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Ci sono successi che partono da lontano. Molto prima dei riflettori della Formula 1, dei podi e della consacrazione iridata. Il Mondiale conquistato da Andrea Kimi Antonelli è il punto d'arrivo di un talento cristallino, ma è anche il risultato di un percorso fatto di sacrifici, trasferte in pullman, weekend sui circuiti di provincia e sguardi complici tra le tute da kart. Alberto Tonti racconta in esclusiva ad Automoto.it la genesi di questo straordinario percorso. Figura di spicco del karting internazionale con alle spalle quasi venticinque anni di esperienza nel talent scouting e nel tutoraggio dei giovani piloti, Tonti vanta nel proprio curriculum collaborazioni con profili del calibro di Dennis Olsen, Paul-Loup Chatin, Lucas Auer, George Russell, Robert de Haan e, per l'appunto, il talento azzurro oltre all'attuale impegno con il giovane talento brasiliano Matheus Ferreira nel mondo Porsche.
Nel 2014, da poco entrato come socio in Minardi Management, Tonti affianca da vicino l'attività nel karting e inizia a seguire regolarmente Kimi, da lui sempre chiamato semplicemente Andy, fin dagli esordi con Tony Kart ed Energy. Per circa tre anni condivide con la famiglia Antonelli trasferte, gare e vita quotidiana. Un ruolo di affiancamento, supporto tecnico e logistico sui campi di gara svolto sempre in stretta sintonia con i genitori Marco e Veronica, storici "registi" e punti di riferimento delle scelte strategiche del pilota. Nonostante la separazione professionale avvenuta nel 2018 con l'uscita di Tonti da Minardi Management, il legame umano e l'affetto personale tra i due non si sono mai interrotti. Ed è proprio attraverso questo sguardo privilegiato, a metà tra l'occhio tecnico dell'esperto e l'affetto di chi ha visto crescere un bambino fino alla vetta del mondo, che si sviluppa questo racconto.
Gestire un talento giovanissimo significa bilanciare l'inizio di una carriera agonistica con la tutela della sua infanzia. Un ruolo delicato in cui la figura di supporto diventa un faro fondamentale per non bruciare le tappe. “La prima cosa, secondo me, è non dimenticare mai che hai davanti un bambino, prima ancora che un pilota”, spiega Alberto Tonti. “Quando ho iniziato ad accompagnare Andy nelle gare internazionali di karting aveva appena otto anni.Aveva già una fame incredibile di guidare, imparare e migliorarsi, ma era pur sempre un bambino, con le sue emozioni, le sue fragilità e la voglia di divertirsi”. Il manager italiano sottolinea come la priorità fosse quella di costruire una presenza solida e rassicurante al fianco del ragazzino, senza mai invadere la sfera familiare. “Io cercavo soprattutto di trovare il giusto equilibrio. Non ero suo papà e nemmeno sua mamma, e non volevo certo sostituirsi a loro. Volevo però che capisse che poteva fidarsi di me, che ero lì per accompagnarlo, ascoltarlo e aiutarlo, non soltanto per guardare i suoi risultati in pista. Con Marco e Veronica c'era una grande fiducia reciproca, e credo che questo sia stato fondamentale”.
La strada verso il successo è costellata di momenti complessi, dubbi e giornate storte in cui la forza di un legame si misura soprattutto nelle difficoltà. Tonti ne rievoca una in particolare. “Di giornate difficili ce ne sono state, come è normale nel karting, soprattutto per un bambino che pretendeva così tanto da sé stesso. Mi ricordo un episodio a Sarno. Non ricordo esattamente l'anno, ma Andy aveva disputato una brutta gara ed era davvero abbattuto. A un certo punto mi disse che aveva paura di telefonare alla mamma per raccontarle com'era andata. Mi fece tenerezza, perché in quel momento non avevo davanti un pilota arrabbiato per un risultato, ma un bambino dispiaciuto per aver sbagliato e preoccupato di deludere le persone a cui voleva bene”.
Un atteggiamento mentale e una propensione al limite che Tonti ha rivisto chiaramente anche a distanza di anni, al momento del debutto di Kimi nei fine settimana di Formula 1. “Ripensando oggi a quell'episodio, mi viene spontaneo collegarlo a quanto successo a Monza nel 2024, quando Andy finì contro le barriere alla Parabolica durante le sue prime prove libere in Formula 1. Successivamente mi raccontò personalmente che aveva visto i settori viola e aveva voluto cercare il limite. Mi fece tornare in mente il bambino che conoscevo. Quello che soffriva quando sbagliava, ma che aveva sempre una voglia incredibile di capire e migliorarsi. Naturalmente sbagliare non è qualcosa da cercare fine a sé stesso,ma quando succede bisogna avere l'intelligenza di comprendere l'errore e imparare”.
Guardando indietro a quegli anni formativi, Tonti riflette sul valore profondo di quella presenza nei momenti bui. “Non so se quella conversazione a Sarno sia stata particolarmente importante per la sua crescita, e non voglio attribuirle un significato che magari non ha avuto. Però per me rappresenta bene il nostro rapporto. Non ero lì soltanto quando vinceva. Dovevo esserci soprattutto quando le cose andavano male. E credo che, quando accompagni un bambino così giovane, sia proprio in quei momenti che si costruisce la fiducia”.
