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C'è un'eleganza particolare in un'auto che si presenta sporca della polvere della strada al suo debutto in società. La Volkswagen Mission Efficiency è arrivata nella capitale austriaca portando letteralmente su di sé i segni di un viaggio epico: 1.278,36 chilometri percorsi partendo dal centro di ricerca e sviluppo di Wolfsburg, attraversando la Polonia e la Repubblica Ceca, con una sola ricarica.
Un vero e proprio laboratorio viaggiante che eredita lo spirito e le competenze aerodinamiche della leggendaria XL1, proiettandole in un presente 100% elettrico fatto di proporzioni generose e soluzioni ingegneristiche votate alla pura scorrevolezza.
A un primo sguardo, la vettura impone la sua presenza con una lunghezza di 4,77 metri e un'altezza inferiore al metro e quaranta. Le sue forme "a siluro" sono un inno all'efficienza aerodinamica, capace di far segnare un coefficiente Cd da record mondiale pari a 0,158.
Ogni dettaglio estetico è piegato alla funzione: il frontale è dominato da una sottilissima firma luminosa a LED e da tre paratie attive che si aprono solo quando il raffreddamento o la ricarica lo esigono. Spostandosi sulla fiancata, lo sguardo viene catturato dalla totale carenatura delle ruote posteriori. Sotto queste coperture si celano pneumatici dalla spalla alta (195/55 su cerchio da 18 pollici) studiati per ridurre l'attrito, mentre speciali deflettori brevettati all'interno dei cerchi impediscono all'aria di creare turbolenze nocive.
Curiosamente, per gli specchietti retrovisori si è optato per elementi tradizionali aerodinamici, scartando le telecamere per evitare gli assorbimenti energetici dei display interni, in nome di un pragmatismo che guarda all'eventuale produzione di serie.
Sotto questa pelle levigata batte un cuore di grande serie. La base tecnica è infatti la piattaforma MEB+ a trazione anteriore, la stessa della neonata ID. Polo. Alzando il cofano anteriore, privo di coperture plastiche per contenere le masse, si scorge l'unità elettrica APP290: un motore da 75 kg capace di sprigionare 99 kW (135 CV) e 264 Nm di coppia.
Per assecondare la forma "a goccia" della carrozzeria, il telaio è stato rivisto chirurgicamente, mantenendo il MacPherson anteriore ma stringendo il ponte torcente posteriore di ben 170 millimetri. È proprio al retrotreno che debutta una novità assoluta: un impianto frenante elettromeccanico "semi-dry" sviluppato con AUMOVIO che elimina del tutto gli attriti residui delle pastiglie sui dischi.
Salire a bordo significa entrare in una nuova dimensione minimalista, configurata secondo uno schema 2+2. L'abitacolo si spoglia del superfluo per abbracciare la filosofia del Bring your own device: niente maxischermi per l'infotainment, ma un elegante supporto stampato in 3D per agganciare il proprio smartphone o tablet, che diventa il vero centro di controllo.
Persino l'impianto audio tradizionale è stato sostituito da uno speaker Bluetooth portatile, mentre i sedili anteriori sfoggiano poggiatesta a rete realizzati in poliuretano flessibile stampato in 3D, completamente riciclabile e privo di cablaggi. L'ottimizzazione degli spazi, tuttavia, non sacrifica la praticità: il bagagliaio vanta una capienza che spazia da 481 a quasi 2.000 litri, nascondendo un ulteriore vano inferiore da oltre 100 litri. Una vera chicca di furbizia progettuale si trova però all'esterno, dove uno sportello integrato nella carenatura della ruota posteriore svela un vano sagomato appositamente per riporre il cavo di ricarica.
I numeri del record parlano chiaro e delineano il futuro prossimo della mobilità a batteria. Alimentata da un accumulatore NMC da 54,9 kWh netti e supportata da un tetto fotovoltaico da 370 W capace di regalare fino a 30 km di autonomia extra al giorno, la Mission Efficiency ha macinato chilometri a una media di circa 68 km/h.
Il consumo reale rilevato? Un sorprendente dato di 6,89 kWh/100 km, che sale a 7,51 kWh/100 km se si includono le dispersioni durante la ricarica ultra-fast a 105 kW. Basti pensare che, una volta giunto a Vienna, il computer di bordo segnava ancora 164 chilometri di autonomia residua. Volkswagen dimostra così che la partita dell'auto elettrica non si gioca solo sulla capacità delle batterie, ma su una maniacale e affascinante caccia alla resistenza aerodinamica.