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Sette lustri, settantatré anni di attesa. Dai tempi di Alberto Ascari, il motorsport italiano non assapora il brivido dell'iride nella massima serie, ma il conto alla rovescia è ormai questione di manciate di punti. Nel paddock di Città del Messico, dove la Formula 1 si appresta a vivere il primo vero match point iridato, l'atmosfera è quella delle grandi occasioni. A giocarsi il titolo mondiale al secondo anno nella categoria è Andrea Kimi Antonelli, protagonista di una cavalcata trionfale che ha zittito gli scettici e dato ragione a Toto Wolff.
La cavalcata del giovane talento bolognese, coronata dall'ultimo acuto sul complicato e severo asfalto di Austin, racconta di una simbiosi totale con una Mercedes V17 tutt'altro che semplice da domare. L'atteso e corposo pacchetto di aggiornamenti portato dal team di Brackley in Malesia ha aumentato la deportanza teorica, ma ha reso la monoposto estremamente scorbutica e complessa da interpretare nel suo picco di prestazione.
Eppure, proprio come faceva Max Verstappen in passato, i grandi campioni possiedono la dote innata di superare i limiti tecnici della propria vettura, facendolo quasi sembrare semplice. La forbice prestazionale scavata nel weekend texano rispetto a un compagno di squadra in grande affanno come George Russell certifica la differenza. Kimi guida pulito, aggressivo ma geometrico, sfruttando una straordinaria neuroplasticità e una capacità di "riprogrammazione" immediata dei propri errori — una sorta di intelligenza artificiale applicata al cronometro — che gli ha permesso di correggere in volata anche il fastidioso scoglio dei track limits.
Dietro al dominio emotivo e tecnico del diciannovenne italiano, la griglia si muove tra conferme e grandi disillusioni. La Ferrari, reduce dall'ultimo tassello evolutivo portato sulla SF-26, mastica amaro per i soliti vecchi problemi nel mandare in temperatura le mescole in Q3, pur mostrando un passo gara incoraggiante e ritrovando la convinzione di Charles Leclerc. Meno sorrisi in casa Red Bull, frenata dai capricci della power unit e dai problemi di correlazione legati a una storica galleria del vento ormai al capolinea, così come in casa McLaren, dove le difficoltà di integrazione della power unit e la carenza di carico al posteriore continuano a zavorrare le ambizioni di Lando Norris.
Ora lo sguardo è tutto rivolto all’Autodromo Hermanos Rodríguez. L'altitudine di 2.200 metri, la rarefazione dell'aria e la delicatissima gestione termica delle power unit faranno da cornice al verdetto della pista. Due punti. Tanto serve ad Antonelli per chiudere i conti e cucirsi addosso la storia, trasformando una scommessa visionaria in un trionfo azzurro.