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L’Italia fiera, vincente, spregiudicata del motorsport non ha solo la faccia di Andrea Kimi Antonelli, il campione del mondo più giovane della storia della Formula 1. C’è un altro iridato in questo 2026 così speciale: Nicolò Bulega, trionfatore nel mondiale Superbike con Ducati. Una delle poche persone che può capire davvero cosa abbia significato per Antonelli reggere una sfida così complicata. “Io credo che la capacità di gestire la pressione si debba avere dentro. Ci si deve nascere, in questo modo. E Kimi sicuramente ci è nato”.
“Sa cosa deve fare, quando deve attaccare e quando invece deve cercare di non fare errori. È giovane, ha un bel futuro davanti. Ma è come se avesse già tantissima esperienza, visto il modo in cui ha gestito la situazione”, ci ha spiegato quando lo abbiamo incontrato ad Austin nella sua nuova veste di campione del mondo di Superbike. “Vincere nell’anno del centenario della Ducati è stato ancora più bello. È un ricordo che porterò sempre con me. L’anno scorso il titolo lo abbiamo perso per troppa sfortuna. Lo meritavamo anche in quel caso”, riflette.
“Abbiamo incanalato la rabbia per il mancato risultato verso l’obiettivo quest’anno. La moto era incredibile, io sono sempre andato bene e la squadra ha lavorato sempre al meglio. Ci siamo tolti tutti delle belle soddisfazioni”. Per Bulega, però, è tempo di una nuova sfida, in MotoGP con VR46. Un passaggio tutt’altro che semplice. “Può sembrare uguale, ma alla fine cambia tutto. La moto è completamente diversa, così come il campionato e i circuiti. E poi ci sono molte più gare. In Superbike se ne corrono 12, mentre l’anno prossimo ne disputerò 22, per giunta con le Sprint”.
“Sarà sicuramente molto più stressante, anche dal punto di vista mentale. Arrivare alla fine della stagione sarà difficile, ma è compensato dal fatto di raggiungere il sogno di correre in MotoGP. Sarà dura ma bella”. Nell’ambiente della F1, che ha avuto modo di assaporare come ospite di Audi, ha trovato qualcosa di comune con il mondo delle moto. “Il livello di organizzazione è incredibile, di una caratura maggiore rispetto a quello cui siamo abituati nelle moto, anche in MotoGP. Ma alla fine nel box si respirano la stessa passione, la stessa anima racing che abbiamo anche noi”.
La medesima indole pistaiola che lo accomuna al nuovo campione del mondo di Formula 1. “Kimi – racconta Nicolò - l’ho conosciuto circa un anno e mezzo fa, al Ranch di Valentino. Era venuto a fare un giro, e io mi stavo allenando. Mi ha impressionato il fatto che sia un ragazzo incredibilmente normale, rispetto a quello che è in realtà. Ho avuto modo di parlare con lui anche qui ad Austin. Ha disputato una stagione straordinaria”.
“La gara di Monza, soprattutto, è stata veramente emozionante, anche per chi non è appassionato di Formula 1. Sarebbe stato impossibile restare indifferenti, anche per chi non ha mai visto un GP. È veramente bello che ci sia un italiano così forte in F1 oggi”. Le storie di Bulega e Antonelli hanno un fil rouge in comune. La passione per le corse in entrambi i casi è di famiglia. Come papà Marco Antonelli, anche Davide Bulega vanta trascorsi importanti nell’ambiente, nel suo caso sia come pilota, con il titolo 250 europeo colto nel 1997, che come proprietario di un team.
Avere il supporto di un genitore che conosce bene l’ambiente è molto rilevante per i talenti in erba, come sottolinea Bulega. “Mi ricordo che quando ero piccolo e bisognava prendere le prime decisioni riguardo alla mia carriera, mio padre è stato molto importante. Avendo esperienza nel campo, ha saputo indirizzarmi verso il meglio. Avere qualcuno che ha commesso degli errori prima di te è fondamentale. Ti aiuta a evitarli”. Lo stesso vale per Antonelli, che nutre una certa curiosità per il mondo delle due ruote. “Mi ha chiesto come è girare qui con una MotoGP. Si immagina che non sia facile affrontare questi curvoni con una moto”.
Bulega e Antonelli, peraltro, hanno già discusso della possibilità di un battesimo a due ruote per Kimi. Ma servono le circostanze giuste. “Ne abbiamo già parlato qualche tempo fa. È difficile trovare una moto abbastanza facile da cui possa partire. Le moto vanno molto forte. È uno sport pericoloso. La macchina è più semplice per un principiante, perché sei piantato per terra. Bisognerebbe partire con una motorettina a noleggio in qualche kartodromo”. A lui, invece, piacerebbe guidare una monoposto di F1? “Sì, molto. Sono appassionato di macchine, soprattutto di produzione di serie. Non ho mai avuto modo di guidare una vettura da corsa del genere”.
In fondo, c’è una versione alternativa della storia di Bulega in cui il neocampione del mondo di Superbike avrebbe potuto percorrere una strada molto diversa, a quattro anziché a due ruote. “La prima volta in cui sono salito su un mezzo a motore, a tre anni, sono montato su un kart. A quattro sono salito sulla minimoto perché mio papà correva in moto, e quando sono nato aveva un team di moto. Per questo sono stato indirizzato su quella strada. Andare sui kart mi è sempre piaciuto, giravo sempre con i miei amici”.
Ma c’è qualcosa che accomuna i piloti di auto e moto secondo lui? “Credo che prima di scendere in pista le farfalle nello stomaco siano sempre le stesse. Alla fine, una gara è una gara, indipendentemente da quello che guidi. Sei sempre in pista con altri venti che ti vogliono stare davanti. Penso che la sensazione sia la stessa, prodotta dall’adrenalina. Vuol dire anche avere un po’ di paura, quella che ti fa dare qualcosa di più quando sei in moto o in macchina”. È un amore da farfalle nello stomaco quello per le corse, sia per Nicolò Bulega che per Kimi Antonelli, il lato bello di un’Italia rapida e scanzonata come loro.