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Fermiamoci un attimo. Sono passate ore dalla fine della partita contro la Bosnia ed è il momento di elaborare il lutto. Un termine forte, ma perfettamente rappresentativo del momento. È morta la speranza di un popolo intero di poter tornare a calcare quel manto verde che ospiterà – per la prima volta in un’edizione diffusa – i Mondiali di Calcio 2026 tra Stati Uniti, Canada e Messico. Una speranza che ci portavamo dietro dal lontano 2014, l’ultima volta che la Nazionale italiana maschile ha preso parte a un mondiale. Ci trasciniamo dentro tanta rabbia e delusione perché il sogno, ancora una volta, dovrà attendere quattro anni. Nel mentre, però, caro Presidente Gravina, c’è un mondo sportivo che sta portando in alto il tricolore nel mondo, anche se non si tratta di sport professionistici.
Sotto la notte stellata in Bosnia, si è consumata la disfatta più dura degli ultimi anni sul fronte sportivo per l’Italia. Dal vantaggio iniziale alla partita in dieci per l’espulsione di Bastoni, il pareggio nel secondo tempo, passando per i supplementari e infine i rigori. Gli errori di Pio Esposito e Cristante hanno concluso il tutto. È l’ultima pagina della Nazionale maschile ai mondiali fino al 2030. Ma anche la prima, si spera, di un periodo di cambiamento profondo, di analisi e prese di responsabilità da parte di tutti gli organi competenti; non solo dei calciatori che hanno difeso la maglia, ma di tutti. Dentro e fuori dal campo. Perdere non è mai facile, ma mancare l’appuntamento mondiale per tre volte consecutive è una disfatta sistemica per l’intero Paese.
L’Italia è, statisticamente parlando, un Paese che parla la lingua del pallone. Lo sport più seguito, il più praticato e anche il più amato. Allora perché non riusciamo a fare una cosa semplice – arrivare ai mondiali – da ben 12 anni? È una domanda che non tocca a noi affrontare, ma suscita ottimi spunti di analisi per chi, come noi di Automoto.it, non tratta il calcio. Ci occupiamo, tra le altre cose, di Formula 1: uno di quei "tanti sport dilettantistici" citati da Gabriele Gravina ieri sera nella conferenza stampa di fine partita. “Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono sport dilettantistici e dobbiamo fare dei rapporti che siano basati sull'equità, perché negli sport dilettantistici si possono adottare tutta una serie di scelte e decisioni che nel mondo professionistico non sono possibili”.
Parole forti le sue, che hanno scatenato inevitabilmente le polemiche. Gravina, più che accettare che il calcio italiano stia vivendo una crisi sistemica, ha cercato un alibi negli altri sport. Il calcio viene visto come superiore, più potente in termini di interesse culturale e di marketing, ma non è così. Esistono sport che, pur non essendo formalmente professionistici, hanno messo il cuore nelle basi, rifondandosi negli anni per arrivare alla gloria di oggi; una gloria che ci permette di onorare la maglia azzurra in ambiti che in Italia non avevano mai avuto così tanto appeal (guarda il baseball e il rugby).
Le parole del Presidente si rifugiano dietro un paravento legislativo ormai anacronistico: la Legge 91 del 1981. Una norma che da oltre quarant’anni cristallizza una distinzione netta tra chi è "professionista" - di fatto solo il calcio maschile dalla Serie A alla C, il basket maschile (Serie A) e pochi altri in categorie d'élite come il ciclismo ma solo per gli atleti di squadre registrate UCI e Gold (secondo requisiti precisi) - e chi è "dilettante". Una legge nata in un'altra epoca, che oggi nega tutele previdenziali e dignità contrattuale a migliaia di atleti di altissimo livello, relegandoli in un limbo giuridico. È paradossale che si usi lo status di "dilettante" come alibi per giustificare la superiorità del calcio, quando proprio quegli sport "minori" hanno saputo evolversi e vincere nonostante un quadro normativo che non li agevola.
Il record di medaglie d’oro alle Olimpiadi estive e invernali; Sinner che vince Wimbledon e per 66 settimane è stato il numero 1 della classifica ATP; la Coppa Davis e la BJK Cup; Federica Brignone (Presidente, Arianna Fontana è pluricampionessa olimpica nello Short Track) che vince l’oro olimpico e la Coppa del Mondo; l’Italvolley sul tetto del mondo con l'oro olimpico femminile e il mondiale maschile; Sonny Colbrelli che vince la Parigi-Roubaix; Tamberi e Jacobs capaci di vincere due ori olimpici in venti minuti a Tokyo. Sono solo alcuni dei tantissimi successi conquistati in questi dodici anni di digiuno calcistico. E venendo al Motorsport, la Ferrari ha vinto nel WEC il titolo Piloti con la #51 di Giovinazzi, Pier Guidi e Calafo e Costruttori con la 499P, Francesco Bagnaia ha vinto due mondiali in MotoGP. Senza scordarci di Marco Bezzecchi, attualmente primo in classifica mondiale con la sua Aprilia.
