"Il modello del pilota spietato è morto, Kimi ha insegnato a tutti come si vince": Toto Wolff celebra l'impresa epocale del suo Antonelli

'Il modello del pilota spietato è morto, Kimi ha insegnato a tutti come si vince': Toto Wolff celebra l'impresa epocale del suo Antonelli
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Dalla scelta di sostituire Hamilton alla protezione della famiglia, fino al duro attacco ai piloti "viziati": Toto Wolff celebra il titolo mondiale di Kimi Antonelli in Messico
2 novembre 2026

C’è un momento preciso in cui le scommesse smettono di essere numeri su un foglio di calcolo per trasformarsi in storia. Per Toto Wolff, quel momento non è arrivato sotto la bandiera a scacchi del Gran Premio del Messico, né quando la matematica ha incoronato Andrea Kimi Antonelli Campione del Mondo di Formula 1. È arrivato in uno stadio gremito, tra il clamore della folla, quando lo sguardo dell'austriaco si è posato su quel ragazzo di vent'anni salito sul tetto del mondo.

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Fino a quel secondo, nel garage Mercedes regnava uno strano, quasi spettrale distacco. “Sedevo nel box come faccio da dodici anni a questa parte, mentre la gara volgeva al termine, e non provavo alcuna emozione”, ha confidato Wolff a caldo nel paddock di Città del Messico. “Mi dicevo: 'Ma cosa c’è che non va in me? Dovrei sentire qualcosa ora che il traguardo è vicino'. Invece zero. Siamo così abituati al nostro stampo, a concentrarci solo sul lavoro e sull'eseguire il weekend perfetto. La scarica è arrivata solo quando l'ho visto nello stadio: quel giovane uomo che ha vinto il suo primo titolo mondiale in modo dominante. Ed è stato semplicemente bellissimo”.

Un trionfo arrivato al termine di un cammino a tratti estenuante, fatto di pressioni asfissianti e di scetticismo diffuso. Quando la mattina del febbraio 2024 Lewis Hamilton si presentò a casa di Wolff per comunicargli l'addio in direzione Maranello, il Team Principal della Stella non ebbe un attimo di esitazione. Istintivamente, la scelta era già fatta. “Ricordo di aver chiamato subito Bradley Lord e James Allison per dirgli che Kimi sarebbe salito in macchina. Mi risposero: 'Ma di cosa stai parlando?'. Ma per me non c'era bisogno di conferme. I dati erano chiari, il suo percorso in F4 e nella Regional parlava da solo. Non ho mai percepito la scelta di Kimi come un rischio. Io prendo solo rischi calcolati, quelli in cui il peggior scenario possibile non cambia la vita della squadra. E i dubbi non sono mai arrivati da dentro: la squadra e Ola Källenius sono sempre stati compatti. I dubbi venivano dall'esterno, dai media, dagli ex partner, da altri piloti che ritenevano di meritare quel sedile”.

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Quello scetticismo, nutrito dalle inevitabili difficoltà di un debutto e dai nove GP consecutivi senza punti nella sua prima stagione, si è dissolto di fronte alla continuità disarmante mostrata da Antonelli nel momento decisivo del campionato. “Ci sono stati momenti in cui le voci 've l'avevo detto' prendevano forza”, ammette Wolff. “Ma per me non c'è mai stato un singolo dubbio. Era la stagione che mi aspettavo, un progetto di almeno due anni in cui il secondo doveva confermare quello che avevamo visto in lui. Oggi siamo qui e abbiamo la conferma. Ha saputo inanellare un weekend perfetto dopo l'altro, con quattro o cinque vittorie consecutive. Sapevo che se gli avessimo dato la macchina giusta, avrebbe vinto il titolo”.

Una maturità da veterano incastonata nel corpo di chi, agli occhi di Wolff, somiglia ancora al bambino di undici anni che muoveva i primi passi nel garage di Brackley, guidato dall'intuizione di chi lo ha scoperto e cresciuto fin dai kart. “Vedo ancora lo stesso ragazzino. Devo dare grandissimo merito a Gwen Lagrue, che lo ha notato quando noi non guardavamo ancora al karting, e a James Allison che ci ha creduto basandosi sui dati e con la sua intelligenza. E poi c'è Bono, al suo terzo pilota campione del mondo. Vincere con Lewis è stato incredibile, siamo stati parte della storia del più grande campione di sempre, ed è qualcosa di culturalmente rilevante anche fuori dalla F1. Ma con Kimi è diverso: lo abbiamo cresciuto noi da quando aveva dodici anni. Qualche settimana fa lo cercavo e mi hanno detto: 'È al parco acquatico'. Fantastico! Finché possiamo preservare questo suo lato, è meraviglioso. E non beve nemmeno una goccia di alcol, zero. Certo, da un lato è un bene, dall'altro dovrà pur maturare anche in questo e prima o poi farsi il suo primo shot di tequila... chissà se succederà stasera”.

