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Dakar Rewind. Sud America. Un Viaggio Indimenticabile Durato 10 Anni. 10. Fiambalà

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10 anni in due settimane, il Viaggio dell’ultima Dakar in Sud America per ripercorrere un’era del Rally più famoso del Mondo attraverso alcuni dei luoghi più significativi. Rally, Geografia e Emozioni indimenticabili

Dakar Rewind. Sud America. Un Viaggio Indimenticabile Durato 10 Anni. 10. Fiambalà

Somewhere, some days after. 10. 27° 40′ 0″ S, 67° 37′ 0″ W. Fiambalà. Argentina. Il Paradiso dell’Inferno Dakar.
C’è un posto della Dakar che, non si sa bene perché, non ha niente di clamoroso, né di evocativo, e non è nelle guide turistiche dell’Argentina come una perla geografica del Paese, ma è terribilmente attraente. È Fiambalà, un luogo che ha un fascino del tutto particolare.
Non è esattamente la piccola città del 700 spagnolo, che conserva una piazza d’armi e l’interessante chiesa di San Pedro Apostol, né tantomeno il sito che si sceglie per impiantarvi resort e piscine. È tuttavia il centro di un’area piuttosto particolare. Si capirà facilmente perché è diventata così importante per la Dakar quando se ne percepisca l’importanza di certe caratteristiche, soprattutto climatiche e di suolo.
 

Alla cittadina si sa di essere arrivati quando si oltrepassa un edificio di adobe chiaramente ispirato a altre culture e non di meno attraente e in perfetta sintonia con l’aria “messicana” del posto. Nove volte su dieci fa un caldo bestia, e non c’è niente come l’ombra al riparo di un muro di fango per “sentire” il fresco auspicato. Diremo più avanti del segreto della Casa di Adobe.
Insieme a Chilecito e Belen, Fiambalà compone la trilogia della Catamarca della Dakar. Niente di speciale, soprattutto Belen che sembra messa lì, sulla Ruta 40 che collega il Nord Argentino alla Terra del Fuoco, per dispetto. Mi viene da ridere ricordando una definizione che demmo qualche tempo fa, chiarendo che se per caso arrivi lungo e la oltrepassi, difficilmente ti accorgi di aver attraversato una città e sicuramente non ti viene voglia di fare marcia indietro! E infatti per la Dakar Belen è una punizione di nulla di fatto, nulla di esistente, nulla, soprattutto, di accogliente. Fortuna vuole che nella serie vincente dei nulla c’è anche una pressoché totale mancanza di hotel e ricoveri, così nove su dieci si arriva a Belen e non si sa dove andare a dormire (e non vi venga in mente di sistemarvi nella polvere perenne con una tenda, il purgatorio sarebbe un paradiso).

Sfiniti dai chilometri, dal caldo e da una Dakar quasi sempre al colpo di scena (a Belen sono saltati tutti i presupposti maturati sin lì aprendo alla nuova, immancabile vittoria KTM), a noi, Mr. Franco ed io, non restava che andare avanti e cercare un posto dove concederci una pausa. Belen è il capolinea delle corse di Botturi, Benavides e, soprattutto, Van Beveren che era il candidato più serio alla vittoria finale. Per noi, dopo 600 chilometri di discesa, ecco che non c’è scelta. Sud sulla Ruta 40 per un altro centinaio di chilometri fino a Cerro Negro, e poi dritti verso Nord-Ovest, sulla strada che posta al mitico Passo San Francisco. Tinogasta è l’opzione giusta. Fuori dalle scatole, gente per bene e gentile, infrastrutture. Niente di speciale ma il posto giusto al momento giusto.
Giusto anche per stabilire una volta per tutte di partecipare alla Tappa Marathon che ha per teatro Fiambalà. Ed ecco la lieta, bellissima sorpresa. Oltre il Paese un anfiteatro naturale che potrebbe essere il parco giochi della Dakar, l’arena delle sfide più… cruente, l’Indianapolis tempio della velocità del deserto. L’”ovale” naturale è un’immensa vallata di cento per cinquanta chilometri. La falesia a Ovest e dune di sabbia a Est. Assomiglia vagamente a una vasta caldera, e in questo caso la si può pensare tuttora in piena attività.

Ci sono state Dakar che ha piovuto a Fiambalà, e che la pioggia ha rovinato tutto costringendo alla cancellazione della Tappa, ma di solito Fiambalà è, a ragion veduta, considerato il “forno” della Dakar argentina. La sponda di sabbia è suggestiva anche sotto il cielo grigio, la sabbia compatta e una quiete innaturale, ma con il caldo la Storia si fa importante. Caldo allucinante, sabbia molle, difficoltà a respirare. Se poi c’è un filo d’aria, è quella brezza arroventata che ti disidrata e ti strappa la pelle di dosso. Quel giorno del 2018 la brezza è insolitamente più fresca, e si sta da dio all’arrivo della Tappa. Si arrende Joan Barreda, ginocchio kaput, e di conseguenza la Squadra Honda, vince Toby Price e Mathias Walkner si avvierà a vincere per KTM la sua prima Dakar.
È una tappa chiave in un luogo chiave. La durezza della Dakar risolta lascia il posto alla sensazione. L’estatica ammirazione del luogo. Non saprei spiegare. Niente di clamoroso, ma andare a Fiambalà e inoltrarsi nella valle è quella divagazione che vale la giornata, o due, di viaggio per raccogliere e portare  a casa l’istantanea di un luogo magico.

Senza contare il “viaggio” di ritorno. Finalmente, su imperativa richiesta di Mr. Franco, non andiamo alle Terme delle Grotte, troppo poco tempo, e ci fermiamo alla Casa di Adobe, che scopriamo essere il Bar Don Diego, e più in profondità la Cantina Don Diego. Mr. Franco ha un fiuto incredibile. Mi racconta dell’adobe, quella speciale tecnica costruttiva che abbiamo già ammirato più volte a San Pedro di Atacama, in Cile, ma è un diversivo. Pian piano arriva al sodo. Il tremendo, squisito Sirah di Don Diego, un nettare degli dei infuocati di Fiambalà. Ripartiamo dopo aver brindato praticamente a tutto quello che immaginiamo buono nella vita, e dopo una serie di brindisi di perdono per tutto quello che c’è di peggio nella speranza di un ravvedimento globale. Riprendiamo la strada, scoprendo che è una famosa Via del Vino, augurandoci, ma essendone certi, che non ci saranno esami di palloncini alcol-test da passare. Fiambalà nel cuore, il cuore argentino della Dakar.

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