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C'è un'immagine che descrive perfettamente il momento critico del settore automobilistico cinese: le concessionarie vuote alla periferia di Pechino. In passato, la stagione che va tra il "settembre d'oro" e l'"ottobre d'argento" rappresentava il picco storico per l'acquisto di nuove vetture. Oggi, questo stesso periodo si sta rivelando il più difficile e lento degli ultimi tre decenni, secondo soltanto ai mesi di totale paralisi vissuti durante la pandemia.
A testimoniare questo crollo verticale è Li Ke, venditore di auto con 26 anni di esperienza alle spalle, che in un'intervista alla CNBC traccia un quadro desolante: "Negli anni passati i clienti venivano senza sosta e firmavamo contratti tutti i giorni. Oggi vediamo solo due o tre accordi a settimana".
Il blocco degli acquisti non è un capriccio passeggero, ma il sintomo di un malessere economico strutturale. L'instabilità del mercato del lavoro e il continuo deprezzamento del settore immobiliare hanno duramente colpito la fiducia dei consumatori cinesi. A questo si aggiunge la decisione del governo di ridimensionare pesantemente le politiche di stimolo, tagliando sia i sussidi statali per la rottamazione (il "cash-for-clunkers") sia le agevolazioni fiscali per il passaggio all'elettrico.
I numeri diffusi dalla China Passenger Car Association parlano chiaro: nei primi nove mesi dell'anno, le vendite al dettaglio di autovetture si sono fermate a 13,33 milioni di unità, segnando un drammatico -21,7% rispetto all'anno precedente. Le proiezioni per l'intero 2026 stimano una chiusura a 18,5 milioni di veicoli (-22%), un volume addirittura inferiore a quello registrato nel primo anno di pandemia.
Il dato forse più allarmante riguarda le New-Energy Vehicles (NEV), la categoria che include le auto completamente elettriche. Se il declino delle auto a benzina era atteso a causa della transizione ecologica del Paese, il calo del 12,8% registrato dai veicoli elettrici tra gennaio e settembre dimostra come la contrazione della domanda sia trasversale e non risparmi più alcun segmento.
"I clienti guardano ogni centesimo", spiega il venditore Li Ke. "Valutano quale modello sia più pratico, economico e conveniente a lungo termine. Gli acquisti d'impulso sono spariti". L'atteggiamento prevalente, di fronte a spese così importanti in un'economia incerta, è quello dell'attesa.
Questa paralisi interna, unita a una brutale e prolungata guerra dei prezzi tra i vari marchi, sta erodendo i margini di profitto dell'intera industria. Secondo il National Bureau of Statistics cinese, i profitti specifici per il settore della produzione automobilistica tra gennaio e settembre sono crollati del 22,8% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. La contrazione dei guadagni è tale che i rivenditori, come quello di Li Ke, sono stati costretti a spostare i propri autosaloni dalle prestigiose e costose strade principali verso zone periferiche con meno passaggio, pur di abbattere i costi di affitto.
La saturazione del mercato domestico e il crollo dei profitti interni spiegano l'aggressiva politica di esportazione intrapresa dalle case automobilistiche cinesi e, con i piazzali pieni e i clienti locali restii a comprare (anche di fronte a continui sconti, che ormai non sortiscono più alcun effetto trainante), i costruttori sono disperatamente alla ricerca di valvole di sfogo all'estero.
È questa urgenza di smaltire la produzione che guida la massiccia invasione di veicoli cinesi sui mercati globali. Una strategia di sopravvivenza aziendale che spiega anche il forte timore di Pechino di fronte alla concreta possibilità che Stati Uniti ed Europa decidano di innalzare barriere commerciali coordinate contro l'export automobilistico del Dragone.