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Forse neanche lo sceneggiatore migliore avrebbe potuto pensare a un copione migliore. Due anni in Formula 1, e due erano i punti che gli servivano per vincere il titolo mondiale. Ma Andrea Kimi Antonelli non è uno che si accontenta, che fa le cose giusto per farle. Mamma Veronica e papà Marco, con i vertici della Mercedes, hanno plasmato passo dopo passo quello che per Toto Wolff è il campione che cambia tutti i paradigmi finora esistenti in Formula 1. I valori valgono tanto quanto i punti racimolati in pista. Le difficoltà nel primo anno, gli scetticismi — solo quelli esterni — e poi il diamante che, forgiato dalle difficoltà, inizia a brillare. E oggi Kimi Antonelli risplende come non mai sulla corona che rappresenta la storia della F1.
Gli bastavano due punti, ma la gara di pura pressione in Messico si è conclusa con un terzo posto. Un podio che lo accoglie con gli stessi identici volti che ha trovato in Cina, quando neanche nove mesi fa ha colto la sua prima vittoria. C'erano Max Verstappen, il vincitore, e Lewis Hamilton: i piloti, le persone a lui più care nel paddock. Tutti e tre insieme, ora, rappresentano 12 titoli mondiali, 12 esattamente come il suo numero — dedicato ad Ayrton Senna, il suo idolo — che non lascerà. Tutti segni di un destino che gli sorride nella magica notte di Città del Messico. Perché ora la febbre non è quella del termometro, con l'influenza che lo ha lasciato in hotel giovedì, ma è quella dei festeggiamenti che noi di Automoto.it vi stiamo raccontando con la nostra Diletta Colombo che lo sta seguendo dai primi passi. Perché gli occhi lucidi non sono per il raffreddore, ma per l'emozione di Kimi e di chi lo sta scrivendo nella storia della F1.
Nel paddock dell'Autódromo Hermanos Rodríguez, a caldo, il neo-campione del mondo si è liberato della tensione raccontandosi in una chiacchierata senza filtri tra risate, retroscena e l'adrenalina che ancora scorre a mille. "Ho aperto WhatsApp e non aggiornava neanche le chat da quanti messaggi sto ricevendo, stupendo. Mi sto rendendo conto pian piano; credo che realizzerò per bene dopo il Brasile e quando tornerò a casa quello che è successo. E finalmente adesso non devo più toccarmi tutte le volte che mi dicono congratulazioni! Mamma mia, questo weekend è stato un'agonia. Adesso finalmente è finita anche con la scaramanzia!"
Un'attenzione costante a non festeggiare prima del tempo, sfociata poi in una gara corsa col cuore in gola ma senza mai alzare il piede dall'acceleratore, neanche quando la logica avrebbe imposto di gestire. “Stare buono dietro Leclerc? No, io volevo finire sul podio. Quello era importante. Poi che podio, quando mi hanno fatto salire su con la macchina. Farò un bel frame e me lo appiccico nel muro a casa”. Un ricordo indelebile da avere davanti agli occhi ogni mattina appena sveglio. E quel ricordo vuole averlo subito in casa sua. Tanto da chiederlo alla mamma Veronica mentre era impegnato con il selezionato gruppo di media italiani, tra cui noi di Automoto.it.
Una gara intensa, ricca di variabili tattiche e complicata da episodi esterni che hanno messo a dura prova la lucidità della Mercedes numero #12. "Credo che il passo oggi fosse molto buono, soprattutto il primo stint, quando sono riuscito ad andare lungo con le soft e mantenere un buon passo. E dopo, quando sono uscito dai pit, ho detto: ‘ecco, abbiamo una buona chance’. Ero andato talmente lungo che avevo gomme molto più fresche. Poi purtroppo il giro dopo, c'è stata la bandiera rossa e quella è stata un po' di sfortuna. E dopo lì tutti cambiano le gomme e riparti da zero. Poi sono dovuto ripartire sul lato sporco perché se facevamo un giro in più rimanevo terzo, però con la regola della bandiera rossa ho riperso la posizione. E il problema è che nella seconda ripartenza non avevano pulito bene il lato destro, quindi c'erano tutti pezzi di gomma, tutti i marbles. Infatti tutti noi di destra siamo partiti male, perché c'era pochissimo grip, non ce n'era proprio niente”.
