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C’è chi compra azioni, chi punta sul mattone e chi, potendo, parcheggia il proprio capitale in garage. La Ferrari Daytona SP3 che il prossimo 31 ottobre a Londra finirà sotto il martelletto di RM Sotheby’s è la dimostrazione più lampante di quanto la terza strategia possa rendere. Il motivo è semplice: il valore stimato è circa cinque volte superiore al prezzo di listino fissato a Maranello appena quattro anni fa.
Le Daytona SP3 consegnate ai clienti sono 600, tutte già assegnate prima ancora che la produzione partisse. Quella in vendita, però, ha una storia diversa da tutte le altre. Si tratta dell’esemplare del 2022 che Ferrari ha impiegato in prima persona: è servito per lo sviluppo del modello e per le prove su strada della stampa specializzata. In altre parole, è la vettura da cui tutte le altre hanno preso forma.
Per chi non è rientrato nella ristretta cerchia dei clienti selezionati dalla Casa, questa asta rappresenta con ogni probabilità l’ultima vera occasione per mettere le mani su una SP3 con un pedigree tanto particolare.
Al lancio, Ferrari aveva fissato il prezzo della Daytona SP3 a circa 2 milioni di euro. RM Sotheby’s ha già comunicato la propria valutazione: tra 8,7 e 11 milioni di euro. Un salto che non ha bisogno di troppi commenti.
Va detto che quasi nessun proprietario si è accontentato della configurazione base. Il programma di personalizzazione del Cavallino ha trasformato molte SP3 in pezzi unici, con assegni ben più pesanti dei 2 milioni di partenza. Anche tenendo conto di questo, però, la stima della casa d’aste conferma una regola che il mercato del collezionismo ripete da anni: una Ferrari in serie limitata è tra i beni rifugio più solidi che esistano su quattro ruote.
La Daytona SP3 fa parte della famiglia Icona, la collana di modelli speciali inaugurata dalle Monza SP1 e SP2. La filosofia è chiara: reinterpretare lo stile delle Ferrari che hanno fatto la storia, in questo caso le sport prototipo degli anni Sessanta, e vestirci sopra una meccanica moderna e senza compromessi.
Dietro l’abitacolo pulsa il celebre V12 aspirato da 6,5 litri, lo stesso propulsore che equipaggia la 812 Superfast, qui spinto fino a 840 CV. E soprattutto, nessuna assistenza elettrica: niente ibrido, niente batterie, solo cilindri, aspirazione naturale e un cambio che risponde al pilota. Un’esperienza di guida pura e analogica, sempre più rara in un’epoca in cui anche le supercar più estreme fanno i conti con l’elettrificazione.
Ed è forse proprio questo il vero motore della sua quotazione. Chi alzerà la paletta a Londra non starà comprando soltanto un’auto rarissima, ma uno degli ultimi capitoli di un’era che a Maranello, prima o poi, si chiuderà.
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