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“Ho altre venti occasioni per vincere”, ci aveva detto Andrea Kimi Antonelli dopo il suo primo successo in carriera in Cina. Seduto alla scrivania del suo big boss, Toto Wolff, nel contesto privato, quasi intimo del suo ufficio, sembrava ancora più giovane della sua età. È un’impressione che abbiamo avuto diverse volte, nella stagione che si è trasformata in una corsa verso un titolo che in quel giorno di marzo a Shanghai era solo un azzardo all’orizzonte. Lo guardi, e vedi chiaramente il ragazzino che è stato e che in fondo è ancora oggi, nonostante sia il campione del mondo più giovane della storia della F1.
Kimi ha un entusiasmo trascinante per la vita, per le piccole cose che la colorano al di là di quello che gli succede in pista, o che quantomeno ne fanno da corollario. Lo abbiamo capito con il passare dei giovedì, quando negli incontri con la stampa italiana selezionatissima si è aperto su piccoli spaccati della sua vita quotidiana. Le feste e le vacanze con gli amici, la scaramanzia, l’ossessione per macinare chilometri sull’asfalto di un tracciato, a prescindere dal tipo di vettura con cui lo fa. È lo spaccato di un giovane genuino, generoso con le parole, con il suo tempo, con i gesti. Ancora ragazzino, ma per nulla ingenuo.
Con la stessa apparente leggerezza di spirito con cui racconta il suo lato più bambino, Kimi nel corso dell’anno ha tradito più volte la sua capacità di vedere oltre le apparenze, andando a colpire nel segno delle intenzioni dei rivali. Vale soprattutto per il suo compagno di squadra, George Russell. Alle prese con un compagno che ha dimostrato un'affinità superiore con questo regolamento, George ha provato a giocare anche la carta della pressione psicologica, con dichiarazioni mirate che Antonelli ha prontamente derubricato a semplici giochetti. Non è scontato. Altri prima di lui, pur essendo più adulti, si sono fatti demolire da questi meccanismi.
La verità è che Antonelli, dietro alla sua spontaneità, nasconde un cervello d’acciaio. Una macchina potente, che gli consente di approcciare razionalmente traguardi vertiginosi come quello che ha raggiunto a soli vent’anni, riportando l’iride in Italia da pilota italiano dopo oltre settant’anni. Si è riprogrammato, scacciando il pensiero del mondiale quando si metteva in macchina, se non nei momenti in cui doveva valutare l’utilità alla causa di una manovra azzardata. Sembra spensierato anche quando si mette il casco, ma in realtà non lo è. Lascia semplicemente fuori tutto il rumore di fondo, concentrandosi sull’unica cosa di cui ha veramente il controllo, la sua monoposto. E il modo in cui l’ha guidata nel 2026 è stato eccezionale.
Che Antonelli fosse un pilota con un talento potenzialmente generazionale lo si capiva dalla sua capacità naturale di esprimere velocità. Potrebbe sembrare scontato che sia così per un pilota, ma la verità è che non tutti possiedono questa dote. O ce l’hai o non ce l’hai. Non si acquisisce con il tempo. Ma quello che ha sorpreso nella sua seconda stagione in F1 è stata la capacità di fare un salto di qualità pazzesco togliendosi di dosso una serie di limiti dati dall’inesperienza. Kimi in un’intera stagione sotto pressione ha commesso solo un paio di errori da penna blu, e non era minimamente scontato. E qui è utile tornare alla metafora dell’intelligenza artificiale che ha coniato Wolff qualche tempo fa: Kimi si reinventa giro per giro, gara per gara.
Lo abbiamo visto cambiare, nella sofisticazione con cui approccia i GP. Ha imparato a correre come una nonna – parole sue – quando serviva mettere del fieno in cascina. E ha saputo approfittare di occasioni da non perdere, dosando la giusta aggressività come ha fatto in quel di Singapore. Alla base di tutto questo c’è il suo senso per questo regolamento tecnico. Una parte di questo feeling è innata. Il modo secco e aggressivo, ma allo stesso tempo precisissimo, con cui Kimi approccia l’ingresso in curva è perfetto per queste vetture così sensibili alla minima sbavatura. L’altra è studiata.
Come tutti i piloti, anche Antonelli ha dovuto fare i conti con un cambio di paradigma che ha scosso ogni convinzione sul modo in cui estrarre il massimo della prestazione dalla propria monoposto. Tutto gira intorno al paradosso per cui non cercare il limite in termini di performance porta a un tempo sul giro migliore. Si dirà che molto c’entra con la sua giovane età. Non è solo questione di neuroplasticità spiccia, ma di capire esattamente come far diventare una costrizione un automatismo. Non tutti i suoi colleghi più giovani sono stati così efficaci, in questo compito che comunque scardina certezze che nutrivano dai tempi dei kart.
Qualcuno dirà che è semplice vincere un mondiale, con una macchina così. Russell dimostra in maniera lampante che non è così scontato. Non ci vuole solo la monoposto giusta, ma l’incastro perfetto con un pilota. Ogni era della F1 ha avuto un suo re, un uomo in grado di alzare a dismisura l’asticella in termini di efficacia di guida. Fu così, tanto per fare un esempio, per Michael Schumacher, capace di inanellare l’intera distanza di gara cogliendo giri da qualifica in un momento in cui la gestione delle gomme era diversa da ora. Oggi è il turno di Kimi e della sua Mercedes.
Non sappiamo quali saranno gli scenari per il futuro, visto che il buco nell’acqua costituito dall’aggiornamento monstre portato in Malesia apre interrogativi anche sulla via per i 2027. Ma Antonelli ha saputo sfruttare la sua vettura anche quando incespicava. Spiace, peraltro, che alcuni nutrano la convinzione che Kimi questo titolo l'abbia vinto con una monoposto illegale. Ma c'è una differenza sostanziale tra sfruttare sapientemente le zone grigie di un regolamento e violarlo. Spingersi fino ai confini di ciò che le norme consentono – anche dal punto di vista delle verifiche della conformità - fa parte della storia della Formula 1. E non è certo una ragione sufficiente per mettere in discussione il valore di un mondiale.
Non c’è nulla che sporca la cavalcata mondiale di un pilota che nutre una voglia insaziabile di prendersi la pista. Di percorrerla, di conquistarla, di mangiarsela millimetro dopo millimetro. Ci vorrà del tempo perché questa foga gli passi. Ma è dovuta alla fame di vittoria che prima di lui hanno nutrito tanti campioni. Da oggi lo è ufficialmente anche lui, sebbene in pista si comportasse come lo fosse già da tempo. Ma questo è solo l’inizio. In fondo, ogni gara è un’occasione per vincere. Come aveva sottolineato in una fredda sera di marzo a Shanghai, mesi prima che il sogno diventasse realtà.