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Un’apertura che, secondo la Camera di commercio cinese presso l’Ue, dovrebbe portare all’introduzione di prezzi minimi al posto delle barriere tariffarie. In altre parole, stop alle tasse aggiuntive, via libera a linee guida sui listini per “stabilizzare il mercato”.
La Commissione europea, però, frena. E lo fa con decisione: "Il documento che abbiamo pubblicato è destinato a fornire orientamenti agli esportatori cinesi. Nient’altro", afferma Olof Gill, portavoce per il Commercio. Nessuna promessa, nessun accordo formale. Solo indicazioni. La domanda è inevitabile: siamo davvero davanti alla fine dei dazi sulle elettriche cinesi, o la strada è ancora lunga?
Per capire quello che sta accadendo, serve tornare al 31 ottobre 2024, quando Bruxelles decide di rafforzare le barriere commerciali contro le elettriche cinesi. Al tradizionale 10% sul valore del prodotto si aggiungono tariffe extra, variabili in base alla collaborazione fornita durante l’indagine antisussidi: fino al 35,3% per i gruppi meno trasparenti.
Secondo l’Ue, Pechino avrebbe drogato la competizione supportando in modo massiccio i costruttori locali: prestiti agevolati da banche statali, terreni a prezzi simbolici per costruire fabbriche, programmi di acquisto governativi, agevolazioni fiscali e filiere strategiche finanziate. Una cornice di aiuti pubblici che avrebbe reso i modelli cinesi più competitivi rispetto a quelli europei.
Pechino respinge le accuse e agita la carta del Wto, il World Trade Organization: secondo la Cina, Bruxelles avrebbe violato i princìpi del libero scambio, ponendo il caso in una dimensione geopolitica oltre che industriale.
Da quel momento, la Cina punta a ridurre o eliminare le tariffe, proponendo come compromesso un prezzo minimo all’esportazione. Un meccanismo comunque protettivo verso le Case europee, ma meno aggressivo dei dazi.
Nel frattempo, i costruttori del Dragone non restano fermi a guardare: partono investimenti diretti nel Vecchio Continente per produrre localmente ed evitare la tassazione sul “made in China”. BYD fa da apripista aprendo una fabbrica in Ungheria, mentre Geely, SAIC e altri gruppi studiano strutture e joint venture.
Una mossa che riporta il dibattito a Bruxelles: i dazi stanno davvero funzionando? O si stanno limitando a rallentare la spinta elettrica senza alterare le dinamiche competitive?
Nelle ultime settimane la Cina prova a forzare la mano. Comunicando ufficialmente di aver raggiunto un’intesa con l’Ue per “stabilizzare il mercato e favorire relazioni commerciali equilibrate”. Una dichiarazione accompagnata da toni concilianti e richiami al Wto, al dialogo e al rispetto reciproco.
Secondo i funzionari cinesi, Bruxelles sarebbe pronta a: mantenere il principio di non discriminazione, applicare uno stesso standard giuridico, pubblicare linee guida sugli impegni di prezzo, valutare le offerte in modo obiettivo e imparziale e salvaguardare la filiera automotive globale. Un quadro quasi da trattato commerciale, che dà l’idea di un accordo politico già chiuso. In realtà non è così.
Bruxelles ha una lettura decisamente più sobria. Sì, la Commissione ha avviato a dicembre 2025 una revisione provvisoria per valutare un’offerta di impegno sul prezzo arrivata da un costruttore cinese, e sì, ha deciso di pubblicare orientamenti per gestire eventuali altre offerte. Ma non c’è alcun segnale che lasci intendere l’abolizione dei dazi. E infatti dal quartier generale europeo la linea resta limpida: si parla solo di “indicazioni agli esportatori”, nessun via libera alla rimozione delle barriere.
Qui si apre un ulteriore capitolo. Perché mentre le diplomazie si parlano, il mercato si muove più veloce.
Tre elementi aiutano a leggere la realtà:
I dazi non hanno fermato la penetrazione cinese, che ora punta sul “made in EU”.
Molti costruttori cinesi hanno virato sull’endotermico ibrido, invadendo comunque l’Europa da altri fronti.
Diversi produttori europei hanno rallentato l’elettrico e rilanciato l’ibrido, approfittando del nuovo scenario competitivo.
In questo contesto, un eventuale accordo sui prezzi minimi servirebbe a poco: non eliminerebbe le produzioni europee cinesi, non cambierebbe l’offerta ibrida e non modificherebbe significativamente l’assetto del mercato. I dazi sulle elettriche cinesi sono ancora pienamente in vigore. E rimarranno tali fino a nuovo ordine, nonostante il pressing diplomatico di Pechino e il rumore mediatico attorno ai prezzi minimi.
Da un lato c’è l’esigenza europea di difendere una filiera industriale strategica; dall’altro l’obiettivo cinese di mantenere libero accesso al più ricco mercato automobilistico mondiale. La sensazione è che il dossier non si risolverà a colpi di comunicati, ma intrecciando politica industriale, relazioni internazionali e scelte strategiche di mercato. Con un’unica certezza, per ora: non è ancora la fine dei dazi.