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Dietro la serenità mostrata in pista c'è stato però un lavoro imponente per proteggere il talento bolognese nei momenti di massima tensione. “Quando viene nel mio ufficio e chiude la porta, so che ha qualcosa che lo opprime”, rivela Wolff. “Questo weekend era davvero teso, soffriva il fatto che la gente si congratulasse con lui già da venerdì o sabato, quando il lavoro non era ancora finito. Sia io che suo padre gli abbiamo detto la stessa cosa: 'Non è diverso da quando ti giocavi un campionato sui kart a 12 anni. Sentivi la stessa identica pressione, guida solo come sa fare Kimi. Se non succede questo weekend, succederà a San Paolo'. Attorno a lui siamo riusciti a costruire uno scudo solido — la famiglia, gli amici, i sostenitori, la squadra — che impedisce a chiunque di scuoterlo o di interferire in modo negativo”.

La giornata del trionfo ha visto anche il risvolto umano del garage, con la delusione di George Russell, tradito da problemi di energy delivery nel primo rettilineo mentre aveva il passo per vincere. “L'ho visto dopo la gara ed è distrutto”, spiega Wolff. “Per un pilota è un momento catastrofico, ma è stato un grande gesto di sportività andare da Kimi a congratularsi. George è stato anche responsabile di aver portato questo ragazzo nel team, ha fatto tutto il lavoro con lui. Capisco perfettamente perché abbia preferito saltare i media e lasciare il tracciato, anzi mi ha sorpreso che sia rimasto nel box così a lungo. Sono molto vicino a lui in questo momento”.

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Sulle prospettive future e sulle voci di un suo possibile passo indietro dopo questo ennesimo trionfo, Wolff chiarisce: “Lapo Elkann mi ha detto una cosa bellissima su suo nonno: che è stato capace di rimanere rilevante per tutta la vita. Questo è ciò che ho detto a Kimi ieri: dobbiamo lavorare insieme per farti rimanere rilevante per i prossimi 25 anni di carriera, senza essere una meteora. E per quanto riguarda me, mi chiedo ogni giorno se sto contribuendo allo sviluppo del team. Se sentirò che qualcuno può farlo meglio, sarò il primo a farsi da parte per diventare Presidente Esecutivo e spiegare a tutti come fare meglio! Ma la risposta oggi è che amo quello che faccio. La F1 sta cambiando, le strutture del futuro avranno ruoli divisi e io sto crescendo Bradley Lord per togliermi molte mansioni, ma non ho alcun piano di fermarmi oggi”.

Ma al di là dei festeggiamenti e dell'incredibile spessore tecnico di un'impresa d'altri tempi, il trionfo di Antonelli segna, secondo Wolff, un punto di non ritorno per l'intera Formula 1. Una vera e propria rivoluzione culturale che spazza via i vecchi cliché del paddock. “Vorrei dire un'ultima cosa, perché ne ho parlato anche con Mohammed Ben Sulayem", ha chiosato Wolff al termine del suo intervento, scandendo le parole con forza. "Il concetto del vincere a tutti i costi, dell'essere egoisti, opportunisti, spietati per il proprio tornaconto... quel modello di pilota è morto. Oggi abbiamo un nuovo campione che rappresenta valori come l'umiltà, l'integrità, la lealtà, il rispetto. Kimi dovrebbe essere un modello per tanti giovani piloti nelle formule minori e per quei pochissimi viziati in Formula 1: i lamentosi seriali via radio, quelli che protestano sempre, quelli che cercano il contatto. Guardino questo ragazzo di vent'anni e riflettano su cosa possono fare per migliorare. Questo è il pilota moderno. Kimi non è speciale solo per il talento — quello a questi livelli ce l'hanno tutti — ma perché è una brava persona. E ha dimostrato a tutti che si può battere chiunque là fuori rimanendo brava gente”.

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