Un piccolo giallo sul riposizionamento in griglia dopo la sospensione della corsa che avrebbe potuto innervosire chiunque, ma non un Kimi concentrato unicamente sul traguardo. "Se ero arrabbiato quando m'hanno spostato in una posizione dietro? Allora, in verità io me l'aspettavo, perché non avendo neanche completato un giro, solitamente con la bandiera rossa torni alla classifica precedente, ma il giro prima c'era Lewis davanti a me, quindi non ero sorpreso. Il team aveva detto che forse rimanevo terzo, io ero un po'... dicevo: per me in verità vado quarto, perché non abbiamo neanche completato un giro”. E nonostante la bandiera rossa per l’incidente di Bottas, Kimi è riuscito a gestire al massimo una pressione che era già alle stelle in griglia di partenza. “Prima del via ero teso, sì. Alla partenza di curva 1 ho lasciato un portone a Max, gli ho proprio detto: 'passa, vieni, passami!' E peccato, perché con i 'se' e con i 'ma' non si fa niente, però metti caso Max non mi passa e faccio quello che faccio, dopo sono davanti e faccio quello che fa Max, cioè incroci e poi vai a vincere la gara. Però ovviamente con i secondi non si fa niente e va bene così, va benissimo così”.
Un traguardo che va ben oltre la pura statistica sportiva e che riscatta i dubbi e le pressioni sulle spalle di un ragazzo di neanche vent’anni. "Cosa significa quello che ho fatto? Tantissimo, ha un significato enorme, soprattutto perché l'anno scorso comunque non è stato facile. Quest'anno nessuno all'inizio dell'anno, al di fuori, avrebbe mai detto... Io e Toto sì, ma una stagione così nessuno se l'aspettava. Molta gente anche l'anno scorso diceva 'non è pronto', tutta quella roba lì. Quindi ha un significato importantissimo, ma più personale per la mia famiglia comunque, per tutto quello che fanno per me e che hanno fatto, e per il team, perché comunque loro sin da quando avevo 11 anni mi hanno preso sotto la Mercedes. Senza di loro non sarei qui, quindi ha un significato enorme. Ovviamente questo deve essere un nuovo punto di partenza, da cui riniziare e tornare ancora più forti”.
A dispetto dell'iride conquistato, nessun cambio di identità o cedimento alla tentazione del numero riservato ai campioni. "Resterò con il numero 12, l'ho deciso. Se ho avuto un dubbio? No, allora sinceramente no. Ho la sensazione che col 12 riesco a stare più con i piedi per terra. Perché col numero 1 è bello, è bellissimo — a parte che vabbè, col numero 1 ho sempre avuto sfiga, però non è neanche quello — cioè io l'userei anche, però col 12 mi dà l'idea proprio di riniziare non da zero, ma... Paura di montarmela? No, no, però il 12 mi dà più consapevolezza e anzi sento che mantenerlo mi dà un nuovo punto di partenza dove ripartire e ricostruire”.
Condividere il podio della storia con chi ha segnato l'ultimo ventennio del motorsport è una consacrazione che regala brividi autentici. “Sinceramente mi ha fatto impressione sentire le parole di Verstappen e di Hamilton su di me, ma comunque è da tutto l'anno che c'è un sacco di rispetto tra di noi e per tutto quello che hanno fatto. Sono sempre stati molto carini e gentili nei miei confronti. Ovviamente quando andavamo in pista ce le davavamo, però loro sono sempre... ed è bello perché la cosa bella è che sai che dicono quello che pensano. Soprattutto Max: con Max puoi essere sicuro di quello che dice, nel bene o nel male, ed è bello vedere così tanto rispetto e così tanta stima da parte di due piloti che hanno fatto la storia del motorsport”.
Ma qual è stato il momento esatto in cui il sogno iridato è diventato una concreta possibilità matematica e psicologica? "Monza. Prima di Monza non sai mai... Anche dopo Monaco potevo dire 'andiamo a vincere il mondiale', dopo Monaco sinceramente ho detto 'qua si può vincere'. Però dopo sono arrivati due ritiri di fila, due problemi tecnici, e da lì mi sono detto: calma, calma. Monza però è stata cruciale: partendo da dietro ho detto 'cacchio, se recupero bene qua si fa un bel colpo, soprattutto a livello psicologico'. E dopo vincere la gara è stato importantissimo perché ho guadagnato punti dove avevo già messo in conto che ne avrei persi. E dopo da lì ho detto: 'qua bisogna andare a vincere, non si può fare altro'”.
