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“Ho visto arrivare questo bambino minuto, con indosso una maglietta della Mercedes. Era incredibilmente formale. Ho lasciato che stesse accanto a me ai box. Era molto interessato, anche se non arrivava nemmeno a vedere il monitor”. Seduto nel suo ufficio nell’hospitality della Mercedes a Città del Messico nel giorno della quiete prima della tempesta mondiale di Andrea Kimi Antonelli, Toto Wolff con la mente torna al primo incontro con il bambino destinato a diventare il campione più giovane della storia della F1.
“Io all’epoca non conoscevo bene il mondo dei kart. Gwen e Stephane [Lagrue e Guerin, ndr] che gestivano il nostro vivaio, erano molto vicini a Dino Chiesa, che ha svolto un ruolo molto importante nella crescita di Kimi. Quando spinge un giovane pilota, è perché vede del talento. È molto duro, ma si getterebbe nel fuoco per i suoi ragazzi”, racconta Wolff alla stampa italiana selezionata, Automoto compreso, riavvolgendo il nastro del percorso che ha portato Antonelli dritto verso il suo primo titolo mondiale.
Ma quando capì che Antonelli era davvero speciale? “Con la vittoria del titolo in Formula 4 da rookie. Ha avuto vita più difficile in FRECA, ma a quel punto mi ero già fatto la mia idea. Parlando con chi lavorava nei kart, ho capito che Kimi era stimato tanto quanto Max Verstappen. Tutte le generazioni di piloti hanno il loro talento assoluto. Senna, Schumacher, Hamilton, Verstappen e ora Kimi. Quest’ultimo deve ancora provare di poter reggere il paragone con piloti che hanno vinto più titoli mondiali, ma ha tutto quello che gli serve. Se dovesse continuare a essere il giovane uomo umile che è oggi, il mondo è suo”.
Antonelli è speciale, certo. Ma dietro il suo successo si nascondono tanti sforzi. “Non è solo questione di talento, né di maturità. È il frutto di nove anni di lavoro da parte della famiglia e del team. Gli abbiamo fornito i migliori coach, e abbiamo coperto tutti i costi. Non è così per i vivai della Ferrari e della Red Bull. Noi offriamo il pacchetto completo, ma è un sedile a eiezione. Se non c’è performance, si è fuori. Se la curva di sviluppo continua, però, lo stesso vale per il percorso con noi. Offriamo l’intera infrastruttura dai kart in avanti. Il successo di Kimi è una vittoria del sistema”.
Non si può negare l’importanza di Wolff nel percorso professionale e personale di Kimi. Ma Toto rifugge la suggestione che sia un secondo padre per il talento italiano. “Devo stare attento a usare la parola figlio. Marco ne ha uno di vent’anni, io due, di 25 e 9. Marco e Veronica hanno svolto un ruolo essenziale, instillandogli i valori giusti. Marco è stato il primo a insegnargli come guidare una macchina. Veronica accompagnava Kimi alle gare quando Marco stava mettendo le fondamenta del suo team. Noi abbiamo aggiunto il pacchetto all-inclusive di cura”.
Nonostante abbia puntato su di lui quando le sue qualità erano solo un potenziale ancora da esprimere al massimo, Wolff sta scoprendo lati di lui che lo stupiscono. “È capace di ragionare a compartimenti stagni. Dopo la qualifica, non si è parlato della gara, del mondiale. In quel momento non esistevano. Ha semplicemente detto di non essere stato abbastanza bravo. Lo scorso anno non c’era nulla da cui isolarsi. Il giovane uomo che vedo ora è una persona molto diversa rispetto a 12 mesi fa”.
“Quando lo abbiamo scelto per il sedile, sapevamo che avrebbe vissuto una stagione complicata, fatta di alti e bassi, di angoli da smussare. È andata esattamente così. Nove gare senza punti, le lacrime a Spa. E poi la ripresa a Las Vegas. Come team, abbiamo sempre voluto abbracciarlo, supportarlo. Nessuno ha mai dubitato di lui, ed è qualcosa di cui vado molto orgoglioso. Se fosse stato in Ferrari o in Red Bull, sarebbe successo. Il vero cambiamento è occorso durante l’inverno. È in quel momento che ha processato tutto. Prima aveva corso, viaggiato, affrontato il jet lag, compreso la pressione dei media”.
Con il nuovo regolamento tecnico, osserva Wolff, “nessuno aveva un vantaggio. Tutti hanno dovuto imparare a guidare queste vetture. E lui lo fa con intelligenza. Quando è finito a muro in Australia, ha digerito la cosa in modo diverso. Se l’è messa subito alle spalle. Ho lavorato con tanti giovani. Quando lo ascolti durante un debriefing, sembra che abbia 35 anni. È per via del modo in cui sente le cose, le analizza. E poi c’è l’autocritica. Quando sbaglia, lo ammette. Altri ragazzi cercano di attribuire la colpa ad altro: la macchina, il motore, il traffico. Colpa di quella supponenza dei perdenti. Kimi è un giovane uomo molto, molto speciale”.
Anche nei momenti più difficili, comunque, “non abbiamo mai avuto dubbi su di lui. Gli abbiamo fatto saltare la Formula 3. Lo abbiamo promosso in F1 dopo un anno difficile in F2. Abbiamo scelto di dargli un sedile nel team ufficiale. Di continuare con lui in seguito a una stagione complessa. Ci ha ripagato. Non è un miracolo, qualcuno che la Ferrari o altri hanno mancato. Ora vedete il frutto di anni di lavoro”. Ma quello che ha fatto ha superato anche le aspettative più rosee di Wolff. “Se mi avessero detto all’inizio dell’anno che avrebbe lottato per il mondiale contro un compagno di squadra come George Russell, l’avrei considerato una previsione affrettata”.
Quella ardita eventualità è diventata realtà, in una stagione che lo ha visto chiudere diversi cerchi, rifacendosi di colpi dolorosi. “Monza è stata la rivalsa di quello che era accaduto due anni prima, quando tutto era crollato. Fu il giorno più nero per la sua famiglia. Veronica e Marco erano distrutti. Due anni dopo, proprio a Monza, è arrivato il giorno migliore della sua carriera”. Un percorso che lo ha portato a cambiare il team con la sua contagiosa espansività. “Non penso che Bono avesse mai abbracciato qualcuno prima che ci fosse Kimi. Lo sapete come sono fatti gli inglesi, sono un po’ chiusi. Poi è arrivato Kimi ad abbracciare tutti, e i duri del box, gente con una formazione militare, si sono sciolti”. Chi l’avrebbe mai detto, quando faticava a vedere il monitor con una maglietta troppo grande per lui a Montecarlo.