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A quasi undici anni dallo scoppio del Dieselgate, anche Renault si prepara ad affrontare un processo in Francia. Il giudice istruttore ha infatti disposto il rinvio a giudizio della Casa francese davanti al Tribunale penale di Parigi con l'accusa di "tromperie aggravée", ovvero frode aggravata, nell'ambito dell'inchiesta sulle emissioni dei motori diesel.
Renault respinge ogni accusa e ribadisce che tutti i propri veicoli sono stati omologati nel rispetto delle normative europee, annunciando che difenderà la propria posizione in tribunale.
L'inchiesta nasce sulla scia dello scandalo esploso il 18 settembre 2015, quando l'Environmental Protection Agency (EPA) statunitense accusò Volkswagen di aver utilizzato un software capace di alterare i risultati dei test sulle emissioni di ossidi di azoto (NOx).
Successivamente anche diversi costruttori sono finiti sotto la lente della magistratura francese. Nel gennaio 2017 è stata aperta un'indagine che coinvolge, oltre a Renault, anche Volkswagen, Peugeot, Citroën e Fiat Chrysler.
Renault era stata formalmente indagata nel giugno 2021 e tale decisione era stata confermata dalla Corte d'Appello di Parigi nel marzo 2023. Ora è arrivato un ulteriore passo: il 24 luglio 2026 il giudice istruttore ha disposto il rinvio a giudizio, notificato ufficialmente alla Casa il 27 luglio. Dopo Volkswagen, Renault diventa così il secondo costruttore chiamato a rispondere davanti alla giustizia francese nell'ambito del Dieselgate.
L'accusa riguarda vetture diesel vendute tra il 1° settembre 2009 e il 12 gennaio 2017, conformi alle normative Euro 5 ed Euro 6.
Secondo gli inquirenti, Renault avrebbe calibrato in modo specifico i motori dCi installati su oltre due milioni di veicoli, così da rispettare i limiti previsti durante le prove di omologazione, pur producendo emissioni differenti nelle condizioni di utilizzo reale.
La contestazione è quella di frode aggravata perché il presunto sistema avrebbe contribuito all'emissione di maggiori quantità di ossidi di azoto (NOx), sostanze considerate nocive per la salute e associate all'insorgenza di patologie respiratorie.
In una nota diffusa il 27 luglio, Renault ha respinto con decisione le accuse.
Secondo il gruppo francese, nessuno dei suoi veicoli sarebbe dotato di un dispositivo fraudolento in grado di riconoscere i cicli di omologazione, circostanza che, sottolinea l'azienda, sarebbe stata riconosciuta anche da una recente decisione dell'Alta Corte di Londra.
La procura francese, tuttavia, ritiene che l'eventuale reato di frode possa configurarsi anche in assenza di un vero e proprio "defeat device", qualora fossero stati impiegati altri sistemi finalizzati a ottenere lo stesso risultato durante le procedure di omologazione.
Renault, che beneficia della presunzione d'innocenza, ha annunciato che difenderà "l'innocenza dell'azienda, il professionalismo e l'etica dei suoi 100.000 dipendenti" davanti al tribunale.
La normativa francese prevede sanzioni particolarmente severe per questo tipo di reato. In caso di condanna, la multa potrebbe arrivare fino al 10% del fatturato medio annuo calcolato sui tre esercizi precedenti ai fatti contestati.
L'udienza destinata a fissare il calendario del processo è prevista per il 1° aprile 2027, mentre il dibattimento vero e proprio difficilmente inizierà prima di diversi mesi.
Nel caso in cui Renault dovesse essere condannata in via definitiva, gli automobilisti che ritengono di aver subito un danno potranno costituirsi parte civile e chiedere un risarcimento.
Tra i danni risarcibili potrebbe rientrare anche l'eventuale perdita di valore commerciale del veicolo riconducibile alla vicenda. Tuttavia, qualsiasi forma di indennizzo potrà essere riconosciuta solo al termine dell'intero iter giudiziario, che potrebbe proseguire con eventuali ricorsi in appello e in Cassazione.
Per questo motivo, nonostante il rinvio a giudizio rappresenti un passaggio importante, la vicenda giudiziaria è ancora lontana da una conclusione.