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A margine del Mazda MX-5 Meeting sul circuito di Varano de’ Melegari, tra turni in pista e appassionati arrivati con la propria roadster, si è aperto uno spazio di riflessione su un tema ancora centrale nel motorsport: il ruolo delle donne e, soprattutto, le reali possibilità di accesso a questo mondo.
A guidare la conversazione è stata Fjona Cakalli, che ha coinvolto Vicky Piria e Federica Levy in un confronto diretto, lontano da formalismi e narrazioni costruite. Il contesto, del resto, era quello giusto: un evento aperto, fatto di guida vera, in cui alcune partecipanti si sono affacciate per la prima volta alla pista, entrando in contatto con un ambiente spesso percepito come distante.
È proprio da qui che parte il punto centrale emerso durante il talk: nel motorsport non manca l’interesse femminile, né tantomeno il potenziale. A mancare, semmai, sono le opportunità concrete per trasformarlo in percorso.
Vicky Piria lo ricorda con precisione: aveva otto anni, un sabato pomeriggio di settembre, quando suo padre la portò in una pista di kart a Rozzano invece che al maneggio. Spinta dalla competizione con il fratello - “lo battevo a Monopoli a Natale, figuriamoci” - decise di provare. Il risultato fu immediato: gomme fredde, nessuno che glielo aveva spiegato, e un albero preso in pieno dopo due secondi. Ma la scintilla vera non fu l’adrenalina della velocità. “La soddisfazione vera l’ho sentita quando ho capito che miglioravo. Quando non bloccavo il kart in frenata, quando riuscivo ad avere il controllo del mezzo. Lì ho capito che volevo di più.”
Federica Levy è cresciuta dentro il motorsport per ragioni familiari, ma la sua scintilla ha una data precisa: il giorno in cui, a 16 anni appena compiuti, è finalmente riuscita a salire come passeggera durante un trackday con il padre. “Sono scesa e ho detto: non vedo l’ora di prendere la licenza e correre anch’io. Capire i punti di frenata, i limiti della macchina, del circuito [...] era una cosa molto matematica e mi aveva già preso completamente.” La sua prima esperienza in pista fu proprio una Mazda MX-5, al circuito del Mugello.
Il legame di entrambe con la MX-5 va oltre l’occasione dell’evento. Per Federica è stata letteralmente la scuola di guida: “Ho iniziato con 134 CV che per me erano un’enormità, subito al Mugello con il cambio manuale avendo appena preso la patente. Guidare un’auto a trazione posteriore senza assistenze è stata un’impresa. Ma è proprio questo il punto: quando impari a guidare un posteriore senza vizi, impari davvero. Quando poi hai macchine più potenti e togli i controlli elettronici, non ti ritrovi le cattive abitudini addosso.”
Vicky la definisce ancora oggi l’auto più divertente che guida. “È una macchina che ti permette di goderti la guida senza preoccupazioni. E ha una capacità rara: crea un senso di appartenenza, una comunità. Sono poche le auto che ci riescono.” Ha guidato per tre ore consecutive quella mattina a Varano: “Sono volate.”
Il talk entra presto su un tema che entrambe conoscono bene: la differenza tra competere con gli altri e competere con sé stesse. Ed è quest’ultima, concordano, la più difficile da gestire. “La competizione più grande ce l’avevo con me stessa”, dice Vicky. “È una cosa bellissima perché ti porta a essere la versione migliore di te stessa, ma va gestita. Può tirarti fuori il meglio, ma può anche portarti a fare errori o a essere vittima delle tue emozioni. E in questo sport le emozioni vanno controllate.”
Federica, invece, porta una dimensione più personale: la gestione della propria sensibilità. “Sono una persona molto sensibile. Crescendo vedevo piloti nordici, freddi, distaccati, e spesso vincevano loro. Pensavo che la mia sensibilità fosse uno svantaggio enorme. Poi guardavo Senna: estremamente sensibile ed empatico, eppure il più grande. Per me è stato un esempio fondamentale. Se lui è riuscito a trasformare quella sensibilità in qualcosa di positivo, posso farcela anch’io.”
La conversazione entra nel territorio più spinoso: perché nel motorsport le donne sono ancora così poche? E cosa si può fare concretamente? Vicky sgombra subito il campo da una risposta facile. “Non è una questione di attitudine. Ci sono tantissime donne - le vedo anche qui oggi - che dicono ‘a me piacerebbe provare, ma da dove parto? Non ho le stesse opportunità degli altri’. Quindi è una questione di opportunità, non di capacità.”
Il meccanismo della rappresentazione è il primo nodo da sciogliere. “Quando ho iniziato con il kart e mi chiedevano cosa volevo fare da grande, non rispondevo mai ‘voglio fare la pilota’. Pilote, al femminile, non esisteva nemmeno come parola nel mio vocabolario di allora, non c’erano esempi. Poi mia madre mi fece vedere una foto di Danica Patrick, la pilota americana che fece la pole all’Indianapolis. Quando vidi una donna che era competente, che stava vincendo, mi si è acceso qualcosa che non avevo mai sentito. Se ce la fa lei, ce la posso fare anch’io.”
È il meccanismo classico della rappresentazione: non funziona come slogan, funziona come prova concreta che una strada esiste. “Adesso ci sono ragazze in Formula 4, in Formula 3, nel mondo GT. Questi sono esempi positivi per le nuove Vicky e Federica che, quando inizieranno questo sport, sapranno già che c’è una strada percorribile.”