E con l’ipotesi di arricchire la collezione di trofei di casa, scappa anche un pensiero all'arredamento di casa Antonelli. "Adesso è bello, non vedo l'ora di andare a Shanghai - dove si svolgerà la cerimonia - a prendere il trofeo del campione del mondo, andrei da qualsiasi parte! Trofeo che spero e credo mi lascino, quello dei piloti, è il nostro! Almeno quello. C'è quello di Monaco e chiederò al team se posso averlo, anche se le ciotole e le tazze - il trofeo di Monza - le ho messe insieme. Il next level è avere la W17, la macchina è la best-seller! Mio padre mi ammazza perché già abbiamo troppa roba, non ci stiamo più. Lui è preoccupato, ma la scocca ce la facciamo mandare. La possiamo appendere al muro, vicino alla porta d’ingresso! La macchina senza motore, la teniamo in ufficio. Comunque l'obiettivo è vincere più mondiali possibili, così mi danno la macchina”. E con papà Marco che gli si avvicina, iniziano a parlare già di come sistemare l’arredamento.
Oltre la gioia del presente, il mirino del talento bolognese punta già a orizzonti più lontani, seguendo una precisa filosofia di crescita. "Il prossimo sogno? Quello di continuare a vincere. Come ho detto, è solo il secondo anno e la strada è ancora lunghissima. La cosa bella è che prima di raggiungere il potenziale vero, il peak, il prime, c'è ancora strada, c'è ancora tanto da imparare, ci sono ancora tante situazioni dove posso fare meglio. Quindi quello è molto bello e dà fiducia per il futuro. Ovviamente ogni anno bisogna tornare più forti, bisogna continuare ad alzare l'asticella perché quest'anno abbiamo sempre avuto una macchina competitiva, soprattutto a inizio anno. Adesso le prestazioni sono molto più vicine, da pista a pista: magari la Red Bull va più forte, qua la Ferrari era molto forte, ad Austin andavamo molto forti noi. Non c'è garanzia che il prossimo anno potremo ripartire come siamo adesso. Quindi lì bisognerà fare un altro step, perché se mi ritroverò a lottare con Max, con Lewis — e lo dico perché lo penso —, George sicuramente ritornerà più forte, bisognerà mantenere il livello di costanza ma fare uno step in più. Il sogno è continuare a vincere, alla fine questa è la sensazione più bella. È solo l'inizio, deve essere solo l’inizio”.
E per i festeggiamenti immediati, una promessa da mantenere tra tequila e look eccentrici. “Allora io non bevo, però ho fatto una promessa e mi tingo anche i capelli!”. Come ancora non lo ha ancora deciso: le opzioni sono il tricolore e il rosso-blu del suo Bologna. “Ma tra tutte le cose che mi hanno detto oggi, una cosa che mi ha detto Toto ieri è molto vera ed è importante anche per il futuro. Lui ha detto che la cosa che vorrebbe per me è cercare di restare il più possibile rilevante. È verissimo: non vuoi vincere un mondiale e poi sparire. Da pilota e da sportivo vuoi lasciare un segno anche per quando ti ritirerai. Spero che tra un bel po' di anni, quando guarderò indietro, non avrò rimorsi per aver lasciato un segno. Quella sarà la carica per i prossimi anni. Ora però a Toto uno scherzo glielo faccio! Ieri ci ha detto: 'Non capisco perché nessuno mi fa gli scherzi, sono un tipo simpatico'. Io avevo paura verso il boss, ma in Brasile un bel po' di crema in faccia se la becca!”.
L'orgoglio d'appartenenza e il legame viscerale con la propria terra completano il ritratto di un campione che non dimentica da dove è partito. "È stato bellissimo poter riportare l'Italia in alto. Cercheremo di continuare a farlo perché comunque è un Paese che anche in altri sport va benissimo, guardiamo i giochi olimpici o la MotoGP dove abbiamo un sacco di italiani. In Formula 1 ci mancava il Mondiale da tanto, quindi è stato bello riportare il tricolore sul tetto del mondo”.