Interviste

Manuela Gostner, Iron Dame fuori e dentro la pista: «Un pilota, uomo o donna che sia, ha la vocazione nel DNA»

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Manuela Gostner forma con Rahel Frey e Michelle Gatting le Iron Dames, la cui storia è raccontata nella serie Racing Beyond Limits, su YouTube. Ha corso due volte a Le Mans, e quest’anno sarà al volante della sua Ferrari 488 GTE nel WEC. Ma non invidia i suoi colleghi uomini. È fiera di essere una donna, con la passione per le corse nel DNA. Ed è questo che fa la differenza, a prescindere dal fatto che si manifesti in un uomo o in una donna

Manuela Gostner, Iron Dame fuori e dentro la pista: «Un pilota, uomo o donna che sia, ha la vocazione nel DNA»

«Se sei un pilota, ce l’hai nel DNA. Non importa che tu sia donna o uomo. Ce l’hai o non ce l’hai». La sente nel profondo l’inclinazione per il mondo delle corse, Manuela Gostner. La vedi così solare, volitiva, e ti riesce difficile immaginarla infiammata dal fuoco della competizione. Ma le donne sono poliedriche, complesse, sono molto di più di quello che affiora in superficie. E dietro il suo sorriso si nasconde una determinazione d’acciaio, che l’ha portata, nell’arco di pochi anni, dal non conoscere nulla del motorsport – «Non sapevo neanche allacciarmi un casco», ricorda – all’approdo nel mondo dell’Endurance, formando, con Rahel Frey e Michelle Gatting, le Iron Dames.

Un progetto, patrocinato dalla FIA Women in Motorsport Commission, che parte da un’idea romantica, la visione della vettura da corsa come un’opera d’arte contemporanea su quattro ruote. Talmente preziosa da dover essere celebrata. Così come sono da celebrare le donne che quei capolavori li portano in pista, dando loro un valore aggiunto, perché parte di una storia che vale la pena di raccontare. Quella delle Iron Dames, illustrata nella serie Racing Beyond Limits, sei episodi disponibili su YouTube che ripercorrono la stagione 2020 nella European Le Mans Series di Manuela, Rahel e Michelle, che condividono una Ferrari 488 GTE nella classe Am. 

Le Iron Dames nascono da una comunione di intenti frutto di un amore speciale. Quello che lega Claudio Schiavoni e Deborah Mayer, imprenditrice e ambasciatrice Ferrari nel mondo del motorsport femminile. È loro l’idea del progetto. E c’è un colpo di fulmine anche alla base della carriera di Manuela. Nata e cresciuta in Alto Adige, dove «il motorsport è praticamente inesistente, c’è qualche gara di salita, e basta», Manuela ha giocato a pallavolo fino a 30 anni. Poi, la rivelazione. «Mio padre e mio fratello David correvano nel Ferrari Challenge. Mio fratello minore è sempre stato l’appassionato di motorsport in famiglia. Io li snobbavo di brutto, non sono mai andata a vederli. Sono andata alle finali mondiali perché mi avevano pregato in ginocchio. Mio fratello stava per vincere il titolo, era importante il supporto. Mi sono detta che le gare di macchine non erano poi così male e mi sono incuriosita».

Suo padre si rese conto della nascente fascinazione di Manuela per le corse, e le propose di partecipare a una giornata di test a Cremona. Le bastarono pochi metri da passeggera, accanto al fratello, su una Ferrari da 600 CV, per innamorarsi perdutamente di questo sport. «Lui mi ha fatto vedere come si guida una macchina da corsa, cosa è in grado di fare un mezzo del genere. Mi ha affascinato moltissimo, perché da fuori sembra così facile. Chi non sa nulla di motorsport pensa sia semplice. Da fuori, soprattutto in TV, la velocità non rende. Non si ha la minima percezione delle difficoltà che un pilota deve affrontare in un abitacolo. Servono tanta tecnica, tanto istinto, tanto coraggio nel fidarsi della macchina».

E da lì è nata una sfida personale. «Volevo essere in grado di padroneggiare il mezzo – racconta Manuela -. Mi sono messa in testa questo obiettivo e ho iniziato a correre in macchina, appassionandomi sempre di più. Ho lavorato con un coach, Giorgio Sernagiotto, che mi ha insegnato tutto. Avevo questo chiodo fisso, volevo assolutamente capire come funzionasse. E piano piano ho imparato tutto. È un punto di forza delle donne: quando abbiamo un obiettivo in testa, lavoriamo sodissimo per raggiungerlo. Non c’è niente che ci può fermare. Può accadere di tutto, uno tsunami, il COVID, non importa. Ci concentriamo su quello che vogliamo, siamo forti».

«E siamo anche abbastanza umili da farci insegnare dagli altri. Ascoltiamo i commenti, i consigli, accettiamo le critiche. Gli uomini non lo fanno, sono più orgogliosi di noi. Vogliamo sfruttare tutto quello che abbiamo intorno a noi per arrivare al nostro obiettivo». Ma Manuela, oltre che pilota, è anche mamma di due bimbe, che, pur essendo orgogliose di lei, sono più interessate ad averla con sé che alle sue prodezze al volante. «Se dico loro che vado a correre la gara più importante al mondo, la 24 Ore di Le Mans, loro non mi fanno i complimenti, mi chiedono quanto starò via. A casa sono una mamma normalissima. A volte mi chiedono perché non lavoro in paese come le altre mamme: ‘Perché non lavori anche tu al supermercato?’, si domandano. Io spiego loro che le mamme possono o devono lavorare di più, ed è normalissimo che lo facciano». 

