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“Qual è la differenza tra una gara nei kart e il campionato mondiale di Formula 1? Nessuna. Sono i media attorno che la rendono diversa”. Se qualcuno avesse dei dubbi sul perché Andrea Kimi Antonelli ha saputo affrontare con grande polso la sua cavalcata verso il primo titolo nella massima serie, basterebbe guardare alla concretezza di Marco, suo padre. “Come pilota, le criticità di una lotta per un titolo non cambiano dal primo campionato nei minikart alla F1. Essendoci passato anche io come pilota, so bene che ogni step è adeguato alla preparazione che si ha in quel momento. Chiaramente qui è tutto ampificato, ma i piloti sanno come affrontare certe sfide”.
Nella bolla che lo proteggeva dal rumore esterno di una sfida vertiginosa, regnava la calma dei suoi pilastri, i suoi genitori. “Noi la percepiamo in modo diverso rispetto alla stampa e ai tifosi – racconta mamma Veronica -. Personalmente lo vedo sempre come mio figlio. Non vorrei che sembrasse che cada dal pero, però è così. Svolge un lavoro che gli piace, ma non lo vedo come un pilota. Per me resta il mio topo”. Adorato anche dalla sorellina Maggie, 11 anni: “È innamorata di suo fratello, è incredibilmente orgogliosa”.
Nato nell’humus favorevole di una famiglia già coinvolta nel mondo delle corse, Kimi fu messo in macchina per la prima volta a un anno, sulle gambe di papà Marco. Ma quando si sono accorti che aveva la stoffa per intraprendere questa carriera? “Mi ricordo un paio di episodi – racconta Marco -. Nel 2009 avevamo acquistato uno dei primi simulatori per far giocare le persone al Motor Show e per le vacanze di Natale l’avevo portato a casa nostra. Lo usavo con Kimi in bracco. Io frenavo e acceleravo, lui guidava e cambiava le marce. Sapeva già istintivamente dove far passare la macchina. È nato per guidare”.
“L’altro risale a quando girammo con la Super Trofeo di Lamborghini ad Adria con la stessa modalità. Dopo un po’ di giri, il ritmo diventò abbastanza elevato e in un paio di occasioni dimostrò un controllo della macchina inusuale per un bambino di dieci anni. Fu in quella circostanza che mi accorsi che aveva qualcosa di più”. Ma il talento non sarebbe bastato, senza il supporto della Mercedes. “Veniamo da famiglie che si sono sempre fatte in quattro – sottolinea Veronica -. Non siamo cresciuti in un contesto agiato. Abbiamo sempre dovuto lavorare, risolvere i problemi. Abbiamo trasmesso anche questo ad Andrea: niente gli è dovuto”.
“Per disputare una gara nel 1992 con BMW Italia a Pergusa – ricorda Marco - feci un debito in banca per comprarmi un casco nuovo, il biglietto aereo e una tuta. Non è stata una passeggiata. La gente pensa che fossimo ricchi, ma non avevamo un euro”. Nei primi anni della sua scuderia, Marco faceva anche il camionista. Veronica, invece, tra le varie mansioni si occupava di cucinare per il team. Con un impegno di famiglia così totalizzante, era inevitabile che Kimi crescesse immerso in questo ambiente.
“Lo spingevo con il passeggino dietro le auto da corsa. Per anni mi hanno dato della madre degenere perché lo esponevo ai gas di scarico – ricorda ridendo Veronica -. Ma lavorando nel team, non avevo tempo di guardare a queste sottigliezze”. “Molte volte per farlo addormentare lo appendevo alla gru per i motori con l’ovetto, e ogni tanto passavo a spingerlo”, gli fa eco Marco. Oltre alla passione per le corse, però, Kimi ha anche fatto suoi dei valori molto importanti. “Un bambino assorbe i discorsi che sente in famiglia. Comincia a ragionare come i genitori. Vedendo il modo in cui noi affrontavamo i problemi, ha imparato quello che gli serve oggi per gestire la pressione".
Non solo: c'è anche un'educazione finanziaria tutt'altro che scontata. “Kimi ha un’allocazione mensile che può spendere. Sa che se, ad esempio, volesse pagarsi una vacanza ma avesse speso troppo nei mesi precedenti, non potrebbe prenotarla. Si deve arrangiare con quello che ha. È ovvio che non sarà sempre così, ma è importante dargli delle abitudini adesso. Lui non pensa assolutamente ai soldi, si concentra solo a fare quello che gli piace. L’unica cosa per cui è disposto a spendere sono le macchine”. Con due genitori così presenti e umili, Antonelli non poteva che mantenere i piedi per terra, anche nel momento in cui la sua carriera è decollata.