Ponte sullo stretto, il geologo Tozzi: “Le cose sono più complesse di quanto si pensasse”

Ponte sullo stretto, il geologo Tozzi: “Le cose sono più complesse di quanto si pensasse”
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Lo Stretto di Messina è “tutt’altro che stabile”: lo studio di INGV e CNR aggiorna il quadro sismico dell’area. Tozzi invita a rivedere la parte geofisica del progetto del Ponte.
19 febbraio 2026

A poche settimane dal via libera del Consiglio dei Ministri al decreto legge che punta a superare le criticità sollevate dalla Corte dei Conti, l’INGV, insieme al CNR e a diverse università italiane ed europee, ha pubblicato un’analisi approfondita sulla sismotettonica dell’area dello Stretto di Messina.

Il quadro che emerge è quello di una regione geologicamente tra le più complesse del Mediterraneo, caratterizzata da una deformazione ancora attiva e da un sistema di faglie interconnesse. Lo Stretto di Messina si colloca nella zona di contatto tra la placca africana e quella euroasiatica: la prima spinge verso nord, mentre la seconda scivola sopra di essa. A sud-est, nel Mar Ionico, è inoltre attiva la cosiddetta “subduzione calabra”, il processo per cui una porzione della placca ionica sprofonda sotto la Calabria.

Si tratta di dinamiche che, nel corso di milioni di anni, hanno modellato l’assetto geologico dell’area e che ancora oggi sono all’origine di terremoti potenzialmente distruttivi. Il riferimento storico resta il sisma del 28 dicembre 1908, con oltre 75.000 vittime tra Messina e Reggio Calabria.

Il nuovo studio ha esaminato una grande quantità di dati sismologici e marini, prendendo in considerazione oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019. I ricercatori hanno individuato due principali livelli di concentrazione dell’attività sismica: uno superficiale tra 6 e 20 chilometri di profondità e uno più profondo, tra 40 e 80 chilometri, legato alla subduzione calabra.

Nel livello superiore prevalgono forze estensionali, mentre in quello inferiore agiscono forze compressive. L’interazione tra queste dinamiche contribuisce alla deformazione complessiva dell’area. Secondo quanto riportato dall’INGV, la deformazione sarebbe il risultato di “un sistema complesso di faglie interconnesse” che si muovono come le tessere di un mosaico. Inoltre, la presenza sui fondali di scarpate morfologiche e dislocazioni nei sedimenti recenti, confermerebbe che la crosta terrestre sotto lo Stretto è tutt’altro che stabile.

Tozzi: “Servono studi più approfonditi”

A commentare il lavoro è stato il geologo e primo ricercatore del CNR Mario Tozzi, che in un post pubblicato sui social ha sottolineato come “le cose sono più complesse di come si pensava. Molto di più”. Tozzi parla di “sistemi di faglie che interagiscono, complicazioni strutturali, tettonica attiva, fasce sismogenetiche” e ricorda di aver segnalato già da anni la necessità di studi ad hoc più approfonditi.

Nel suo intervento chiede che i nuovi dati vengano tenuti “nel giusto conto” e che si riconsideri la parte geofisica dell’intero progetto del Ponte. Tra le proposte, un’analisi mesostrutturale estesa su migliaia di dati, la revisione dei modelli di deformazione e l’ascolto dell’appello di geologi professionisti che negli anni hanno evidenziato lacune e imprecisioni.

Tozzi osserva inoltre che, alla luce delle tempistiche legate ai finanziamenti - che non sembrerebbero disponibili prima del 2028 - vi sarebbe il tempo necessario per ulteriori approfondimenti scientifici.

 

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