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La nuova offensiva dell’amministrazione Donald Trump contro le politiche ambientali segna uno spartiacque per l’industria dell’auto negli Stati Uniti. A poco più di un mese dall’inizio del 2026, il presidente ha annunciato la cancellazione degli standard federali di misurazione delle emissioni per auto e camion e la revoca del principio secondo cui i gas serra sarebbero dannosi per la salute umana. Una mossa che smantella un impianto normativo in vigore dal 2009, introdotto durante la presidenza di Barack Obama, e che apre una fase di profonda deregolamentazione.
Al fianco di Trump, nell’annuncio ufficiale, c’erano il capo dell’agenzia ambientale Environmental Protection Agency Lee Zeldin e il direttore del bilancio della Casa Bianca Russ Vought, figura chiave del cosiddetto “Project 2025”, l’agenda politica che punta a ridurre in modo drastico i vincoli ambientali. Secondo i dati della stessa EPA, trasporti ed energia pesano ciascuno per circa un quarto delle emissioni di gas serra negli Stati Uniti: numeri che spiegano perché il settore automotive sia al centro della tempesta.
Nelle parole del presidente, i vecchi limiti sulle emissioni sarebbero stati un “disastro” per l’industria e un fattore di aumento dei prezzi per i consumatori americani. La loro abolizione comporta anche la fine degli obblighi di misurazione e di conformità per auto e camion, e quindi - indirettamente - viene meno la necessità di adottare soluzioni come lo Start&Stop, introdotte proprio per ridurre consumi ed emissioni nei cicli di omologazione.
La decisione arriva a poche settimane da eventi climatici estremi che hanno colpito il Paese e altre aree del mondo, tra tempeste di neve e alluvioni. Un contesto che rende ancora più acceso il dibattito tra chi vede nella deregolamentazione un sollievo per l’economia e chi teme un conto salatissimo sul piano ambientale e sociale.
L’amministrazione precedente sosteneva che le regole sulle emissioni avrebbero portato benefici netti ai cittadini, sia in termini di minori consumi sia di costi di gestione più bassi, anche grazie a un ciclo di omologazione particolarmente severo. Le stime parlavano di un obiettivo ambizioso: dimezzare le emissioni di scarico entro il 2032 rispetto alle proiezioni per il 2027, con una quota di auto elettriche compresa tra il 35% e il 56%. Il potenziale risparmio medio era valutato in decine di miliardi di dollari l’anno, tra carburante e manutenzione.
Trump ribalta la prospettiva e punta tutto sull’impatto immediato sui contribuenti, rivendicando risparmi complessivi nell’ordine dei mille miliardi di dollari. Ma secondo molte organizzazioni ambientaliste una maggiore poluzione rischia di tradursi in più catastrofi naturali, premi assicurativi più alti e costi crescenti per le infrastrutture: una partita che potrebbe presentare il conto nel medio-lungo periodo.
Il mondo ambientalista ha reagito con dure critiche e guarda ora ai tribunali, confidando che la normativa federale sull’aria pulita possa continuare a essere uno strumento di contrasto ai gas serra. Dal lato dei costruttori, per ora, prevale il silenzio. E non è difficile capirne il motivo: molti gruppi hanno già investito miliardi nello sviluppo di piattaforme elettriche e nuove tecnologie. È il caso, per esempio, di Ford, che ha in cantiere nuove architetture dedicate ai veicoli a batteria.
Dopo l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi e la fine dei sussidi all’acquisto di auto elettriche decisi dall’amministrazione precedente, questa nuova svolta rappresenta il colpo più duro al percorso di decarbonizzazione del trasporto americano. Resta da capire se il mercato, gli investimenti già avviati e le pressioni internazionali riusciranno a frenare una marcia indietro che rischia di isolare gli USA sul fronte ambientale o se, al contrario, il 2026 segnerà davvero l’inizio di una nuova era “libera da vincoli” per l’auto a stelle e strisce.