Hamilton ha fatto ciò che Norris e Verstappen non vogliono fare: perché cambiare team in F1 è così difficile

Hamilton ha fatto ciò che Norris e Verstappen non vogliono fare: perché cambiare team in F1 è così difficile
Pubblicità
Lando Norris è l'ultimo pilota in ordine di tempo ad aver perfezionato il rinnovo del contratto a lungo termine con la propria scuderia, legandosi alla McLaren fino al 2030. Ma perché in pochi oggi hanno il coraggio di cambiare?
31 agosto 2026

Lando Norris sarà un pilota della McLaren fino alla stagione 2030 di Formula 1, lo stesso orizzonte temporale del recente rinnovo del contratto di Max Verstappen con la Red Bull. Qualche mese prima di loro, Charles Leclerc aveva prolungato il suo accordo con la Ferrari di alcune stagioni, oltre il 2028. Tre piloti di tre top team diversi, che hanno scelto di rimanere legati alla loro scuderia fino al termine dell’attuale ciclo tecnico, continuando storie cominciate moltissimo tempo fa. Ma perché sempre meno piloti di punta scelgono il cambiamento?

Naviga su Automoto.it senza pubblicità
1 euro al mese

Il primo motivo non è molto romantico, ma finanziario. L’introduzione del budget cap ha creato sì un tetto alle spese, ma non a tutti gli esborsi. Esclusi da questo giogo sono proprio gli stipendi dei piloti. Realtà con delle risorse economiche ben superiori al budget cap possono così tranquillamente offrire stipendi da capogiro ai propri piloti di punta. I contratti dei piloti di Formula 1 sono segretissimi: i dettagli non vengono mai ufficializzati. Ma quando si parla – come nel caso di Verstappen – di cifre sull’ordine dei 100 milioni di euro all’anno, si capisce come un cambio di casacca diventi meno appetibile.

Nel caso specifico di Verstappen, poi, potrebbe esserci stata anche un’altra leva. Max oltre all’impegno in F1 vuole concedersi delle scorribande in un motorsport più genuino, nel GT. La partecipazione alla 24 Ore del Nürburgring non è un caso isolato. Ma non tutte le scuderie concederebbero al proprio pilota un impegno parallelo in un’altra categoria, soprattutto con un altro marchio, dato che Max corre con una Mercedes. C’è anche un altro rischio, quello legato a potenziali infortuni: un caso estremo, in questo senso, fu l’incidente in un rally che nel 2011 cambiò per sempre la carriera a Robert Kubica.

La possibilità per Max di esplorare altre categorie oltre alla F1 senza dovervi rinunciare per vincoli contrattuali è strettamente legata alla profondità del rapporto con la Red Bull. Tenendo conto che la Toro Rosso fa parte della galassia Red Bull, Max veste gli stessi colori da quando è un ragazzino. E ha contribuito a scrivere pagine indelebili della storia di un marchio che all’inizio della sua avventura in F1 veniva sottovalutato da molti. I piloti che hanno legato da subito la loro carriera a un team – vedi anche Norris e Leclerc – hanno un rapporto di riconoscenza e di forte familiarità che non è facile da scardinare.

Strettamente collegata a questo senso di familiarità è la percezione del rischio legato al cambio di casacca. Non è solo questione di prendere il treno giusto – Fernando Alonso è l’esempio lampante di come certe scelte di pancia possano essere controproducenti – ma anche di dover fare i conti con un processo di adattamento non semplice. Lo dimostra il caso di Lewis Hamilton. il passaggio dalla Mercedes alla Ferrari non solo lo ha costretto ad acclimatarsi a una power unit diversa, con tutto quello che ne conseguiva a livello di guida, ma pure a un ambiente diverso, anche dal punto di vista linguistico.

Non parliamo dell’italiano ampiamente parlato a Maranello, ma della lingua tecnica che differisce da scuderia a scuderia. Ogni team si riferisce a determinati fenomeni con una certa terminologia, che non necessariamente corrisponde a quella utilizzata altrove. Per questo cambiando scuderia serve anche imparare come comunicare con efficacia con gli ingegneri. È un processo, quello di adattamento, che è diventato sempre più complesso con il passare degli anni, e con l’aumento della sofisticazione tecnologica della categoria.

Sono questi i motivi per cui è sempre più frequente vedere piloti che trascorrono larga parte della loro carriera nella stessa scuderia. Questione di riconoscenza, di fattori ambientali e finanziari favorevoli, di lealtà nei confronti del marchio. Vale sia per i piloti più giovani che per quelli più agé, che potrebbero diventare ambassador o dirigenti della stessa scuderia una volta appeso il casco al chiodo. La conseguenza di questa tendenza è un mercato piloti piattissimo, senza grandi colpi di scena. Ma come insegna il caso Hamilton, basta un colpo di peso per innescare una reazione a catena.

Pubblicità