Max Verstappen avrebbe meritato la vittoria al Nürburging: ecco come ha surclassato gli specialisti nella notte

Max Verstappen avrebbe meritato la vittoria al Nürburging: ecco come ha surclassato gli specialisti nella notte
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  • Inviata a Nürburgring, Germania
Un problema tecnico ha impedito a Max Verstappen di lottare fino alla fine per la vittoria nella 24 Ore del Nürburgring 2026. Ma ha comunque lasciato il segno
17 maggio 2026

Il rumore dei motori culla una città fantasma nella notte della 24 Ore del Nürburgring. La Nordschleife, con i suoi 20 km di curve e asperità, è parte integrante di un piccolo villaggio tedesco che una volta calato il sole è attraversato solo da chi si lascia guidare dal rumore per trovare un punto dove scorgere le frecce che squarciano il buio. Le vedi fendere l’oscurità sbucando dalle piante, le GT della partita nella classica dell’Inferno Verde. Le insegui fino a che i contorni di una cittadina qualunque lasciano spazio ai confini della pista.

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Ed è proprio lì che si viene ripagati dei propri sforzi. Appoggiandosi alle protezioni sul rettifilo della Döttinger si percepisce lo schiaffo di vetture rabbiose, esattamente come la Mercedes-AMG GT3 Evo n.3 di Max Verstappen. È proprio quando lo abbiamo visto tallonare Maro Engel, con uno spazio sempre più limitato a separarli, che abbiamo compreso la vera essenza di una corsa che di notte si spoglia della cacofonia tutta mitteleuropea che abbonda nel paddock per scoprire il suo vestito più bello, sconvolgente nella sua semplicità.

Il Nürburgring nel fine settimana della 24 Ore è chiassoso, rustico, come i tantissimi appassionati che si riversano nel paddock mentre i meccanici lavorano con la sigaretta in bocca e mezzi improponibili fendono la folla. Per chi è abituato al paddock della Formula 1, esclusivo e a un primo acchito respingente, il contrasto con un ambiente così genuino, a tratti bizzarro, è profondo. Ingolfati nel traffico, sopraffatti dalla folla, ci siamo detti che la Nordschleife non fosse per noi. Eravamo destinati a cambiare idea.

L’abbiamo fatto dopo aver camminato in una notte di maggio talmente fredda da sembrare novembre inoltrato. Dovevamo arrivare a bordo pista per comprendere davvero cosa vuol dire insinuarsi come dei gatti tra vetture molto meno veloci della propria nell’oscurità, avendo ragione delle asperità della pista che indispongono le auto. Cosa significa avere il coraggio di tallonare un avversario dovendo schivare chi si para davanti all’ultimo, nascosto com’era fino a poco prima da una curva. Dover affrontare il problema del traffico è un classico delle gare di durata. Ma qui è un’altra storia.

L’esperienza, nelle corse di durata, conta. Ma Max Verstappen nelle tenebre della Nordschleife si muoveva con una sicumera impressionante. Che Verstappen sia in grado di esprimere una velocità pazzesca con grande naturalezza, a prescindere dal mezzo, non stupisce. È tutto il resto a risultare sconvolgente. Gli on-board del quattro volte campione del mondo di F1 lo vedevano muoversi tutto istinto e coraggio, prendendosi dei rischi notevoli. È come se le vetture più lente diventassero la manifestazione fisica dei suoi limiti, molto di più di quanto non lo fossero i muretti.

Questo è il Max irrazionale, audace, alla faccia di una corsa destinata a durare 24 ore. Se ne frega, immerso com’è nel momento, nella ricerca spasmodica di un modo per indisporre l’avversario. E Verstappen si è distinto anche in questo senso. Forse soprattutto in questo senso. A un certo punto, nel suo lungo stint notturno, Verstappen ha strategicamente usato le vetture più lente per ostacolare Engel. Per metterlo in difficoltà nel suo terreno di battaglia.

Nel paddock della Nordschleife è serpeggiata una considerazione che la dice lunga su Verstappen. È arrivato in un ambiente completamente alieno e ha fatto fare una brutta figura ai grandi specialisti del genere. Il fatto che abbia bagnato loro il naso, però, non conferma le mancanze dei piloti che animano queste corse così genuine. È indicativo del talento di Max. Loro probabilmente pensavano di poter regolare un pilota di Formula 1. Ma Verstappen non è uno qualunque. È l’eccezione.

Sfrecciando come un fulmine nella notte della Nordschleife, Max Verstappen ha dimostrato di non aver bisogno della Formula 1 per esprimere tutto il suo talento. Ma non c’è niente di performativo nella sua voglia di primeggiare fuori dal Circus. Non l’ha fatto per dimostrare di aver ragione sulle storture della F1 di oggi. Né per far capire che ne può fare a meno. L’ha fatto perché tra le curve della Nordschleife si nasconde la forza bruta del motorsport. Insensata, come il contesto colorito in cui si inserisce. Ma potentissima, se vista nella notte in cui i motori squarciano la quiete di una foresta intera. E crudele, dato che un problema tecnico gli ha impedito di lottare fino alla fine per la vittoria. Che avrebbe meritato.

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