L'Europa ricalibra la transizione green: stop al 100% elettrico nel 2035, spinta alle flotte aziendali e scudo "Made in EU"

L'Europa ricalibra la transizione green: stop al 100% elettrico nel 2035, spinta alle flotte aziendali e scudo 'Made in EU'
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L’industria automobilistica europea si trova a un crocevia storico e, stretta tra l’urgenza della crisi climatica, l’aggressiva concorrenza asiatica e una domanda interna di veicoli elettrici che ha mostrato preoccupanti segnali di frenata tra il 2024 e il 2025, l'Unione Europea ha deciso di rimescolare le carte. Infatti, con il varo del nuovo "pacchetto automobilistico", la Commissione e il Parlamento delineano una strategia meno dogmatica e più industriale, nel tentativo di salvare un settore che vale il 6,1% dell'occupazione comunitaria e un trilione di euro di PIL.

Il nuovo corso di Bruxelles si articola su tre fronti principali: una revisione degli storici target sulle emissioni di CO2, una direttiva mirata a elettrificare le grandi flotte aziendali, e un pacchetto di semplificazioni per tagliare la burocrazia. Il fil rouge? Un forte protezionismo mascherato da incentivi per il "Made in the EU".

Addio al 100% elettrico nel 2035: il compromesso del 90% e gli e-fuel

La novità politicamente più dirompente è il passo indietro - o la "maggiore flessibilità", per usare il lessico di Bruxelles - sugli standard di prestazione per le emissioni di CO2 di auto e furgoni nuovi. Il target originario, che prevedeva il divieto di fatto di vendere veicoli con motori a combustione interna a partire dal 2035 (riduzione del 100% delle emissioni), è stato ufficialmente abbassato al 90%. Per i furgoni, il target intermedio al 2030 scende dal 50% al 40%.

La mossa arriva dopo mesi di intense pressioni da parte di governi come Germania e Italia, che chiedevano a gran voce di preservare la "neutralità tecnologica". Ma come verrà compensato il restante 10% delle emissioni consentite? La proposta della Commissione introduce un sistema di crediti: i costruttori potranno utilizzare carburanti rinnovabili sostenibili (inclusi gli e-fuels e i biocarburanti, con un tetto del 3%) e acciaio a basse emissioni di carbonio prodotto esclusivamente in Unione Europea (con un tetto del 7%). Inoltre, per evitare sanzioni in periodi di volatilità del mercato, tra il 2030 e il 2032 i costruttori godranno di una valutazione pluriennale (su media triennale) anziché annuale.

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Il mirino sulle flotte aziendali: il vero motore del mercato

Se da un lato l'Europa concede respiro sui motori tradizionali, seppur per poco, dall'altro stringe la morsa su chi le auto le compra davvero: le aziende. I numeri, d'altronde, parlano chiaro. Gli attori corporate (società di leasing, autonoleggi, flotte aziendali) acquistano il 58% delle nuove auto e il 90% dei nuovi furgoni. Percorrono in media 27.000 km l'anno contro i 12.000 dei privati e, dopo 3-4 anni, reimmettono questi veicoli sul mercato di seconda mano, dove l'80% dei cittadini europei acquista la propria vettura.

Eppure, l'elettrificazione aziendale langue: nel 2025 solo il 17% delle nuove auto aziendali era a zero emissioni, un dato persino inferiore alla media dei privati. Per invertire la rotta, la nuova "Clean Corporate Vehicles Regulation" impone obiettivi vincolanti a livello nazionale per le sole grandi imprese (escludendo le PMI per non gravare sui loro bilanci). Entro il 2030, il 69% delle nuove flotte dovrà essere composto da veicoli a zero o basse emissioni (ZLEV), di cui il 45% rigorosamente a zero emissioni (ZEV).

La vera stangata riguarda però i sussidi statali: dal 2028, i governi non potranno più finanziare flotte aziendali inquinanti. Soprattutto, i sussidi per l'acquisto di veicoli puliti saranno riservati esclusivamente a mezzi certificati "Made in the EU". Questo significa veicoli assemblati in Europa, con almeno il 70% dei componenti (prezzo franco fabbrica) ed elementi chiave delle batterie di origine comunitaria, così come delineato nel recente Industrial Accelerator Act.

L'Omnibus: taglio della burocrazia e nuove regole di sicurezza

Il terzo pilastro del pacchetto è stato recentemente votato dalle commissioni Ambiente (ENVI), Mercato Interno (IMCO) e Trasporti (TRAN) del Parlamento Europeo. Il cosiddetto "Omnibus automobilistico" promette risparmi per 706 milioni di euro all'anno eliminando oneri amministrativi.

Le misure spaziano dall'introduzione di "super-crediti" per incentivare la produzione di auto elettriche piccole (sotto i 4,2 metri di lunghezza, probabilmente le e-car di cui tanto si parla negli ultimi mesi) e fabbricate in UE, a importanti novità sulla sicurezza. Tra queste, l'obbligo di installare sistemi di rilevamento della presenza di bambini (attivi anche a veicolo spento e chiuso) e maniglie delle portiere meccaniche per l'apertura d'emergenza (deo gratias). Previsto anche un rinvio di 18 mesi per l'applicazione delle restrittive norme EURO 7 per i mezzi pesanti.

"L'industria automobilistica sta attraversando tempi di trasformazione e il Parlamento deve fare la sua parte per fornire chiarezza in mezzo al caos", ha dichiarato l'eurodeputato Michael Bloss (Verdi), co-relatore per l'Ambiente. Sulla stessa lunghezza d'onda Andreas Schwab (PPE), che ha sottolineato come la nuova categoria per le piccole auto elettriche UE "rafforzerà la competitività e creerà posti di lavoro in Europa".

Le reazioni: un'industria divisa

Come prevedibile, il pacchetto ha innescato un acceso dibattito. L'ACEA (l'Associazione dei costruttori europei) e associazioni come Leaseurope hanno accolto con un sospiro di sollievo l'introduzione di maggiori flessibilità e lo stop ai divieti draconiani, pur lamentando l'introduzione di target di flotta vincolanti, preferendo un approccio basato sugli incentivi.

Di tutt'altro avviso il fronte ambientalista: la ONG Transport & Environment (T&E) ha lanciato l'allarme. Abbassare il target al 90% causerà, secondo le loro stime, un aumento del 10% delle emissioni di CO2 tra il 2025 e il 2050, ostacolando l'adozione dei veicoli 100% elettrici (BEV). T&E critica duramente anche la proposta sulle flotte, giudicandola troppo timida, e chiede che il target del 2030 per le grandi aziende sia elevato al 100% di veicoli a zero emissioni, eliminando gli ibridi plug-in dal conteggio.

Il pacchetto dovrà ora superare lo scoglio dei negoziati in plenaria, previsti per dicembre 2026, e i successivi triloghi con il Consiglio. La strada per la nuova auto europea è ancora lunga e tortuosa, ma la direzione tracciata da Bruxelles sembra ormai chiara: la transizione ecologica si farà, ma non a discapito dell'industria continentale.

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