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Dietro la parabola straordinaria di un ragazzo di vent'anni che si incorona Campione del Mondo di Formula 1, non ci sono soltanto doti velocistiche fuori dal comune, telemetrie e contratti milionari. C'è, prima di tutto, una famiglia unita e dai valori solidi, che ha saputo accompagnare un talento precoce proteggendolo, guidandolo e sacrificandosi nei momenti chiave della sua crescita. Nel lungo viaggio che ha portato Kimi Antonelli dai kart da bambino fino all'Olimpo dell'automobilismo, la presenza di papà Marco e mamma Veronica è stata la vera colonna portante di un sogno diventato realtà.
A raccontare in esclusiva ad Automoto.it i retroscena più intimi degli anni della formazione è Dino Chiesa, fondatore di Kart Republic e figura paterna sui campi di gara, che per tre anni cruciali — dagli undici ai quattordici anni — ha vissuto al fianco dei genitori di Kimi la trasformazione del ragazzino di San Lazzaro di Savena in un fenomeno mondiale. "La loro è una famiglia unita, lo si vede ancora adesso”, ci racconta Dino Chiesa. "Marco non viene da una famiglia facoltosa, viene da una famiglia normale e aveva il suo lavoro con il suo team. Su 60 o 70 gare che Kimi ha fatto qui con me nei kart, Marco sarà venuto a 7 o 8 gare perché era impegnato con le sue attività. Veniva tanto la mamma, Veronica, che lo accompagnava da bambino com'era giusto che fosse”.
Un equilibrio perfetto fatto di fiducia reciproca e delega totale tra la famiglia Antonelli, Dino Chiesa e la Mercedes di Gwen Lagrue, ora pronto ad accasarsi in Red Bull, senza che nessuno cedesse mai alla tentazione di scavalcare ruoli e competenze. "Marco me l'ha dato in mano dicendomi: 'È mio figlio, abbiamo questo diamante tra le mani e dobbiamo cercare di fare tutti del nostro meglio'. Si fidava ciecamente di me, esattamente come si fidava di Gwen Lagrue. Marco è sempre stato un padre presente ma con i piedi per terra”.
È proprio da papà Marco — a sua volta pilota e proprietario di AKM, team attivo in F4 e nel GT Italiano — che Kimi ha ereditato non solo il DNA da corsa, ma anche quella disciplina rigorosa e senza sconti che lo ha reso l'atleta maturo e autocritico che oggi domina in Formula 1. Una gestione genitoriale priva di facili trionfalismi, basata sul lavoro sodo anziché sulle lodi sperticate. "Marco è uno che, come me del resto, se vincevi la gara con cinque secondi di vantaggio avendone dieci di margine, non ti portava mica nell’Olimpo", ricorda Chiesa. "Eravamo della stessa pasta: se Kimi vinceva staccando tutti di cinquanta metri, gli si diceva comunque 'hai sbagliato quell'ingresso curva del 20%'. E se arrivava secondo ed era il massimo ottenibile, gli si diceva 'bravo'. Marco gli ricordava sempre di analizzare dove si poteva fare meglio, perché nel momento in cui pensi che aver vinto ti renda il migliore, è esattamente quando hai già finito di vincere”.
Tra menu scaramantici preparati nel camper e il calore di una presenza costante nei momenti difficili, Veronica ha rappresentato l'ancora emotiva per un adolescente catapultato ad affrontare avversari molto più grandi di lui. "Durante le gare gli si cercava di insegnare le cose anche da fratelli maggiori o da papà racing”, conclude Dino Chiesa. "Ma il bagaglio e il carattere che Kimi si porta dietro oggi sono il frutto di quegli anni e di quella famiglia. Ha dimostrato chi è Kimi Antonelli, ma lo dimostrava già da quando aveva undici anni”.