Federica aggiunge la dimensione statistica, che spesso viene ignorata nel dibattito. “Se su cento iscritti ce ne sono due donne, trovare le due donne che hanno il budget, il talento, il supporto e tutti i tasselli del puzzle necessari per diventare pilote di alto livello è statisticamente molto più difficile. Più saremo, più è probabile che emergano pilote di alto livello per davvero, e non scelte perché bisogna metterne una, ma perché sono le migliori.”
Ed è qui che arriva la critica più diretta al cosiddetto “pink washing”: “A volte sembra quasi che le donne vengano scelte per dire ‘abbiamo una donna lì e siamo tutti felici’, come se fosse il panda allo zoo. Le ragazze che arrivano devono arrivare per merito. Per farlo devono avere le opportunità, ma devono sfruttarle davvero, non essere messe lì come ornamento.”
Il tema dei campionati riservati alle donne è uno dei più divisivi nel motorsport e Vicky parte da una posizione di partenza scettica, e la racconta con onestà. “Quando mi chiamarono per correre in un campionato femminile dissi: non sono d’accordo. Non voglio correre solo contro donne. Poi ho pensato: che pilota sarei se rifiuto l’opportunità di correre in Formula 3, seguendo tutta la circus della Formula 1? Sono andata. Ho fatto due anni di quel campionato femminile, sono stata pagata per farlo, ho corso in Formula 3. E da lì è iniziata la mia carriera. Ero ferma da quattro anni prima di quell’opportunità.”
La conclusione è pragmatica: “Quando metti il casco e passi la linea, stai correndo contro 18 donne o 18 uomini. Fidati, non cambia niente. Forse non è la maniera più giusta in assoluto, ma sta dando una grande opportunità alle ragazze che ci corrono. E sta creando fan e appassionate tra le nuove generazioni, che vedono ragazze come loro fare cose che pensavano impossibili.”
Federica propone una terza via che evita la polarizzazione: non un campionato separato, ma una classifica femminile all’interno dei campionati misti. “Nel campionato italiano GT siamo cinque donne su circa cento piloti. Se avessimo una classifica femminile dentro lo stesso campionato - non a parte, dentro - sarebbe un motivo in più per coinvolgere ragazze senza creare una bolla separata. Come si fa per gli Under 18, per esempio.”
Vicky chiude il cerchio con una sintesi che vale come principio generale: “Ci focalizziamo troppo sul ‘è giusto o sbagliato farli’. Bisogna iniziare da qualche parte. Una piattaforma per iniziare, in quel momento, può essere la soluzione giusta. Non sarà quella definitiva, ma è meglio di non fare niente. Poi tutto può evolvere.”
Arriva dal pubblico la domanda più scomoda, quella sul gap fisico. Ed entrambe le pilote la affrontano senza eufemismi. “Sarei ipocrita a dire che non c’è”, ammette Vicky Piria. “In Formula 3, senza servo sterzo, il volante è durissimo. C’è sempre il problema del collo, delle spalle. Ho dovuto allenarmi tantissimo per stare all’altezza fisicamente. Più di quanto avrebbe dovuto fare un uomo con la stessa abilità di guida. È stata tosta, ma ci sono riuscita.”
La chiave, spiega, è capire in quale categoria si compete. “Nelle GT, negli endurance, nelle categorie con la carrozzeria chiusa, il gap fisico è molto più gestibile, quasi ininfluente se ti alleni seriamente. Nelle monoposto aperte, Formula 2 e Formula 3, è più impegnativo. Ma non è impossibile, come dimostrano le ragazze che ci corrono oggi.”
Federica, invece, porta un esempio concreto dalla propria stagione. All’inizio non riusciva a frenare con la pressione necessaria, sono circa 100 chilogrammi sul pedale, senza servo freno, in una macchina GT senza assistenze. “Non arrivavo bene nemmeno con i cuscini per la posizione. E quindi la macchina non frenava come doveva, e io non riuscivo a migliorare. Ho lavorato su quello per tutta la stagione. Alla fine ci sono riuscita e da lì tutto è cambiato. È una sfida in più rispetto a un collega maschio, ma si può colmare con l’allenamento e la determinazione.”
Prima di chiudere, Fjona ha messo sul tavolo la frase che ogni donna nel motorsport ha sentito almeno una volta. La risposta non arriva con rabbia, ma con una chiarezza che vale più di qualsiasi sfogo. “Fa parte del gioco”, dice Vicky con pragmatismo disarmante. “Quando ho iniziato sapevo che era uno sport prettamente maschile e che non c’era nessun tappeto rosso ad aspettarmi. Quello che mi infastidisce non è l’insulto diretto, è che ci vuole sempre uno step in più per dimostrare che sei capace. Vinci una gara, e magari era merito del compagno di squadra, o la macchina era più veloce, o sei stata fortunata. Il mio obiettivo è essere così costante che quella parola - fortuna - non possa essere usata.”
Federica sceglie la prospettiva opposta: trasformare lo stupore altrui in combustibile. “Mi capita quasi ogni giorno, girando con la MX-5, che qualcuno si avvicini e chieda ‘ma è tua? Vai forte? Hai mai vinto qualcosa?’ Quando rispondo sì è mia, ci corro, ho anche vinto, vedo uno stupore genuino nei loro occhi. Io lo leggo come positivo. Spero che sia una scintilla verso il cambiamento. Se loro sono stupiti, in modo positivo, del fatto che una ragazza possa andare in pista, correre, avere una passione vera per il motorsport, allora forse quella sorpresa, moltiplicata per tante persone, diventa qualcosa.”