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La crisi in Medio Oriente sta facendo sentire i suoi effetti anche alle pompe di benzina italiane, e Giorgia Meloni ha scelto di affrontare il tema direttamente dal Senato, dove oggi ha tenuto le comunicazioni in vista del prossimo Consiglio europeo. Il messaggio rivolto alle aziende energetiche è stato netto: "Faremo tutto quello che possiamo per impedire che si speculi sulla crisi: compreso, se necessario, recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione."
Una dichiarazione dal tono deciso, che si inserisce in un quadro più ampio di misure allo studio del governo per contenere i rincari dei carburanti. Ma tra le parole della premier e la realtà degli strumenti disponibili, la distanza è ancora considerevole.
Il principale meccanismo che il governo sta valutando è quello delle cosiddette accise mobili, uno strumento introdotto dalla legge finanziaria 2008 che consente di utilizzare il maggiore gettito IVA derivante dall'aumento dei prezzi dei carburanti per ridurre temporaneamente le accise, compensando in parte il rincaro per i consumatori. In teoria, un circolo virtuoso: prezzi più alti generano più IVA, quella IVA in eccesso torna ai cittadini sotto forma di accise più basse.
La stessa Meloni ha però chiarito i tempi davanti ai senatori: "Il meccanismo utilizza la maggiore IVA derivante dagli aumenti per abbassare le accise. Parliamo di un problema che abbiamo da qualche giorno, sei/sette giorni. Gli introiti derivanti dall'IVA di questo momento così breve non ci consentono di costruire un impatto percepibile dai cittadini. Il meccanismo si attiva quando l'aumento diventa strutturale, quando l'impatto sui cittadini diventa un impatto reale."
Pochi minuti dopo, in commissione Finanze alla Camera, è arrivata la conferma dal Ministero dell'Economia tramite la sottosegretaria Lucia Albano: l'applicazione delle accise mobili "dipende necessariamente dal verificarsi di tutte le condizioni economico-finanziarie previste, in mancanza delle quali le stesse non possono operare." Traduzione: per ora non si fa nulla, ma il governo "monitora costantemente l'evoluzione della situazione."
Una risposta che non ha soddisfatto l'opposizione. Il vicepresidente M5S Michele Gubitosa ha replicato senza mezzi termini: "Non siamo assolutamente soddisfatti. I rincari richiedono un intervento netto e tempestivo. Il governo si è nascosto dietro al prezzo medio del petrolio, che è un dato già superato dalla realtà. I cittadini che devono pagare la benzina alla pompa non se ne fanno niente delle promesse."
Sul fronte europeo, Meloni ha rilanciato con forza la richiesta italiana di riforma del sistema ETS, il meccanismo di tassazione delle emissioni di CO₂ che, secondo il governo, contribuisce ad alzare artificialmente il prezzo dell'elettricità anche per le fonti rinnovabili che quella tassa non la pagano. In attesa della revisione strutturale già prevista per la seconda metà del 2026, l'Italia chiede a Bruxelles di sospendere urgentemente l'applicazione dell'ETS alla produzione di elettricità da fonti termiche, almeno fino a quando i prezzi globali delle fonti fossili non torneranno ai livelli pre-crisi.
Una posizione che porta anche al Consiglio europeo della prossima settimana, insieme ad altre richieste: la proroga delle quote gratuite per le industrie energivore - ceramica, siderurgia, cartiere, vetro - e l'introduzione di un tetto al prezzo delle quote ETS per limitare la speculazione finanziaria su questo strumento.
Al di là della retorica politica, il problema di fondo rimane quello che chiunque si occupi di mercati energetici conosce bene: il prezzo della benzina alla pompa non lo decide nessuna azienda italiana. Lo determina il prezzo del petrolio sui mercati internazionali, che a sua volta dipende da domanda globale, decisioni OPEC, tensioni geopolitiche, scorte disponibili e aspettative degli investitori finanziari. Basta un annuncio politico o il timore di un'interruzione delle forniture per far oscillare il barile, e quelle oscillazioni si trasferiscono rapidamente ai distributori.
Dimostrare che un aumento è frutto di speculazione - e non di dinamiche di mercato - è tecnicamente molto complesso. I margini dei gestori delle stazioni di servizio sono storicamente ridotti a pochi centesimi al litro e non variano significativamente con l'aumento dei prezzi. Chi guadagna davvero quando il petrolio sale sono le grandi compagnie energetiche a monte, e il meccanismo con cui si potrebbe dimostrare un comportamento speculativo rispetto all'andamento del mercato internazionale resta tutt'altro che semplice da applicare in sede legale o fiscale.
In altre parole: la minaccia di tassare gli speculatori è politicamente efficace, ma praticamente difficile da tradurre in misura concreta. Il vero nodo strutturale - che la stessa crisi mediorientale ha rimesso al centro - resta la dipendenza energetica dell'Italia e dell'Europa dall'estero. Finché quella dipendenza non si riduce in modo significativo, ogni crisi geopolitica nelle aree produttrici si tradurrà inevitabilmente in rincari alle pompe, e nessuna accisa mobile potrà cambiare le dinamiche profonde che determinano il prezzo dell'energia a livello globale.