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Che la Cina fosse diventata il centro mondiale dell’auto elettrica era ormai evidente. Ma sentire il CEO di Ford ammettere pubblicamente che un’elettrica cinese rappresenta oggi un benchmark irraggiungibile per molti costruttori occidentali ha un peso completamente diverso. Jim Farley, numero uno della casa americana, ha raccontato di utilizzare quotidianamente una Xiaomi SU7 – la prima auto realizzata dal colosso cinese degli smartphone – e di non volerla “restituire”. Dietro quella dichiarazione si nasconde infatti la consapevolezza che il vantaggio tecnologico cinese non riguarda soltanto batterie e costi, ma soprattutto software, integrazione digitale e velocità industriale. Un cambio di paradigma che sta obbligando i grandi marchi storici a rivedere radicalmente le proprie strategie.
Secondo quanto riportato da Automotive Manufacturing Solutions, Farley avrebbe fatto importare negli Stati Uniti cinque tra le migliori auto elettriche cinesi attualmente sul mercato per analizzarle insieme al management Ford. Tra tutte, la Xiaomi SU7 è diventata la sua auto personale. Il motivo è semplice: l’esperienza utente offerta dalla berlina cinese viene considerata superiore rispetto a molte rivali occidentali. L’auto riconosce il conducente tramite riconoscimento facciale, integra perfettamente smartphone e servizi digitali e offre prestazioni da sportiva con uno 0-100 km/h vicino ai tre secondi nelle versioni più potenti.
Ma il vero elemento destabilizzante per Ford sarebbe il rapporto qualità/prezzo. In Cina, la SU7 parte da circa 30.000 dollari, una cifra nettamente inferiore rispetto a modelli elettrici occidentali comparabili come la Ford Mustang Mach-E. Xiaomi, inoltre, è riuscita a raggiungere volumi produttivi impressionanti in tempi record, dimostrando come i nuovi player tech cinesi possano entrare nell’industria automotive con velocità impensabili per i costruttori tradizionali.
Le dichiarazioni di Farley sono probabilmente le più dure mai pronunciate da un CEO americano nei confronti della superiorità cinese nel settore elettrico. Il manager ha definito “umiliante” l’analisi tecnica delle auto elettriche cinesi effettuata internamente da Ford, sottolineando come il gruppo abbia scoperto un ritardo enorme soprattutto nell’architettura software e nell’efficienza produttiva. Per colmare il divario, Ford aveva chiamato Doug Field, ex dirigente Tesla e Apple, figura chiave nello sviluppo della Model 3.
Secondo Farley, il verdetto di Field sarebbe stato netto: Ford avrebbe accumulato un ritardo di circa 25 anni rispetto ai nuovi standard tecnologici introdotti dai produttori cinesi e dai marchi software-defined. Negli ultimi mesi il CEO Ford ha più volte ribadito che la minaccia principale per l’industria americana non è Tesla, ma aziende come BYD, Xiaomi e Huawei. Marchi capaci di sviluppare auto con cicli produttivi molto più rapidi, margini competitivi e integrazione digitale avanzata.
La vicenda della Xiaomi SU7 guidata dal CEO di Ford rappresenta perfettamente il momento storico che sta vivendo il settore automotive. La sfida non riguarda più soltanto motori elettrici o batterie, ma il controllo dell’ecosistema software dell’auto. I costruttori cinesi possono contare su una filiera domestica integrata, costi industriali inferiori e una cultura tecnologica derivata direttamente dal mondo consumer electronics. Non è un caso che Farley abbia dichiarato che “Ford non può permettersi di perdere anche contro la Cina”, dopo aver già inseguito per decenni il vantaggio industriale di Giappone e Corea del Sud.
Nel frattempo Ford sta accelerando sullo sviluppo di una nuova generazione di auto elettriche più economiche e fortemente digitalizzate, inclusi modelli da circa 30.000 dollari pensati per contrastare l’avanzata cinese. Tuttavia, la sensazione sempre più diffusa nel settore è che il baricentro mondiale dell’automobile elettrica si sia ormai spostato definitivamente verso Oriente. La Xiaomi SU7, in questo scenario, non è soltanto un’auto elettrica di successo: è il simbolo della nuova era dell’automotive globale.