E se le sue bimbe volessero intraprendere la sua carriera, Manuela darebbe loro lo stesso consiglio che dà alle ragazzine che incontra: «lavorare tanto, e credere in loro stesse. Ascoltare i propri istinti, perché sono sempre giusti. A volte diamo troppo credito alle voci degli altri, ma siamo molto forti, e molto sensibili. Dobbiamo ascoltarla, quella sensibilità, fidarci del nostro stesso giudizio». Senza fare caso ai preconcetti, agli stereotipi, che Manuela incontra lontano dai campi di gara – perché «nel paddock siamo molto rispettate» – nella vita di tutti i giorni. In quelle circostanze «è difficile fare buon viso a cattivo gioco, ma, d’altro canto, perderei tempo a spiegare loro come stanno veramente le cose, perché non sanno cosa sono le corse, non percepiscono l’importanza di quello che faccio».

Il percorso di Manuela è stato vertiginoso: dopo un’esperienza nel Ferrari Challenge, è stata catapultata nel mondo dell’Endurance, e nella capitale mondiale delle corse di durata, Le Mans. La 24 Ore è una sfida impegnativa sia dal punto di vista fisico che da quello mentale. Pesi, bici per temprare il corpo, ma anche «esercizi di coordinazione, visione, reattività», che aiutano nei lunghi stint di gara, a volte doppi o tripli, in cui serve mantenere alta la concentrazione. Perché «a Le Mans le velocità sono altissime, e anche un piccolo cedimento mentale può avere delle conseguenze drastiche. A Le Mans si vedono degli errori che sembrano banali, ma dopo aver guidato fino a 10 ore mancare il punto di corda o il punto di frenata può essere molto deleterio. È frutto di un attimo in cui la concentrazione sparisce».

Serve una forma mentis immacolata, insomma, anche nella gestione del traffico. Difficile «perché non solo veniamo doppiate dalle LMP1 e LMP2 ma anche dalle LMGTE Pro, che hanno un BOP più vantaggioso rispetto al nostro. Corriamo con un occhio sulla strada, uno sullo specchietto, ma dovremmo averne altri sei o sette. Cerchiamo la linea più vantaggiosa sia per noi che per chi ci deve passare». E guidare la macchina che subisce il doppiaggio è più complesso secondo Manuela, che ha vissuto anche l’esperienza contraria «al volante di una GT3, con le TCR da passare». Il tutto condito dall’assetto scarichissimo pensato appositamente per Le Mans, «così estremo e stancante. Siamo bassissimi, durissimi, con basso carico. La sensazione alla guida della macchina è totalmente differente rispetto ad altre piste. Poi abbiamo le Michelin e non le Dunlop, che usiamo solitamente nell’ELMS».

Ma le Iron Dames non si fermano qui: nel 2021, all’impegno nell’ELMS, coniugheranno anche quello nel WEC, il mondiale punta di diamante dell’Endurance. Oltre al naturale orgoglio per il traguardo raggiunto, c’è anche grande curiosità. «È il campionato più duro del mondo. Nell’ELMS, che era già molto competitivo, abbiamo guadagnato qualche podio, ottenuto il giro più veloce e lottato per il terzo posto in campionato. Abbiamo la velocità per essere davanti nell’ELMS, per il WEC siamo super motivate». Si comincerà da Portimao, circuito che le Iron Dames conoscono molto bene, il che costituisce un vantaggio. E Manuela apprezza il tracciato portoghese: «sembra di stare sulle montagne russe, con quei saliscendi, una curva dietro l’altra senza respiro». Ma la sua pista preferita, confessa, è Imola.   

Approdare nel WEC con un equipaggio tutto femminile è motivo di orgoglio per Manuela. Il nome del team, Iron Dames, contiene l’essenza stessa del progetto, la fierezza di essere donne in uno sport a prevalenza maschile. «Adoro essere una donna in quel mondo – riflette Manuela -. Non guardo agli uomini pensando che potrei fare come loro. Non posso, non sono un uomo. Sono una donna. E non vuol dire che sia più o meno debole, è solo una cosa diversa. Mi piace essere una donna, sono orgogliosa di essere una Dame. Siamo solide mentalmente, e abbiamo tanti punti di forza. Tutte le donne sono delle Iron Dames, in qualche modo. Tiriamo avanti le famiglie, facciamo da faro nei momenti difficili, siamo noi a prendere le decisioni più complesse. Sono sicura che ogni donna nel mondo, nel suo piccolo e a suo modo, sia un’Iron Dame».

Non guardo agli uomini pensando che potrei fare come loro. Non posso, non sono un uomo. Sono una donna. E non vuol dire che sia più o meno debole, è solo una cosa diversa

Come Maya Weug, prima ragazza della storia entrata a far parte della Ferrari Driver Academy, di cui Manuela dice: «Che la FDA abbia accettato una ragazza è bellissimo. È un grande onore e una grandissima opportunità, sono felicissima per lei. Il capo della FDA ha detto che hanno svolto gli stessi test che hanno affrontato tutti i piloti prima di loro e una delle quattro finaliste ha ottenuto il miglior risultato della storia dell’Academy in uno di questi esercizi». Il vero problema, spiega Manuela, «è che sono poche le donne che hanno interesse per il motorsport. E se il numero è ridotto, è difficile che emergano».

Storie come quella delle Iron Dames, però, sono un punto di riferimento importante per le future generazioni. «La nostra missione è dimostrare alle ragazzine di oggi che possono lavorare nel mondo delle corse. Non solo pilote: possono essere ingegneri, meccanici, PR, giornaliste. È tutto fattibile, ci sono delle ragazze straordinarie nei loro ruoli. Spero che il nostro progetto possa essere da esempio». E nulla è impossibile per una donna: possiamo essere vicepresidenti, CEO di una casa automobilistica, pilote. Madri, mogli, single realizzate. Iron Dames, fuori e dentro la pista, come Manuela.

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