F1 negli Usa con freni italiani, perché Michele Alboreto si impose nel GP di Caesars Palace del 1982 e nel GP di Detroit del 1983 con la Tyrrell in un’epoca in cui Brembo forniva solo alla Ferrari.