Sulla percezione del talento puro, Tonti si smarca con lucidità dai giudizi colmi di senno di poi. “Ti direi una bugia se oggi ti raccontassi che a otto anni avevo già capito che Andy sarebbe arrivato in Formula 1. Di ragazzi velocissimi ne ho conosciuti tanti, ma la velocità da sola non basta. Quello che vedevo in Andy era soprattutto la sua determinazione, la capacità di imparare e quella voglia continua di migliorarsi. Ero convinto che stesse crescendo nella direzione giusta”. A confermare la bontà del percorso intrapreso fu un confronto determinante con i vertici dei programmi giovanili della massima formula. “Ricordo una conversazione che mi è rimasta particolarmente impressa. Una sera ero a cena con Gwen Lagrue, all'epoca responsabile del Mercedes Junior Programme, e mi disse una cosa che non ho mai dimenticato. Il senso delle sue parole era: «Vedi Alberto, noi non siamo qui per pretendere che Kimi vinca tutto nel karting. Vogliamo che cresca come pilota, con un metodo e un percorso preciso. Quando arriverà in Formula 4, penseremo noi alla fase successiva». Mi trovai completamente d'accordo con lui, perché era esattamente il principio che ho sempre cercato di trasmettere ai ragazzi e alle loro famiglie. Quella conversazione non mi fece scoprire il talento di Andy, che conoscevo già molto bene, ma mi diede una conferma importante: attorno a lui si stava costruendo un percorso che guardava molto più lontano delle vittorie nel karting. Poi naturalmente servivano il suo talento, la sua testa, il lavoro e tante altre cose. Perché riconoscere un talento è importante, ma saperlo accompagnare nella crescita, senza bruciare le tappe, per me lo è ancora di più”.
Lontano dalle telecamere e dagli eventi ufficiali, il profilo umano di Antonelli continua a essere segnato dall'affetto costante verso chi ha condiviso i suoi primi passi. “C'è un episodio abbastanza recente, al Trofeo Bandini di Brisighella, che per me riassume alla perfezione chi è Kimi nella vita di tutti i giorni”, rievoca Tonti. “Ero lì con mia figlia Matilda, che aveva conosciuto Andy da bambino e lo aveva anche accompagnato ad alcune gare. Andy era ormai il pilota Mercedes che tutti conosciamo, circondato da persone, addetti alla sicurezza e tifosi. Quando ci ha visto, ha fatto in modo che potessimo raggiungerlo oltre il cordone di sicurezza, dove si trovava la sua macchina. Ci ha abbracciati entrambi, prima me e poi Matilda, con un abbraccio lungo e affettuoso. Ecco, sono questi piccoli gesti che raccontano chi sia veramente. Non importa quanta strada abbia fatto o quanto sia diventato importante il mondo in cui vive: quando incontra qualcuno a cui è legato, dimostra il suo affetto con naturalezza”.
Riflettendo su quanto ricevuto in cambio da questa esperienza professionale e umana, Tonti trae una sintesi profonda del proprio lavoro. “Credo che Andy mi abbia soprattutto confermato una cosa nella quale ho sempre creduto: che nella vita,e soprattutto quando lavori con i giovani, quello che costruisci sul piano umano può essere ancora più importante dei risultati sportivi. Ho accompagnato tanti ragazzi nel corso della mia carriera, ma con Andy ho condiviso anni particolarmente belli, in un'età in cui il rapporto di fiducia conta davvero tanto. L'ho visto crescere, sbagliare, soffrire,sorridere e ripartire. E forse proprio da lui ho imparato ancora di più quanto sia importante saper ascoltare, avere pazienza e capire che ogni ragazzo ha i propri tempi, anche quando possiede un talento straordinario”.
Un legame che va oltre la fine della collaborazione professionale. “Poi nel 2018 le nostre strade professionali si sono separate. Lui ha continuato il suo percorso, io il mio. Ma sai qual è la cosa che mi rende più felice oggi? Che dopo tutti questi anni, quando ci incontriamo, ci salutiamo ancora con lo stesso affetto di quando era bambino. E allora capisci che non tutto quello che conta nel motorsport si misura con un cronometro, una vittoria o un contratto. Andy mi ha ricordato che le persone crescono, cambiano, prendono strade diverse, ma quando un rapporto è costruito sulla fiducia e sull'affetto sincero, qualcosa rimane. E forse questa è la soddisfazione più grande che mi ha lasciato. Perché alla fine puoi anche contribuire a far crescere un grande pilota, ma la cosa più bella è ritrovare, tanti anni dopo, la stessa persona a cui hai voluto bene quando era soltanto un bambino”.
Perché alla fine, i trofei prendono polvere e le stagioni si rincorrono, ma l'impronta umana lasciata da chi compie i primi passi al tuo fianco resta indelebile. E mentre il motorsport celebra il suo nuovo re, per chi lo ha accompagnato per mano lungo i piazzali del karting internazionale, Kimi rimarrà per sempre semplicemente Andy.