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Un nuovo studio scientifico sulla geologia dello Stretto di Messina torna ad accendere il dibattito sul Ponte. A parlarne è Mario Tozzi, geologo e primo ricercatore del CNR, intervistato da Fanpage.it, che chiede con forza ulteriori indagini prima di procedere con la costruzione: "Non stiamo costruendo nel deserto".
Lo studio in questione è stato pubblicato a novembre 2025 da ricercatori dell'INGV, del CNR e di alcune università italiane ed europee. L'analisi ha passato in rassegna oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, restituendo un quadro della sismicità dell'area più complesso di quanto si ritenesse. Il risultato più rilevante è la scoperta di un sistema articolato di faglie interconnesse - una sorta di mosaico tettonico - che si estende sia a terra che sotto il fondale marino, e che fino ad oggi non era mai stato messo in luce con questa chiarezza.
Secondo Tozzi, l'importanza dello studio non è tanto nel singolo dato quanto nel quadro complessivo che restituisce: "Da questo studio emerge che c'è una rete di faglie attive tutte interagenti fra loro, un sistema complesso che non era mai stato evidenziato finora. Abbiamo dati nuovi di cui non possiamo non tener conto."
Il geologo sottolinea come questa scoperta dimostri che il modello sismotettonico dell'area non sia ancora definitivo, e che siano necessari studi mesostrutturali approfonditi. Ossia rilevazioni dirette sul terreno, con misurazioni delle deformazioni delle rocce e modelli quantitativi basati su decine di migliaia di dati. "La provincia di Messina e quella di Reggio dovrebbero essere studiate metro per metro", afferma.
Il punto più critico sollevato da Tozzi riguarda la possibilità che, in caso di terremoto, si attivino contemporaneamente più sistemi di faglie, con un effetto combinato che potrebbe amplificare la forza distruttiva dell'evento ben oltre quanto previsto dai modelli attuali. "Questo possibile effetto combinato potrebbe costringere a rivedere i parametri di sicurezza del progetto", avverte.
La Società Stretto di Messina - la concessionaria statale incaricata di progettare e costruire il Ponte - ha risposto allo studio sostenendo che "non ha alcun impatto sul progetto definitivo". La società distingue tra le faglie profonde, rilevanti per la struttura, e quelle superficiali oggetto dello studio, ritenendo che le seconde non abbiano un peso determinante sulla sicurezza dell'opera. Sostiene inoltre che l'area dello Stretto non sia "in assoluto l'area a maggiore pericolosità sismica del pianeta".
Tozzi non condivide questa lettura su nessuno dei punti: sulla distinzione tra faglie superficiali e profonde risponde che ignorare le prime significa trascurare i possibili risentimenti e gli effetti di amplificazione. Sulla pericolosità sismica, introduce una distinzione fondamentale: "Bisogna distinguere tra pericolosità sismica - la probabilità che un evento accada - e rischio sismico - i danni che quell'evento può fare -. Non stanno costruendo nel deserto, ma in un'area densamente popolata, con solo il 25% delle costruzioni in grado di resistere a un sisma di magnitudo 7,1."
Sul tema delle faglie sottomarine, Tozzi contesta anche la tesi che queste non possano influenzare il sistema di faglie a terra: "Non sono due sistemi distinti. Il fatto che nessuno studio finora abbia evidenziato rotture fragili non significa che non esistano, significa che è il momento di cercarle."
La posizione del ricercatore CNR non è di opposizione pregiudiziale al Ponte, ma di cautela metodologica: "Non sto dicendo che il Ponte non si possa fare, ma che va valutato se è necessario utilizzare coefficienti di sicurezza più ridondanti, anche a costo di spendere di più."
La sua richiesta concreta è che la Società Stretto di Messina commissioni all'INGV e al CNR nuovi studi strutturali specifici per le province di Reggio Calabria e Messina, indagini che - sottolinea - ad oggi non esistono: "Manca uno studio ad hoc condotto da questi enti su commissione della Società Stretto di Messina. Questi nuovi dati dovrebbero spingerci a chiederci se davvero abbiamo visto tutto dell'area."
E se questo dovesse richiedere tempo? "Anche qualora questo volesse dire aspettare ancora il tempo necessario affinché vengano portati a termine", conclude Tozzi. Una posizione che difficilmente troverà accoglienza favorevole tra chi spinge per accelerare i cantieri, ma che - almeno sul piano scientifico - è difficile liquidare senza una risposta altrettanto rigorosa.