Dunque, un mondo fantastico ricco di successi che Gravina ha cercato di usare come scudo. In questa lista manca però Andrea Kimi Antonelli, che rispecchia perfettamente quanto il mondo dello sport debba cambiare concezione se vuole coltivare talenti e tornare a brillare, in pista come sul campo. Quando l’Italia alzava la Coppa del Mondo a Berlino nel 2006, Kimi non era ancora nato. Lui, come tutta la nuova generazione, non ha mai vissuto l’esperienza di celebrare il calcio italiano come il migliore del pianeta, quello che spaventava gli avversari per il gioco messo in scena. Kimi aveva otto anni l’ultima volta che la Nazionale ha partecipato a un Mondiale. Oggi, però, si è caricato la pressione dell’Italia sulle spalle e sta portando alto il tricolore in Formula 1. Non accadeva dal 2006 che un italiano – in quel caso Giancarlo Fisichella – vincesse un Gran Premio iridato.
Andrea Kimi Antonelli è ora primo nella classifica mondiale del Circus. La stagione è lunga, dovrà tenere i piedi per terra e sicuramente sbaglierà – come dichiarato da Toto Wolff – ma l’Italia deve ammettere che non siamo più un Paese di soli calciofili. L’Italia brilla in sport che meritano lo stesso rispetto e la stessa dignità riservata al calcio. E non si parla solo di stipendi, ma di fiducia nei talenti di domani. Il motorsport è un ambiente costoso che pochissimi possono permettersi: l’ACI deve impegnarsi affinché Kimi Antonelli non sia una meteora ma una fonte di ispirazione, esattamente come Sinner nel tennis.
Quanto sia complicato emergere lo dimostra il percorso di Marco Bezzecchi. Senza il supporto di Valentino Rossi e della VR46 Academy, il “Bez” avrebbe faticato a trovare spazio in un mondo ostico come il Motomondiale. Ma se Bezzecchi ha avuto la fortuna di avere il "Dottore", tanti altri non hanno avuto lo stesso destino. In Italia la fiducia nei giovani è spesso solo uno slogan promozionale. Nella realtà, continuiamo a guardare l'erba del vicino e a cercare talenti oltre confine perché manca il coraggio di osare. Se un giovane calciatore non rispecchia certi canoni fisici, finisce in panchina. All’estero, quel ragazzino gracile ma scattante diventa il guizzo che ha fatto soffrire la difesa italiana in Bosnia.
In Italia, per la precisione a Maranello, non si è avuto il coraggio di scommettere su un giovanissimo Kimi Antonelli. Oggi il bolognese ha già conquistato due vittorie iridate – Cina e Giappone – e comanda la classifica piloti grazie alla Mercedes, un team tedesco con sede in Inghilterra, che ha scommesso su di lui undici anni fa. Una scelta azzardata che ha ripagato il coraggio di Toto Wolff. Un coraggio che, secondo Luca Cordero di Montezemolo, è mancato alla Ferrari. Giovanni Minardi, figlio di Gian Carlo e fondatore della Minardi Management, fu il primo a intravedere la velocità di Kimi quando aveva otto anni e correva sui kart a Sarno.
Minardi si attivò subito per trovargli un'Academy. Furono avviati contatti con Ferrari e Mercedes. A Maranello preoccupava la giovane età; a Brackley, invece, prevalse la propensione a scommettere su un talento precoce. Dopo l’analisi di Toto Wolff e Gwen Lagrue, Kimi è entrato nel mondo Mercedes nel 2019, a soli 11 anni. Ora la Mercedes si gode un talento cresciuto in casa; alla Ferrari resta il rammarico. Lo stesso sentimento che ora una nazione intera deve elaborare per la mancata qualificazione ai mondiali, ma che dovrà servire da stimolo per il futuro.
In primis, serve cambiare la cultura sportiva con un reset ai piani alti della FIGC, come promesso dal Ministro Abodi. In secondo luogo, va cambiata la cultura degli appassionati: lo sport è di chi lo ama, e l’Italia vince e si unisce anche senza il calcio. Dominiamo in tanti ambiti, Formula 1 compresa, anche senza la Ferrari. Kimi è un talento unico che va riconosciuto, non denigrato per tifo avverso né usato come alibi per i fallimenti altrui. L’Italia vive oggi un paradosso unico: mentre il calcio sprofonda, due piloti italiani sono contemporaneamente in cima alle classifiche mondiali di Formula 1 e MotoGP. Andrea Kimi Antonelli guida il Circus e Marco Bezzecchi comanda la classe regina delle due ruote. Un primato che onora la maglia azzurra laddove il pallone ha fallito sistematicamente.