Carburanti, la rivolta dei benzinai contro il "price cap" di Stato: "Concorrenza sleale, pronti a ricorrere all'Antitrust"

Carburanti, la rivolta dei benzinai contro il 'price cap' di Stato: 'Concorrenza sleale, pronti a ricorrere all'Antitrust'
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Mentre il Governo applaude la "solidarietà" di Eni e IP, esplode la rabbia della rete distributiva. Figisc-Confcommercio lancia l'allarme: con margini di appena 3,5 centesimi al litro, i tagli imposti dai colossi condanneranno i gestori a lavorare in perdita. L'anello più debole della filiera minaccia azioni legali.
28 settembre 2026

Il "miracolo" del carburante calmierato ha un prezzo occulto, e a pagarlo non saranno le grandi sorelle del petrolio, ma l'anello più debole e indifeso della filiera.

Dopo gli annunci in pompa magna di Eni e IP, osannati da Palazzo Chigi come atti di patriottica solidarietà, la narrazione idilliaca si scontra con la dura realtà dell'asfalto: esplode la rabbia dei gestori degli impianti. La mossa che ha permesso ai colossi di disinnescare la tassa sugli extraprofitti, mascherando al contempo il taglio governativo dello sconto sulle accise, si sta infatti trasformando in una morsa letale per i benzinai indipendenti, pronti ora a dare battaglia per vie legali.

A lanciare l'allarme è la Figisc, l'associazione dei gestori carburanti aderente a Confcommercio. I rappresentanti di categoria non usano mezzi termini per definire l'offensiva commerciale dei giganti dell'energia, bollando l'operazione come vera e propria "concorrenza sleale". Un'accusa pesante e circostanziata, che i vertici dell'associazione sono intenzionati a formalizzare: l'ipotesi sul tavolo è quella di avviare azioni comuni che potrebbero approdare direttamente davanti all'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust).

Come spiegato dalla presidenza di Figisc in un'intervista ad Ansa, il margine di guadagno netto di un singolo gestore si muove storicamente all'interno di una forbice strettissima, compresa appena tra i 3,5 e i 4 centesimi per ogni litro di carburante erogato. Di fronte a un price cap "volontario" imposto dai marchi dominanti - capace di abbattere i listini fino a 17 centesimi rispetto alle medie di mercato - l'aritmetica non lascia scampo. Come denunciano i rappresentanti dei benzinai, le riduzioni annunciate causeranno inevitabilmente perdite nette per chi sta fisicamente dietro la pompa, costretto a vendere sottocosto o a rinunciare a un margine già risicato per restare sul mercato.

L'effetto domino che avevamo ampiamente previsto si sta dunque materializzando nella sua forma più spietata. Se le compagnie verticalmente integrate - forti del controllo sull'intera catena, dall'estrazione alla raffinazione - possono tranquillamente permettersi di comprimere i profitti della distribuzione per un solo mese (dopo aver accumulato extraprofitti record per oltre un semestre), i piccoli gestori non possiedono alcun paracadute finanziario. Allinearsi ai nuovi prezzi di Eni e IP per non subire un'emorragia totale di clienti significherà per molti di loro lavorare in perdita, andando incontro al collasso.

Si chiude così il cerchio di una delle operazioni di "finanza politica" più scaltre degli ultimi anni. L'esecutivo incassa il dividendo di un prezzo temporaneamente anestetizzato, le Big Oil si rifanno l'immagine pubblica mettendo in cassaforte i maxi-profitti passati e schivando la scure del fisco, mentre il conto di questa improvvisa e sospetta "solidarietà" viene presentato interamente all'ultimo miglio. Una manovra a tenaglia che rischia di spazzare via un intero tessuto di piccole imprese, dimostrando ancora una volta come le guerre di facciata tra Stato e grandi lobby si concludano sempre sulla pelle dei più deboli.

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